
BARCELLONA, I TASSISTI E I COLORI
(on the air: Infadels - Make Mistakes)
Questa storia comincia su un aereo che mi riporta a Roma. Anzi finisce, ma ho deciso di farla cominciare da qui. Dall'impazienza di fumare una sigaretta appena fuori dalle enormi porte a vetro dell'aeroporto di Fiumicino tra uno schizzo di pioggia e l'aria fresca e umida delle dieci di sera. Ma facciamo un salto indietro. I tassisti di Barcellona sono perlopiù onesti, ordinati e hanno ognuno un loro stile, adatto a tutte le situazioni. Così, se devi andare dall'aeroporto Prats fino all'albergo futuristico sull'Avinguda Diagonal accanto a quello strano e ambiguo coso che risponde al nome di torre Agbar, il tassista non ti fa sentire nostalgia dell'Italia. Non se ne sentiva il bisogno, ma la sua compilation inanella Tozzi, Pausini, Battisti, Cocciante e altri italiani, rigorosamente in spagnolo. L'impatto barcellonese è frenetico perché devo anche incontrare mio cugino, che lui il suo soggiorno qui lo sta concludendo. Metro, Plaza Catalunya è immensa, calda e piena di turisti alle tre del pomeriggio. Un immenso fiume di gente che dopo due chilometri di rambla, sfocia in mare. Ah sì, la Rambla. Un posto pieno di grandiosi artisti di strada dai travestimenti più improbabili, indigeni rilassati, viaggiatori di ogni razza ed età, ristoratori senza scrupoli e borseggiatori mimetizzati. Capita che incontri Cristoforo Colombo che non guarda proprio verso l'America, direi più verso l'Africa, ma che importa, era convinto di aver scoperto l'India. C'è gente che prende il sole appesa a un ponte di legno che collega un centro commerciale in mezzo al mare al resto del mondo. La prima sensazione che ti dà Barcellona è quella di non essere chissà dove. Non dico che ti senti a casa, ma nemmeno all'estero. Sarà che in fondo siamo tutti latini. Ben presto ci verranno a noia i cambi da una metro all'altra. Chilometri di scale e corridoi con le gambe segate. Di sera si mangia più tardi, alle nove è giorno, Passeig de Gracia è uno stradone elegante che tra un palazzo e l'altro nasconde edifici di rara bellezza; puoi imbatterti, per citare le più celebrate, nella Casa Batllò di Gaudì con il suo tetto-drago o nella Pedrera-Casa Milà con le sue inconfondibili guglie bianche. Il delirio modernista è sempre presente nella capitale catalana. Colori, forme appuntite e arrotondate, armonia. Forse è per questo che Barcellona è tremendamente fotogenica.
Per arrivare al Parc Güell con l'autobus numero 24, è un viaggio della speranza. Ma poi ne vale la pena, tra finte grotte, terrazze panoramiche, casette da favola e il drac, il lucertolone più colorato del creato. E in una piazzola nel bosco, sembra di stare a Cuba col gruppo di turno che suona (bene) