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MACHISSENEFREGA!
Riflessioni semiserie e seminò di S, trentaquattrenne romano,
non particolarmente depresso, ex-speaker in radio, giornalista, blogger per caso, ex single convinto attualmente pentito, alla perenne ricerca del divertimento puro (e non il divertissement di Pascal), quello che in tutta una vita dura sì e no otto minuti e trentasei secondi
LE CREATURE



Lo spin off: ATARU GREATEST HITS

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sabato, 27 giugno 2009 |
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CURVA OTTICA RELOADED E LA SERATA DEI BLOGGER
(on the air: Nouvelle Vague - Master and Servant)
Signore e signori, è da parecchio tempo che qui non si fanno spot pro-domo mia. Quindi è giunto il momento di tornare a farne: il dinamico duo è di nuovo tra voi. Ataru e Noeyalin tornano sul luogo del delitto e con abile maestrìa nell'arte del restauro e ridanno vita alla loro fugace ed impavida creatura: Curva Ottica.
Non chiedetevi perchè, chiedetevi piuttosto per come. Più di uno spin-off, più di un sequel, più di un prequel, più di quel. Curva torna con un'iniziativa trendy, ambiziosa q.b., ma senza snaturare il suo proprio stile. Vi racconteremo una città a modo nostro, a pezzetti, prima di volarci di nuovo. E anche dopo. E siccome siamo trendy (mi dicono che l'ho già detto), eccovi il videoantipasto che ha dato il la all'operazione. Chiamiamolo teaser che è più figo.
Se vi è piaciuto il teaser, correte su Curva perché il primo post è già on line, senza scomodi fascicoli, senza modellini in finto omaggio. Curva Ottica è talmente moderna che ha anche una sua pagina su Facebook. Chi volesse aggiungere il dinamico duo, vada qui e si faccia riconoscere. Amisci saremo, tutti amisci.
Ma siccome le belle notizie non vengono mai sole, ricordo a chi ancora non lo sapesse, che Ataru, Noeyalin e Sciroccata saranno tra gli ospiti della serata-blogger del 30 giugno all'enoteca L'Acino che Vola. Per parlare di noi, di voi, di essi. Ma soprattutto per alcolizzarsi. Niente barcamp, niente raduni ufficiali, niente discussioni sterili sul futuro dell'umanità. Solo chiacchiere soffuse tra vecchi e nuovi amici. Come dite? Va bene va bene, non solo chiacchiere, c'è il vino e ci sono gli stuzzichini a buffet.
Approfitteremo biecamente dell'evento per presentare e lanciare il nuovo Curva Ottica. Chi sta a Roma vuole venire mi faccia un fischio che vedo di trovargli un posticino tra il pubblico bevente e domandante.
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sabato, 20 giugno 2009 |
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LA MOVIDA ROMANA È UNA PROIEZIONE DEL CERVELLO
(on the air: The Gossip - Heavy Cross)
Un anno fa il mio ultimo post inutile del sabato recitava così:
Allora ho ragione o no a dire che l'estate ha a malapena tre lati positivi? Quali? Le donne che si spogliano, i concerti all'aperto e il cocomero.
Accendo e confermo.
Vi ho risparmiato in questi lunghi e caldi giorni, perchè non mi andava di scrivere cagate. Del resto il clima caldo-umido ottunde il cervello e ti fa solo lamentare. Cos'è cambiato? Finora ben poco, solo che avevo un angolino con un po' di tempo da dedicare al blog e così mi sono detto: eh.
Il problema sta nel fatto che in questi giorni, non sapendo con chi prendermela, me la sono presa con Roma. Ci ho litigato aspramente perché qualsiasi cosa mi abbia proposto in questi giorni, mi ha fatto incazzare. A partire dal clima, naturalmente. Vivere in una serra tropicale anche di notte, mi sembra un po' eccessivo. Ogni fottuta mattina, quando apro gli occhi per andare a lavorare, vedo quel sole attraverso le serrande socchiuse e mi viene il cattivo umore. Ma la tiritera sul caldo è cosa vecchia, trita e ritrita. Forse sto invecchiando, fattostà che non sopporto più che la mia città strizzi l'occhio a chiunque. Non sopporto che si parli di movida, perché questo termine, almeno a Roma, è una ricca minchiata di facciata che non potrebbero raccontare neanche sulla più deteriore delle guide turistiche. E invece i colleghi giornalisti, poveracci devono pur campare in qualche modo, si sono inventati questa stronzata. A forza di dire che c'è la movida, però, mi hanno rubato la notte. La notte intesa come prendere la macchina a mezzanotte-l'una di un qualsiasi giorno della settimana che non sia il fottuto weekend, e non trovare sulla propria strada il vecchio rincoglionito che ancora sta in giro, il ragazzino lobotomizzato che corre verso il niente, o semplicemente troppa gente con la faccia assente, il sorriso ebete e un sedile gratis sotto il culo. Lavori in corso, nettezza urbana, tutto insieme, tutto di notte presto. Il lavoro non ci nobilita, l'ho sempre detto. Solo uno o due anni fa, quando stavo in giro per Roma e potevo andare a letto più tardi, le facce da movida stavano nei locali oppure a casa a dormire, che il martedì, chessò, non era il caso. Adesso no. Adesso tutti vanno a sentire il pianobar sul Tevere, che cantano l'Isola di Wight, vanno a bere il vino vicino allo stadio che con una manciata di euri ti alcolizzi, presso Vinofòrum, una sagra del vinaccio travestita da fighetteria. Più quantità meno qualità, ecco l'Estate Romana già da qualche anno a questa parte. Così poi ti capiterà di vedere il diciottenne al tavolino che gioca a carte, mentre canta una canzone anni sessanta e si stura un bicchiere di bianco dei Castelli, credendo di bere uno Cheval Blanc del '59 e magnificandone le doti da vero esperto. Mentre la bambina che gli sta accanto parla, avvolta in una nuvola di fumo, di come il suo rapporto con le amiche sia drammaticamente rovinato per colpa di Lolletta che s'è fatta Gian eppoi è andata a dire nei cessi della scuola che mai e poi mai se lo sarebbe fatto se non per ripicca nei confronti delle amiche che secondo lei gli hanno pure rubato l'ultimo libro di Moccia e soffiato sotto il naso l'ultimo paio di All Star viola al negozio trendy che le vende a 30 euro in più degli altri, però vuoi mettere.
Un terribile mix tra i divertimenti di mio nonno e l'idiozia da reality show, che non lascia scampo. Preferirei trovarmi davanti Faccia di Spillo di Hellraiser piuttosto che un giovane d'oggi. Mica per altro, i giovani dovrebbero farti sentire vecchio, invece sono talmente noiosi che ti fanno sentire in fasce e coi coglioni volati su Urano. Meglio per me, magnifico trentaquattrenne lamentoso e senza un capello bianco.
Io non so se sia colpa di Roma, colpa della gente che ci vive o solo colpa mia, ma più volte di questi tempi mi sono trovato a sacramentare random e tout-court.
Allora ho chiesto alla mia città di diventare non una città morta, ma solo una città un po' più equilibrata, intelligente, meno socievole. Di non concedersi a tutti. In tutta risposta mi sono preso un ricco vaffanculo. E sono molto offeso. E me ne andrei per un bel po', starei meglio, ma sono sicuro che poi avrei bisogno di tornare.
La mia città è femmina, e alla fine basterà uno sguardo nemmeno troppo ammiccante, per rendermi il più allocco dei maschi.
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martedì, 09 giugno 2009 |
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IL DIGITALE POCO EXTRA E MOLTO TERRESTRE
(e come recita lo slogan: CI SIAMO!)
(on the air: Empire of The Sun - We Are The People)
Come forse non saprete, dal 16 giugno nella mia regione e nella mia città in modo particolare, approderà il prodigio tecnologico del millennio: il digitale terrestre. Ci siamo! A casa mia per il momento è approdato un televisore nuovo con decoder integrato, ma per gli altri due tivvùcolorz si è in attesa dell'acquisto degli aggeggetti che ricevono il segnale. Qui da me non è mai entrata la pay-tv, dunque nemmeno il satellite ha fatto capolino dalla finestra. Io sono per le antichità, fosse per me Sky fallirebbe insieme a Rupert Murdoch: le partite andrebbero rimesse tutte alla stessa ora, rigorosamente in radio a Tutto il calcio minuto per minuto, i film andrebbero visti in tv dopo un bel po' che escono al cinema e non dovrebbero esserci questi stronzi che ti anticipano come vanno a finire i telefilm perchè su Fox stanno avanti di tre serie. E per fortuna che io snobbo da sempre Lost e il Dottor House, così quando qualcuno me li racconta non capisco nemmeno di cosa vadano cianciando. Non ne faccio un cruccio se preferisco, ad esempio, l'Ispettore Barnaby, che lo vediamo io, la Noe e mia madre.
Comunque. Se andate al Todis, il discount di fiducia, trovate un ottimo decoder a ventiquattro euro e novanta centesimi. Ed è quello che è stato acquistato dalla Noe per la sua tivì di vecchia generazione. Nella confezione: un decoder (senza presa scart), un telecomandino (senza ministilo), un libretto delle istruzioni. Quest'ultimo va decodificato. Anche lui. Parole tradotte in libertà, immagini scattate con un cellulare scadente, immortalando lo schermo di un televisore quattro pollici emmezzo in bianco e nero. Il decoder inizia magicamente a funzionare. Oddio, in fondo a sinistra c'è un'inquietante scritta Info Giuda!, avanza in noi l'idea del più grave dei tradimenti via etere. Poi la deduzione: Giuda sarebbe Guida. Ma, direte voi, i canali? Ci siamo!
All'inizio, il nulla. Appare per dieci secondi LA7 frantumata in milioni di pixel, poi tabula rasa. Ricerca automatica, ricerca manuale, ricerca una sola cosa che si riceva anche per sbaglio. Vi risparmio le successive operazioni; ma quando uno dietro l'altro compaiono la De Filippi, Emilio Fede e Studio Aperto, io la Noe e le conquiline's, ci rendiamo conto che tutto sommato si potrebbe anche vivere senza l'ordigno. Quando invece di palesarsi i tre canali Rai, spunta RaiStoria, ipotizziamo un Minoli che si impossessa di tutte le frequenze col suo diabolico faccione. Minoli che esce dai fornelli, dai tubi del cesso, dal phon. Ci siamo! Non so voi, ma pur reputandolo un bravo giornalista io ho paura.
Mediaset si prende meglio, diavolo d'un Silvio. Tranne Mediashopping, dove non riusciamo a capire cosa sia il TurboJet che vendono. Poi il canale salta, proprio nel momento in cui vendevano Kakà, in comode rate a casa tua, con una meravigliosa ciotola di Gattuso in omaggio.
Ci sono i canali a pagamento. Ma 'sta Dahlia, quanti cazzo di canali c'ha? Loro puntano tutto sul porno, sullo sport e su Claudio Lippi. Fino alla seconda ce la potevano fare, ma poi. Poi no, non ci siamo.
A un certo punto ci possiamo anche accontentare: le quattro Rai si vedono male, Minoli è purtroppo sparito, LA7 si prende solo in una stanza, Kakà l'ha venduto Mastrota, Fede è sempre lì che sbava, MTV è defunta, ma poco importa, del resto se fai una classifica delle cover più belle di tutti i tempi e metti Ronan Keating sopra a Freddie Mercury, meriti solo di smolecolarti per il resto dei tuoi giorni. Insieme ai rapper coatti e a quella gnappa di Lady Gaga, che Samantha Fox se la magna con tutti gli stivali. Manca All Music, mancano le tv locali, ma ci sono Iris, Boing, Coming Soon, Rai4, SAT2000, SportItalia e tanti altri nuovi amici con cui trascorrere le vostre serate digggitali e terrestri. Ci siamo? Sì, ma prima di esserci, ve lo dico io, dovrete smadonnare in sanscrito, soprattutto se avete un apparecchio televisivo senza decoder integrato. Perchè dovete sapere che qui da noi fondiamo la tecnologia avanzata con la tradizione dei nostri avi: il moderno e dinamico digitale poco extra e molto terrestre, applicato alle care vecchie antenne installate sui tetti qualche anno fa, da un tal Guglielmo Marconi.
Risultato? Ci siamo!
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giovedì, 04 giugno 2009 |
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IL PAESE È REALE
(on the air: Afterhours - Il Paese è Reale)
Forse è meglio che non racconti più i fatti miei in giro. Perchè appena preso il primo misero stipendio sono arrivati tutti a batter cassa. La faccio breve, preferisco mettere in loop il monologo-invettiva di Edward Norton-Monty Brogan ne La 25esima ora. È tanto tanto liberatorio. Comunque per dire, stavolta mi sono veramente rotto i coglioni. Mi hanno già tolto quasi tutti i punti dalla patente per infrazioni che avrei potuto e dovuto contestare. E vabbè, anzi non vabbè. Adesso la misura è colma. Intanto sono felice di augurarvi buon divertimento per il consueto teatrino delle elezioni; è stato già un piacere osservare chilometri di fiumi di inchiostro sprecati a dire cazzate a destra e a manca, e osservare molti di voi star dietro ogni giorno a quello che succedeva, manco fosse una molto poco imperdibile puntata dei Cesaroni. Ma queste futili lamentele servono solo da introduzione, ché il punto non è questo qua.
Il siffatto e suddetto punto è che io vado a comprare le sigarette al bar con cinquanta euro e mi mollano in mezzo al resto venti euro fasulli. Passa un giorno e se ne accorge un tabaccaio cinese, battendo i pugni sul bancone e lamentandosi che in giro è pieno di carte da venti false. Ora, io tra le altre cose, chiedo l'abolizione delle banconote da venti euro: non servono a un cazzo, non sono nè carne nè pesce, e per giunta spesso sono false più del porcogiuda.
Passa pochissimo tempo, l'amarezza da soldi del Monopoli è ancora radicata in me e vado in centro decidendo di bypassare questa triste storia. Parcheggio nelle strisce blu alle venti, dove l'obbligo di pagamento scade alle venti. Sono le venti, sì. Passeggio per Roma, mangio un panino, rido, scherzo, penso ai prossimi viaggi, trangugio bevande dissetanti, guardo persino il mondo da un oblò, ignaro della vigliacca sorte preconfezionata e servita tiepida come un polpo galiziano con patate lesse. Ricapitoliamo, io parcheggio alle 20, il parcometro diventa inattivo alle 20. E mi fanno la multa alle 21,27 perché secondo loro non ho pagato. E io 38 euro di sanzione amministrativa ve li ficco su per la trachea senza passare dal via e ritirare i venti euro fasulli.
Caro Martinelli Mauro, ausiliare del traffico matricola C0098, io ti faccio possibilmente cacciare a calci nel culo. Userò tutto ciò che è in mio potere per farlo, incompetente succhiasangue a tradimento. Sotto il cartello con scritto 8-20 m'hai fatto la multa. Alle 21,27. Sei un fenomeno, Mauretto mio. Vinci per distacco il titolo di personaggio da deridere della settimana.
I falsari purtroppo non lasciano la firma sulle banconote, anche se a dire il vero, ad un attento esame, la cartaccia si presenta quasi priva del filetto in mezzo ed è vagamente asimmetrica. Manco i soliti ignoti erano così maldestri. E fatele bene le cose, no? Almeno io passo il soldo a qualcun altro, come la scopa quando si balla a coppie. O l'asso di bastoni quando si gioca a uomo nero. O la fetta di torta vomitevolmente intrisa di panna e alchermes ai matrimoni. O anche basta con le similitudini, no?
Se non posso nominare queste schiappe di falsari, posso altresì illustrarvi chi ha smerciato la sòla. Caro caffè Y. in via Igea -e mi rivolgo al bar per fargli ampia pubblicità- sei malfrequentato e malfamato, eppure ti infighetti e vai sul Tg1 in praimtaim a fare lo spottone della tassa dei poveri cretini: superenalotto o gratta e vinci che sia. Visto che resti aperto giorno e notte e alzi avidamente i soldi con la pala incassandoli spesso da malavitosi, non credo proprio che tu, caffè Y., non stia attento alle banconote fasulle che rifili in giro. Io metto una ics sulla malafede e di solito non sbaglio. Ad uso e consumo di chi cerca un comodo bar pasticceria gelateria tabacchi sempre aperto a Roma Nord: "il bar Y. di Roma smercia soldi falsi". Tiè.
Totale in meno di due giorni, 58 euri potenzialmente, e sottolineo potenzialmente, buttati nel cesso e affogati con lo sciacquone modello niagara. Avanti il prossimo interessato al mio stipendio, c'è posto per tutti.
Poi mi sono pure sporcato la felpa con la maionese, mentre il cd da Burger King suonava ininterrottamente Gigi D'Alessio. Mi mancano solo le gite organizzate da Filini e Calboni. Cazzo se il paese è reale.
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domenica, 24 maggio 2009 |
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LA VITA NON È ALTRO CHE UN VIDEOGAME VINTAGE
(on the air: The Killers - I Can't Wait)
Ho una nuova vita, l'ennesima. I più tecnologici e i meno giovani di voi ricorderanno quando ai videogiochi c'erano vite infinite. Il trainer, lo chiamavamo. Ti permetteva di ricominciare da dove eri morto, senza dover riandare al primo livello. Certi giochi si finivano solo così, soprattutto se eri un bambino coi riflessi perennemente appannati dalla pigrizia, non avevi uno spiccato senso della competitività e ti veniva il braccino tennistico quando eri prossimo al grande risultato.
Insomma la nuova vita, dicevamo. Mi sveglio presto e dormo cinque ore a notte, già questo dovrebbe bastare. Tanto la sera, se non sento la stanchezza assassina, esco sempre. Non ho mai capito cosa ci si risolva a stare a casa se tanto non si va a dormire presto. Eppure se stai in giro nei giorni lavorativi, non solo non sembri normale, ma sei pure un po' stronzo. Mah.
Prendo la macchina per dieci minuti, arrivo in un posto paradisiaco molto vicino al centro di Roma, la parcheggio, non pago, prendo l'autobus (o il tram, ma tanto quello non passa mai). Dal capolinea sono cinque fermate. Io la mattina alle otto sui mezzi, roba che nemmeno ai tempi della scuola. Ci vedi sparuta gente che sbadiglia, legge, pensa. Fondamentalmente io non faccio niente di tutto ciò. Anzi. Quando passo davanti allo zoo di Roma (Bioparco chiamatecelo voi) sono lì che penso ai fenicotteri rosa che ghignano o agli orsi polari che stanno boccheggiando dal caldo. O forse no, perché a quell'ora si respira ancora.
Il comune denominatore finora è stato il caldo. Questo anomalo caldo di maggio, che quando sento quelli che sono contenti di questo clima, io li vorrei appesi al muro. Lasciàti lì a essiccare al sole tutto il giorno a mo' di stoccafissi. Se poi ancora dovessero esaltare il caldo a fine giornata, ci sarebbe la soluzione finale: il kalashnikov. Non venitemi a dire che si sta bene perchè come minimo vi beccherete qualche sacrosanto insulto. Eccheccazzo c'avete, una malattia?
Ma non divaghiamo. In ufficio fa fresco, c'è l'aria condizionata. Lo dico perchè è bene ricordare che un anno fa, prima del licenziamento di gruppo, ordìto dall'ineffabile nano armonico Brunetta, noi si schiattava di calura a luglio, coi piccì roventi e un etereo quanto vano condizionatore come unico scalcinato alleato.
Volete sapere com'è il lavoro? È un lavoro di passaggio, un lavoro usurante da ufficio. Ho dei colleghi simpatici. Scendo a fumare. Ci sono tanti posti intorno dove fare pausa caffè e pausa pranzo. E soprattutto, c'è una certa signorina nei paraggi che mi tiene spesso compagnia. Tutto qua.
Quando me ne vado, non tanto tardi, mi trovo lì alla fermata, in mezzo alle vecchie sbuffanti, alle colf straniere, a ragazze coi sandali che parlano dell'ultimo esame, a uomini sudati che cercano di non darlo a vedere. E alla nevicata di pollini che si infiltrano in gola.
L'ultimo livello del gioco quotidiano, è quello in cui riprendo la macchina nel luogo paradisiaco che però ogni tanto ci viene anche il sole. E la Mini brucia un poco. Ma poi torno a casa, mi faccio una doccia e sono pronto per la serata e pure per l'indomani mattina. Ma non mi ci abituo, nè mi ci affeziono a questa vita un po' meccanica.
L'importante è avere sempre e comunque il trainer per ricominciare dal punto che eri morto: niente game over, niente insert coin.
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lunedì, 18 maggio 2009 |
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L'UMILE PRESUNTUOSO
(on the air: Velvet - Cattive Abitudini)
L'ultima volta faceva caldo come adesso, solo che era estate piena. Un fulmine a ciel sereno e tanti saluti al tuo posto di lavoro monoporzione. Ne è dovuto passare di tempo prima di ritrovare una scrivania. Sono cadute piogge torrenziali, s'è purtroppo smossa la terra di brutto, sono infuriate inutili polemiche e polemicuzze, l'Inter ha messo nel paniere un altro scudetto, c'è in corso una crisi economica di quelle grosse, forse tutti voi ne sapete qualcosa.
Da quel giorno ho: molti soldi in meno, progetti messi in ghiaccio in attesa di tempi migliori, ancora meno fiducia nel fottuto genere umano, un curriculum più ricco e molti amici in più, all'incirca tutti i miei meravigliosi ex colleghi, anche se siamo sparsi qua e là come le sfere del drago. Ho abortito numerosi viaggi, limitandomi ad essere ospite in giro per l'Italia, ho fatto invece molti viaggi con la mente, ho passato periodi strani, scazzi, felicità a momenti, mi sono di nuovo confrontato col mio lato oscuro e non sempre ne sono uscito vincitore. Ho visto persone salire sull'altare, ho visto anche chi, dopo tre anni, ha mandato in fumo l'altare. Ho, a proposito, fumato di meno perché mi svegliavo più tardi e perché a casa accendo meno cicche, mi sono ubriacato di vino, di superalcolici, di birre e anche d'acqua, ho cercato di mangiare meno, ho visto Londra, mi sono illuso mille volte di tornare in pista anche se più andavo avanti e più avevo paura di riaccendere il motore. Ho capito che dovrei avere le palle -e per ora non le ho- di andarmene da questo paese surreale diviso per buona parte a metà tra gente che guarda la De Filippi in televisione e campa nei centri commerciali e altra gente che si riempie la bocca a cazzo in difesa degli oppressi e dei migranti. Ho fatto sano qualunquismo senza pentirmene e senza avere tutti i torti, anche nel capoverso precedente. Ho inalato nelle orecchie tonnellate di musica buona e meno buona, ho visto film, telefilm, ho letto le vite degli altri su Facebook, ho letto giornali, iniziato un libro crucciandomi di leggere sempre troppo poco per colpa di questo diabolico pc. Ho stretto la cinghia e mi sono reso più che mai conto di essere un privilegiato per il solo fatto di non dover fare i conti con le spese di tutti i giorni, quelle serie. Ho pensato che stare in un posto sicuro fosse mancanza di coraggio e ho concluso che in parte lo è, ma in parte è anche non essere avventatamente coglioni. Ho tirato tardi riabituandomi ad andare a dormire alle 5 di mattina, perché andare a letto presto e svegliarmi la mattina presto non è mai stato uno sport che amo. Ho urlato per sentirmi vivo e mi sono sentito. Vivo non lo so, ma di certo nelle orecchie un suono è arrivato.
Anche quando mi sono mancate le motivazioni, ho sempre trovato il modo di tirarmi su. O almeno ci ho provato, con la preziosa collaborazione di chi ha la sfortuna di girarmi attorno. E forse, dico forse, sono riuscito a regalarmi un'esistenza meno piatta di chiunque altro non abbia un luogo dove andare a guadagnarsi da vivere e sbronzarsi di rassicurante routine.
Sono umilmente presuntuoso.
Un giorno, caldo come quel giorno, e si ricomincia. Un altro inizio, persone nuove, un lavoro. Un'esperienza che con ogni probabilità finirà in un amen determinato, come da firma non ancora apposta in calce al pezzo di carta. Ma voglio provare, ho il dovere di provare a vederla come un nuovo punto di partenza per uscire dalle mie dorate sabbie mobili.
Una goccia d'acqua nel deserto è ampiamente sufficiente per tracciare un bilancio complessivo della mia consapevole e sabbatica disoccupazione. E adesso sono qui a scrivere un'ultima cartolina di saluto dalla mia piacevole oasi da incubo dissoltasi, almeno per un po', come un ambiguo miraggio.
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lunedì, 11 maggio 2009 |
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SCENE DA UN POLVEROSO E RIFLESSIVO FINE SETTIMANA TOSCANO
(on the air: Roberto Angelini - Vulcano)
Ah i viaggi, ah i matrimoni. La macchina corre sull'autostrada, con il caldo che filtra dai vetri, quel caldo che comincia a starmi sulle palle e che rende felici voi adoratori del sole e delle belle giornate. L'aria condizionata mi consuma la benzina, io consumo la strada, consumo il sudore, consumo perfino il collo bruciato dal sole veneziano della scorsa settimana. Le note sono quelle del cd appena sfornato dal mio cervello, un giorno di lavoro musicale, 114 canzoni e una certezza: tu, Roberto Angelini, hai tirato fuori un altro pezzo di quelli che mammamia.
Il panorama del Lazio è il più brutto, l'Umbria è già diversa, il verde è più vivo, tinte pastello e scure si intrecciano, il vento porta via pollini su pollini. Quando l'asfalto diventa toscano, il verde è quello dei depliant che ammaliano i babbioni americani, il polline è fitto come una nevicata in alta montagna, come i petali dei ciliegi che svolazzano fitti nei viali primaverili giapponesi. E se apri il finestrino, il naso accusa vertigini.
I luoghi che mi si parano davanti, dopo la superstrada Firenze-Pisa-Livorno sono ormai familiari per frequentazione: strano, mi trovavo qui addirittura la settimana scorsa. Il treno e la macchina del resto hanno la stessa destinazione finale. Scontato, ma certe cose vanno ribadite per sentirsi sicuri di non sbagliare traiettoria.
Nella testa un velo, solo un velo di qualcosa che non so, forse so, faccio tacere tutto.
Forse il racconto ve lo aspettate ironico, ma in realtà in questi giorni sono troppo riflessivo per farvi ridere.
La destinazione finale è raggiunta, ma non ci si ferma neppure per un attimo, la freccetta del navigatore attraversa ancora un altro po' di provincia di Pisa. Brucio sigarette mentre le estetiste lavorano nell'altra stanza, i miei occhi immagazzinano un nuovo paese e la mia bocca assaggia sapori orientali influenzati dal gusto italiano. Un flash mi abbaglia. L'autovelox sul limite di 50 e io poco sopra, per quel bastardo incollato dietro, mentre scendo dalla collina. Io un giorno inchioderò e vi chiederò i danni, è una promessa.
Un'amarezza in più. Di quelle che cerchi di rimuovere e restano là in fondo. Pur provando a unirti alle goliardate prematrimoniali subito dopo cena.
La mia solita stanza d'albergo, col casino fuori, i pensieri dentro e tre ore di sonno.
Il matrimonio in mezzo ai pollini dei pioppi è illimitato. Comincia alle 10,30 nella chiesina di campagna, tra la polvere della strada sterrata, prosegue fino alle 19 negli anfratti di una strada che si inerpica su, fino alla villa col gonfalone del drago. Il maiale con le patate viene servito alle 17,30. Si chiude alle 23 a casa degli sposi sull'argine dell'Arno, tra frizzi, lazzi, scherzi, lacrimucce e scarpe che fanno male.
È ora di dormire sonni profondi, finalmente soffocare qualunque pensiero bello o brutto, spingergli la testa sott'acqua fino alla mattinata seguente.
L'odore del caffè al bar di domenica mattina non mi capita di sentirlo quasi mai, allora cerco di vivermelo appieno e da solo. Il primo caldo forte dell'immediato dopo pranzo mi fa tremare le gambe, ma non c'è tempo. È ora di rimettersi in viaggio e rivedere il film al contrario. Piazzare i titoli di coda tra i pollini, ancora loro, i paesaggi che cambiano al confine tra una regione e l'altra, qualche tir che sfida i divieti, lo sparuto traffico del rientro, il cd che ci accompagna fino quasi alla fine del viaggio, l'acclamato bis di Roberto Angelini, casa.
Sta per aprirsi un nuovo, piccolo ciclo della mia vita. O forse s'è già aperto e me ne sono accorto dopo. Non sarebbe la prima volta.
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martedì, 05 maggio 2009 |
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LE MIE VENEZIE
(on the air: Marta Sui Tubi - La Spesa)
I treni. Questo racconto inizia con i treni, finisce con i treni. Come tanti resoconti di viaggio, direte voi. E in effetti è così, però basta-dico-basta coi treni. L'eurostar da Roma per Firenze-Santa Maria Novella è riciclato, di quelli vecchi e stretti, lo chiamano Freccia Rossa e arriva clamorosamente pure in anticipo di dieci minuti. Freccia Rossa non avrai il mio scalpo. Il regionale per Pontedera è una meraviglia, almeno si sta più larghi. Il giorno dopo ci tocca di nuovo il regionale, stavolta per Firenze-Rifredi, e il viaggio sarebbe tranquillo se non fosse che potremmo perdere la coincidenza, per via di un nostro disguido, che insomma, come dire, andava preso quello prima. Ma il dio delle ferrovie italiane, che è a dir la verità secondo me è piuttosto miope e sfigato, per una volta ci vede. E la coincidenza arriva in ritardo. Dicesi coincidenza l'intercity che deve portarci a Rovigo. Carro bestiame che più carrobestiame non si può. Per giunta popolato di scolaresca veneta (anche se poi ce ne libereremo a Bologna), capelli tipo Bastard Sons of Dioniso, con annesse truzzaggine, idiozia e acne devastante di un diciottenne a caso. Odio l'intercity, le sue carrozze da far west, la gente che ti frega il posto e i corridoi stretti che ricordano le scene dei film anni cinquanta, col ciccione di turno che non ci passa e non ti fa passare. La littorina che l'indomani ci porta da Cavarzere a Venezia, va piano, ha due vagoni, poca gente sopra, si ferma ad un casotto in mezzo al Polesine. Da una parte il verde dei campi, dall'altra un burroncino. La vacca mora (qui amano chiamarla così) percorre incerta la Padania, sbuffando tra campi arati, ville mi-sono-fatto-da-solo, e un contadino che per il primo maggio ha apparecchiato la sua tavola con circa ventiquattro spritz. Siòr aperitivo veneto. Poi. Il regionale da Venezia a Mestre lo si prende per dieci minuti a ritorno da Venezia. Primo maggio, su coraggio, un cazzo. La gente è appesa pure al soffitto, si suda che sembra estate nel Borneo, famigliole con cani e bambini, che dico io, prendete la macchina, no? Littorina di ritorno, il contadino-spritz ha sparecchiato e magari è pure imbriago. Per chiudere, ecco a voi l'eurostar diretto Rovigo-Roma, viaggio tranquillo con il suo tranquillo ritardo. Basta treni.
Ora vi racconto il resto.
Il Polesine, Cavarzere, Adria. Ci sono luoghi comuni che andrebbero lasciati dormire, e invece no. Qui esistono ben svegli e radicati. Qui nella provincia meccanica, la domenica ipnotica è il meno che ti possa capitare. Ci fanno da guida due persone a noi care, costrette lì per lavoro, ma che ne sanno e ne vedono tante: un carabiniere e un medico. Qui ci trovi gente che se non ha voglia di andarsene si fa inghiottire dai giri strani, dalla droga, dalle madonnine che piangono. Altrimenti lavori, sputi sangue e ti costruisci la villa. La terza via, quella più consigliata se hai voglia di cambiare il lento corso degli eventi, è la fuga. Noi alloggiamo a Cavarzere, poche case, villette a schiera, gente tranquilla che lavorava, passeggiando in bicicletta e via così. Misura d'uomo quasi troppo perfetta, fresca di ferro da stiro, eppure le pieghe stanno lì, basta guardare bene. Io che vengo da Roma mi sento una tigre in gabbia. Eppure viverci sicuramente rilassa. Magari troppo, magari arrivederci. Adria è la più carina, con il suo fiume che scorre non troppo placido in mezzo e la sua architettura veneziana. E ho visto un'idrovora, che ne parli per una vita, ma non sapevi com'era fatta, invece adesso sì. Nel Polesine ci sono strade che finiscono direttamente dentro i fiumi, i canali. La macchina sembra una mondina che si impegna a schivare l'acqua per quanto possibile. Ci sono paesi che si chiamano Bojon, Pegolotte, roba così. E spero che non me ne vogliano gli eventuali abitanti arrivati qui da Google.
Venezia. Venezia di primomaggio è il caos senza scampo. Prevedibile. I veneziani imprecano in dialetto contro i barbari invasori. E sono pure cafoni perché lo fanno a voce alta. Quando vengono loro a Roma, io non glielo dico mica in faccia. Magari dietro sì, ma è più educato. Venezia sembra di cartone, talmente tante le volte che l'ho vista in foto, in tv, al cinema, sui giornali, nella mia testa. Venezia è un set cinematografico che non regala sorprese. Soprattutto standoci solo mezza giornata e non guardandola di sera, che secondo me cambia dal giorno alla notte, appunto. Ci si muove a fatica tra negozi di vetri di Murano veri o presunti, maschere intriganti, gioielli di classe e soprattutto souvenir orripilanti che la gente compra, muovendo scriteriatamente l'economia. Ci sono i piccioni, c'è chi li ciba sfidando le ordinanze del doge, c'è chi addirittura se li porta sulla spalla, che schifo. Venezia è comunque affascinante nel suo budello di stradine e ponticelli con le indicazioni per San Marco in tutte le direzioni, che a volte ti ingannano fino a farti girare lo stesso angolo dieci minuti dopo e avere quella fresca sensazione di dejavù, mista al sentirti un pirla. Venezia mi affascina non tanto per la sua inoppugnabile e dichiarata bellezza, quanto perché è assurda. Cioè, da una vita sai che è costruita sull'acqua, ma quando la vedi è un altro paio di maniche. È una cosa inspiegabile, una meraviglia di follia. Come avete creato questo miracolo di architettura idrica, voi veneziani? Strade fatte d'acqua, vaporetti al posto degli autobus, gente che trova lavoro come gondoliere, che praticamente o lo cerchi qui o vai a cercarlo in qualche disgustoso e kitsch casinò di Las Vegas a forma di laguna. Il giudizio resta comunque sospeso, il beneficio del dubbio è sacrosanto, un giorno tornerò e il racconto sarà di sicuro meno convulso.
Padova. A Padova ci arriviamo da Cavarzere, con macchina e navigatore in prestito. A tal proposito, ringraziamo l'arma dei carabinieri. La strada è semplice e piacevole, quaranta chilometri in avvicinamento ai colli Euganei e man mano il verde del panorama è meno agricolo e più soave. Poi certo, quando arrivi lì ci metti un'ora per parcheggiare e per questo sembra di stare a Roma. Una familiarità di cui proprio non si sentiva il bisogno. Padova, la città del Santo. Sant'Antonio da Padova o da Lisbona, è il Santo per antonomasia perché è il più amato al mondo, così pare. Fiorisce il mercato dell'oggettino sacro. Soprattutto ci colpisce il quadro con Gesù cangiante sulla croce. Apre prima un occhio, poi l'altro. Dannati, macabri cattolici, fa paura. La basilica di Sant'Antonio è grandissima e non ha proprio niente da invidiare alle grandi cattedrali europee, lo pensiamo in due all'unisono. Evviva l'Italia. Tre chiostri, il bar e i bagni pubblici. Mica solo la bellissima megachiesa e il bookshop. Si prosegue alla mostra del fotografo dei divi, Douglas Kirkland, che ne vale la pena, andateci, andateci, andateci. C'è anche il custode simpatico ed estremamente gentile. Cammini sotto i portici e scorgi l'imponente piazza Prato della Valle, la più grande d'Europa secondo alcune fonti. Secondo altre pare sia piazza della Borsa a Bordeaux. Pazienza. C'è il mercato, la gente fa affari d'oro con capi d'abbigliamento di tutti i tipi. Padova è carina, è tranquilla anche se c'è casino. Padova ti tira per la giacchetta che non hai, per convincerti a restare ancora un po'. Questa bella città ci accompagna con uno spritz fino al tramonto nuvoloso, preludio di un temporale cavarzerano che durerà tre ore e rinfrescherà l'aria padana di maggio, decollata spietatamente fino a trenta gradi.
Dopo la toccata e fuga in Toscana di cui sopra, questa settimana è tempo di matrimonio, ancora in Toscana, appunto. Si riparte venerdì, ma stavolta il treno resta in garage, prendo la macchina.
In copertina, il casotto della littorina a Cavarzere: Welcome to the Jungle.
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martedì, 28 aprile 2009 |
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VENEZIA, ASPETTAMI CHE ARRIVO. IN RITARDO, MA ARRIVO
(on the air: Yeah Yeah Yeahs - Zero)
Vi dico tranquillamente le cose come stanno: partire, andarmene via, mi manca. E mi manca un casino. M'ero abituato troppo bene, ogni quattro mesi, via per nuove avventure in giro per l'Europa. L'ho scritto anche più di una volta, non è certo un outing di primo pelo. Però sempre per dire le cose pane al pane, la situazione economica del momento consente tanti voli pindarici e zero concreti. Quindi ecco che arriva il momento, come già era stato per il Trentino a dicembre, di sfruttare le conoscenze. E andare a vedere casa del mio cognatino, in Veneto. Dunque il tour riparte da Venezia. Ora vi parlo del mio inesistente rapporto con la laguna. Io e Venezia siamo come due persone che non hanno quasi niente in comune. Venezia è bellissima, ma tutti quei turisti, tutti quei piccioni, quell'acqua che sembra stia lì a ristagnare, non ha mai incontrato i miei favori. E magari anch'io faccio schifo a Venezia, ci mancherebbe. Però arriva il momento nella vita, che una tale bellezza, anche se non è il tuo tipo, va perlomeno incontrata per un fugace appuntamento. Per vedere fino a che punto ci si ricrede, perchè i pregiudizi a volte restano tali, ma nel caso di Venezia, cazzo, non possono restare così a vita, vanno abbattuti o confermati, ma comunque toccati con mano ferma. Da mercoledì (ormai domani per chi legge) sono in tourneè. Una giornata e mezza in Toscana, poi la fuga in treno verso Rovigo, quindi Cavarzere. Poi la mia prima volta a Venezia, forse anche Padova. In seguito parleremo della seconda parte della fuga, la settimana successiva, il nuovo ritorno in Toscana con tanto di matrimonio.
Ma intanto fatemi prendere un aperitivo con Venezia, fatemici parlare, fatemela interpretare, fotografare senza pudore, voglio provare a capire tutto di lei. E se non ci riesco, poco male, sicuramente sarà valsa la pena di conoscerla.
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lunedì, 20 aprile 2009 |
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ANTICAJA E PETRELLA C'HA L'ICS FATTOR
(on the air: The Bastard Sons Of Dioniso - L'Amor Carnale)
Io poi ci rimango male, ecco.
Non guardo il Grande Fratello da anni ormai, negandomi per questo persino la Gialappa's (e diciamolo, due palle anche loro oramai).
Non guardo l'Isola dei Famosi, da tempo diventata una sorta di riunione di freaks e illustri sconosciuti prelevati da altri programmi per sottosviluppati mentali.
Non guardo La Talpa, perché...che cazzo di programma è La Talpa?
Non guardo Uomini e Donne e mi sento fieramente demodè se a mammà dico che voglio fare il cronista e non il tronista.
Non guardo Amici, ho visto Sanremo e m'è toccato per forza sapere chi era Marco Carta, pur cercando qualsiasi modo per evitare di sentirlo, non ultimo l'azzeramento del volume col telecomando.
Non guardo La Fattoria, ma suppongo che non lo guardi nessuno. Poi se lo vedete sono affari vostri.
Mi sono però fatto convincere dagli affetti e dagli amabili amici cialtroni di Facebook, a vedere X-Factor. O meglio, ho seguito le ultime quattro puntate. Sapevo che rispetto a tutti gli altri era meglio. Meno reality, più talento; eppoi Morgan, la Mara Maionchi e l'anno scorso l'esplosione di Giusy Ferreri. E come ignorare le banalità in lingua swahili della Ventura? Ci ho provato, io. E sì come ci si affeziona al gatto di casa, mi sono rapidamente affezionato ai The Bastard Sons of Dioniso. Immagine fresca, ma non da ragazzini senza cervello. Idee chiare, che nemmeno ce li vedresti in un talent show. Rock ruvido come la polenta made in Valsugana, niente a che fare coi Finley, ci potrei mettere tre mani sul fuoco. Tutto molto bello, li preferisco persino a Noemi, brava ma segata in favore di un inutile ragazzino con l'accento da neonato bresciano, tale Jury.
I Bastardi duettano con gli Elii, barbuti a mo' di ZZ Top, in Uomini col borsello: è davvero l'apoteosi in vero budello e non in finto bue, sento che li amo. Dunque i tre pischelli trentini arrivano alla finale uno contro uno, a discapito di zavorra-Jury, finalmente freddato dal televoto. Sei lì che ci credi, un po' come quando la tua squadra inanella una serie di risultati incredibili ed è a un punto dallo scudetto. Ora X-Factor mi piace proprio. Forse vince il rock, il loro inedito rievoca i Queens of the Stone Age, mica pizza e fichi. Esagero sfacciatamente, sopravvaluto volentieri con un pezzo di millefoglie in bocca, un bicchiere di limoncello nella sinistra e una sigaretta nella destra. Lasciandomi più che altro cullare dalla speranza che vinca qualcosa di non sfacciatamente e banalmente italico, qualcosa che per una volta abbia un fottuto respiro internazionale. Che qui da noi, secondo molti il rock è solo Vasco e Liga, dimenticando che Vasco e Liga, aldilà del fatto che cantano in italiano e da vent'anni cantano la stessa canzone, non venderebbero comunque più di due copie al di sopra della Val d'Aosta. E che il rock italiano è altra cosa, ma non ve lo passano ogni giorno su Errediesse. E se siete pigri col bottoncino o la rotellina del tuning, magari manco vi accorgete che esiste, il rock italiano.
Poi arriva lui. L'altro finalista, il lato oscuro della pizza. Una grandissima voce, non c'è dubbio. Infatti quando esegue scolasticamente, ma imperiosamente Somebody to love dei Queen, mentre i Bastardi fanno i Beatles, lo preferisco. Ma certo, a me i Beatles fanno cagare da sempre. I Queen invece li rimpiangerò finchè non raggiungo Freddie Farrokh Bulsara Mercury nella tomba e mi ci faccio due chiacchiere chiedendogli come ha fatto a toccare Iddio con le sole corde vocali.
Lui, l'altro finalista, è Matteo Becucci da Livorno. Voce, dicevamo, indiscutibilmente sopraffina. Ma che mi venga un colpo -di sonno- se vince lui col suo inedito trito e ritrito, appropriatamente definito dalla mia consorte, ideale come sigla per Un Posto al Sole 2, dico se vince lui siamo daccapo. Vecchio (e non per i suoi 38 anni, ci mancherebbe), stantìo, ma così melodicamente italiano. Così rassicurante che potrebbero metterlo sul palco della festa di Forza Italia, inneggiando all'ottimismo. Così vetusto, che mi' nonno avrebbe certamente messo su Ettore Petrolini per sentire qualcosa di più nuovo sul suo grammofono. A Roma, uno così lo chiamiamo Anticaja e Petrella. Morgan si vergogna di essere il suo mèntore, ma gli tocca.
Mi trattengo dal farmi venire l'enfisema fumando l'ennesima Marlboro, ma l'adrenalina subentra di tanto in tanto al sonno incipiente. Mi sveglio dal torpore delle lungaggini tipiche di RaiUno a causa degli sfondoni di Facchinetti, che oltre a non sapere l'inglese non sa nemmeno l'italiano. E mi scappa una fragrante risata. Del resto gli ha insegnato tutto la Ventura, che è analfabeta.
Ci siamo, si decide chi vince e si pappa un contrattone discografico. Ultime due cover più due pezzetti a cappella, i Bastardi scelgono Contessa e la fanno strabene e li amo sempre più, anche perché insomma signori, Contessa. Becucci fa Mina e la fa benone. A cappella, Crosby-Stills-Nash (Suite Judy Blue Eyes) vs Spandau Ballet (I'll fly for you). Ai punti meglio i BastardiFigliDiDioniso.
Il televoto mi regala la prevedibile delusione: per 16 miseri voti ha vinto Anticaja e Petrella.
Allora sapete che c'é? C'è che simpaticamente, di musica non ci capìte una sega. Tenetevi Becucci, Sanremo, Pippo Baudo, Ramazzotti, Al Bano, Antonacci, Marco Carta e compagnia cantante, per l'appunto. E tenetevi pure Giò Di Tonno, già che ci siete. Il rock non fa per gli itaGliani con la gì. Che già lo sapevo, ma per un attimo ci ho sperato.
Ho perso lo scudetto, m'è scappato il gatto di casa, ma se i Bastardi continuano per la loro strada, diventeranno qualcuno.
Però intanto X-Factor non lo vedo più, perché poi ci rimango male.
in copertina: il Vecchio e il Mare
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lunedì, 13 aprile 2009 |
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PENSIERINI DI PASQUETTA
(on the air: Pete Doherty - Last of the English Roses)
Ho visto Roma semideserta in questi giorni pasquali. E non m'è dispiaciuto non finire intrappolato nel traffico, poter gironzolare e parcheggiare comodamente di sabato in zone che di solito sono off limits, causa sagra del coatto che mena e dell'oca starnazzante del sabato. Ho mangiato, dribblando come sempre l'abbacchio, che non mi piace. Ho visto un film al cinema, Diverso da chi?, ben girato e recitato, ma con una trama piuttosto scontata, nonostante il tema omosessuale trattato una volta tanto -vivaddìo- con leggerezza, ma senza scadere nella macchietta. Ne ho visto un altro, un' oretta dopo, che mi è piaciuto decisamente. Si chiama The Jacket, è del 2005, e se qualcuno non l'ha visto, glielo consiglio. Ho scoperto che giorni fa mio cugino è stato insultato e minacciato da Enrico Varriale in gelateria e purtroppo, non seguendo il calcio, non sapeva chi aveva davanti (a parte il fatto che era un giornalista sportivo, visto che il Nostro glielo ha boriosamente fatto notare, manco fosse il re dell'universo). Non sapeva che se lo avesse pestato di botte avrebbe fatto la felicità di milioni di italiani. E se lo avesse filmato lo avrebbe sputtanato davanti all'Italia intera. Che peccato.
Non ho più sentito la terra tremare, il che non conforta certo chi è rimasto senza una famiglia o senza una casa, ma almeno la faglia sta cominciando a darsi una calmata, speriamo. Speriamo anche che sul branco di coglioni, stronzi, sciacalli, cazzari, presuntuosi alfieri di stocazzo, vignettisti, cali il silenzio una volta per tutte. E che gli assassini vengano presto puniti in modo esemplare. Anche se spesso mi sembra che vivendo dove viviamo, sia una speranza vana.
Sono a casa per questa Pasquetta. Grazie al cielo non avevo inviti per grigliate, braciolate, giornate al mare. Alla larga da ristoranti zeppi di famigliole assatanate, dal traffico del rientro che passi tre ore tra farti uscire cibo scadente dal naso e ruttare dietro un pallone sul prato, e quattro a contemplare i cartelli con il chilometraggio che manca a casa tua. Poi piove. Quindi sentivo al tiggì che in alternativa si va al centro commerciale. Ma un colpo di pistola in bocca, no?
Qualche altra ora e la carrozza che è Roma in questi giorni, tornerà zucca. Corredata di zucconi.
Sì certo, sottinteso, vi auguro di passare un buon residuo di pasqua, pasquetta e pasquettina.
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lunedì, 06 aprile 2009 |
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L'istante esatto
Ogni giorno muoiono milioni di persone, suppongo. C'è chi muore di vecchiaia, chi sotto le bombe di una guerra ingiusta, perché una guerra giusta non esiste mai, ci sono adulti e bambini che muoiono di qualche male bastardo. Ma in nessun caso, noi, se non siamo direttamente coinvolti, sappiamo il momento esatto in cui queste persone se ne vanno. Il che non consola di certo. Però.
Stanotte, alle 3,30, ero seduto sulla mia sedia, davanti al pc, vagliando l'ipotesi di andarmene a dormire, com'era normale che fosse. Poi s'è mosso tutto. Le fondamenta del palazzo tremavano come non ricordavo di aver mai sentito. Quella volta di Assisi si muovevano le cose, i soprammobili. Stavolta no. Sbattevano le serrande, dondolava il pavimento, le mura di casa non potevano più definirsi amiche. Quaranta interminabili secondi, poi il silenzio. Ed è stato in quel momento, mentre Roma si svegliava di soprassalto, che mi ha assalito il terrore. Una sensazione che non avevo mai vissuto. Quella, nitida, che se l'epicentro fosse stato a diversi chilometri di distanza e dunque il terremoto molto più violento di quello che avevo avvertito a casa mia, in quei quaranta secondi tanta gente stava morendo. L'unica speranza era che fosse in mare, quel dannato sommovimento. Ma conoscendo la situazione sismica abruzzese di questi ultimi tempi, era una speranza vana. Internet, televisione, televideo. La frenesia di sapere dove, chi, perché. Fino alle 6 di mattina per capire che purtroppo quell'istante era stato fatale, letale. Pensateci bene. L'istante esatto. A me questa cosa ha fatto tanta paura. Molto più della mia casa che ballava.
Sapere. Sapere che in quaranta secondi, mattoni, travi, cemento, crollavano in testa a centinaia di persone addormentate e inconsapevoli o sveglie e consapevoli. E non c'è peggio o meglio. Non c'è fottuta retorica. C'è solo paura, dolore, morte.
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martedì, 31 marzo 2009 |
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STRYCHNOS NUX-VOMICA
(TITOLO FIGO, MA RANDOM. SPECIAL THANKS TO WIKIPEDIA)
(on the air: Depeche Mode - Wrong)
Giorni fa, mi soffermavo a pensare quale esistenza avrebbe condotto Jim Morrison di questi tempi se fosse stato ancora vivo. Immaginavo un reality alla Ozzy Osbourne con le risate finte in sottofondo, un concerto di vecchie glorie in Alabama o un duetto trasgressivo con Pink. In tutti e tre i casi mi sono reso conto che morire giovani, a volte non è poi così male.
Poi sono passato a chiedermi perché avevo pensato proprio a Jim Morrison. Considerando anche che la mia fase Doors a 18 anni si può riassumere in quattro o cinque canzoni: non sono mai stato il tipo da Re Lucertola, nè da rock anni sessanta-settanta. Si sa, ho sempre fatto il tifo per la new wave anni ottanta. Infatti, ascoltare Beatles, Pink Floyd, Led Zeppelin, Genesis, non mi provoca quel trasporto interiore che spesso si ingenera negli intenditori di musica. Apprezzo tali gruppi senza strapparmi i capelli, ma certamente -nessuno si allarmi- so distinguerli da Raf, Laura Pausini o gli amici di Maria De Filippi. Anzi, questi ultimi li ignoro, avvolto nel più cupo dei pregiudizi, consapevole di fare cosa saggia ignorando.
E allora, perché pensare a Jim Morrison? Non lo so. Però stavo fumando una sigaretta. E allora m'è venuto in mente quando, quasi maggiorenne, provai goffamente ad aspirare una Chesterfield rossa e in sottofondo c'era Light my fire o Roadhouse Blues o so un cazzo di quale altra canzone fosse. Era la mia iniziazione al catrame, a casa di un tizio più piccolo di me, che di lì a poco non avrei nemmeno più rivisto. Lui sì che era in fissa coi Doors. Tutti intorno al tavolo a passarsi una sigaretta bruciata piano e intanto un vinile strillava forse let it roll, baby roll.
Mentre rifletto su queste amene minchiate, mi rendo conto che non mi piace usare la parola vinile. Io li ho sempre chiamati dischi. 33 giri, 45 giri, al limite LP che se qualcuno fosse per caso ignorante in materia sta per Long Playing, lungo suonando. Usare la parola vinile per parlare di un disco, è come dare del non udente a un sordo o del diversamente dolce a un sott'aceto. Jim Morrison, che probabilmente era uno che ci capiva, non avrebbe mai annunciato l'uscita di un suo vinile, neanche da strafatto. Pardon, da diversamente lucido.
Dunque Jim Morrison ha insolitamente generato un flusso di coscienza? Errore. Non è colpa del vecchio Jim Re Lucertola. Qualsiasi superficiale sciocchezza mi provoca flussi di coscienza a catena. E io, che sto attraversando un periodo di rarefazione, accetto supinamente tale condanna. Ne consegue che il responsabile sono solo e soltanto io. Sono il mio cavallo di Troia, sono il maggiordomo che il colpevole è sempre lui, sono il Kaiser Soze dell'emisfero destro del mio cervello, sono senza alcun dubbio un reo confesso della modalità intuitivo-olistica.
E un giorno, vi giuro, sterminerò le risate finte di sottofondo di cui al primo capoverso.
Let it roll...all night long.
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mercoledì, 25 marzo 2009 |
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FIGLIUOLO, DA GRANDE, NON FARE IL GIORNALISTA
(o se proprio vuoi farlo espatria, evitando magari la Cina)
(on the air: Röyksopp - Happy Up Here)
Le attitudini sono quelle che sono. Anche quando magari te ne accorgi con un epocale ritardo. Cioè, quello che voglio dire è che dopo il liceo classico, per noi parolai non esisteva una cazzo di facoltà. O meglio, scienze della comunicazione era avvolta dal mistero del suo primo anno di vita. Si narrava di numeri chiusi impossibili, esami astrusi, mostri che ingurgitavano inchiostro simpatico e leggende ben più assortite di una scatola di biscotti danesi al burro. Io avevo la colpa di essere in un periodo di mezzo, come sempre mi succede nella vita, una specie di eterno medioevo. E allora scelsi giurisprudenza, per poi rinnegarla ben due volte, quasi come Simon-Pietro -di cui porto metà nome- negli anni a venire. Ah, la legge. Non c'è cosa più arida. Nemmeno la matematica, che certo riserva sorprese gustose a chi la sa trattare coi guanti. No, la legge è quella. Ogni tanto arriva uno stronzo di giudice o di politico a cambiare le carte in tavola, ma il codice, l'articolo, il comma, sono grigi quanto un insoddisfatto signore di mezza età prima di farsi la tinta rossiccia e risultare più grigio di prima. Senza offesa e con un cartolina di buon divertimento a tutti coloro che hanno portato meritevolmente a termine gli studi forensi.
Io poi ai temi avevo il cinque fisso, anche se alla maturità misi soavemente nel paniere un tondissimo otto. Forse ormai mi ero convinto di essere una schiappa, mica mi piaceva scrivere. La tardiva folgorazione sulla tortuosa via di Damasco arrivò qualche anno più in là. Tempo dopo, quando raccontavo del mio lavoro in radio, la gente mi diceva che mi invidiava e intanto io non beccavo una lira. Però rimorchiavo, eh. Ancora oggi quando dico che sono un giornalista (pubblicista, che ormai vale come un etto di stracchino di qualità scadente), la gente si stupisce, manco fossi archeologo, astronauta e velina insieme. Indipercui ci sarebbe davvero da stupirsi, occupandomi di brontosaure spaziali fighe.
Smarrita del tutto la diritta via di Damasco, ho messo insieme un curriculum da parolaio più che dignitoso e di professione sono un giornalista disoccupato che da qualche mese deve reinventarsi e non ci riesce per colpe sue e altrui. È un mondaccio, si dice. Vero, verissimo. Laggente guadagnano duemila euro al mese, senza saper mettere due parole in croce. Ma cosa vuoi, -e qui vacillo sull'orlo di un facile ma sacrosanto qualunquismo- c'è il calcio nel culo, c'è il triplo calcio nel culo, c'è papà che ti ha scaldato la sedia, c'è che siamo troppi, c'è che i vecchi non vanno in pensione, c'è crisi dappertutto, c'è che quella facoltà che prima era misteriosa, adesso è come giurisprudenza ai miei tempi. Prima eravamo tutti avvocati, adesso siamo tutti comunicatori. Eppoi sono un comunicatore che non sa sgomitare. Forse una volta era un pregio, ora è un difetto. Lo insegna anche quella stronza esaurita che lanciava i bicchieri al Grande Fratello. Lo ha detto chiaro e tondo dall'alto del suo partecipare a un reality per minorati psichici: chi non sgomita è un fallito. Al prossimo colloquio mi porto due o tre bicchieri e li tiro in faccia al mio interlocutore, stai a vedere che è la volta buona che mi prendono. Oppure tento di reinventarmi, come sto pensando di fare in questi giorni. Prima che mi caccino di casa e prima che vada in bancarotta totale.
In Italia, essere giornalisti trentenni, può regalare tante soddisfazioni, tipo quella di avere molto più tempo per se stessi. Tempo per riflettere sul vero mestiere per portare la pagnotta a casa. So fare tante altre cose, mi dico, ci vogliono nuove professioni. Ebbene con un rapido screening di me medesimo: so insultare divinamente le donne col suv e spesso anche gli uomini. So resistere davanti a un i-Phone in vetrina senza avere la benchè minima pulsione di comprarmi tale inutile feticcio. Faccio i test su Facebook. Posso riuscire nell'impresa di mangiare simultaneamente 10 Pringles impilate. Cucino bene e sto imparando a ramazzare da professionista del pulito. Ho studiato un volume vivente di paraculaggine applicata al fancazzismo avendo davanti il mio ex capo tutti i giorni. Oddio, tutti i giorni. Diciamo quando si ricordava di arrivare, in ritardo, a pontificare quattro cazzate in slang aziendal-inglese. Poi-poi vediamo che altro so fare...sposto gli oggetti con la sola forza delle mie mani, respiro e una volta al giorno dormo.
Sono persino in grado di rispondere perfettamente a dozzine di annunci di lavoro che si trovano su internet.
Ne ho le prove:
Annuncio standard: cerchiamo un project manager che sappia gestire i feedback della working line adiacenti a un adeguato know how sul browser del proprio carisma.
Mia risposta: ma parla come magni, va.
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mercoledì, 18 marzo 2009 |
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ROMA IL GIORNO DI SAN PATRIZIO (ANCHE SE A MALAPENA TE LO RICORDI)
(on the air: Ladytron - Tomorrow)
La sera di San Patrizio è una sera come tante. Non siamo certo in Irlanda. E non è nemmeno la pagliacciata di Halloween. Infatti quando sono uscito ieri sera non ci pensavo nemmeno. Roma, il centro di Roma dico, è quasi deserto: il martedì non è nemmeno in mano ai turisti. Forse c'è qualche vip che si aggira furtivo alla larga dai paparazzi, c'è un paparazzo giapponese che paparazzo non è, ma fotografa senza dubbio la più bella tra le belle: Roma svuotata a piazza del Popolo allo scoccare della mezzanotte. La città si mette in posa per lui, non si stanca, non si distrae appresso a ragazzetti caciaroni o venditori ambulanti di rose, e nemmeno appresso a noi che passiamo e le strizziamo l'occhio rompendo il silenzio solo per raccontarci di piazze enormi berlinesi e padovane. Si vede che è la sera di San Patrizio, perché la campagna virale dei cappelli verdi della Guinness è ormai anche qua un classico da qualche anno. E sorseggiare del morellino di Scansano in un'enoteca storica di via della Croce a ritmo di musica celtica, gaelica o nonsocchè, ti fa pensare per un attimo agli gnomi, la pentola piena d'oro e intanto placido il morellino che scorre. Con tutto che io per l'Irlanda non nutro questo amore sconfinato, anzi. Però giuro che un giorno prendo e ci vado, così forse cambio idea.
C'è un mondo parallelo nelle traverse di via del Corso. Un mondo più tranquillo rispetto all'arteria del consumismo per eccellenza. Se decidete di passare un sabato pomeriggio da quelle parti, per evitare turisti e romani assatanati, basterà spostarsi per vie laterali, che non si chiamino via Condotti, certo. Via della Croce, via della Vite, via Belsiana, via delle Carrozze, via Mario de' Fiori, via Margutta e tutte le altre ancora più piccole e ammiccanti. Negozi un po' meno firmati anche se costosi, posti decisamente meno global e niente gomitate dai passanti.
Ma torniamo a ieri sera.
Basta dare uno sguardo fuori dalla finestra dell'enotecantica, per capire che stasera c'è poca gente. Fa freschetto, c'è un po' di vento che porta via due cartacce, i ristoranti chiudono e contano l'incasso della giornata, buttano gli avanzi e allora ecco che un gabbiano di dimensioni umane, atterra, spilucca cibarie e decolla come su un'esclusiva pista d'aeroporto. Dentro intanto, il vino scalda gli avventori, c'è chi approccia con la straniera di turno, chi ride, chi accenna un ballo irish col cappello verde in testa. È la Roma di un qualsiasi martedì sera, cheppoi a un certo punto ti ricordi che è anche il St.Patrick's Day. È la Roma che pigra, tira tardi tra un bicchiere di vino italiano e uno di birra irlandese e non si fa mancare niente. Nemmeno il bacio della buonanotte.
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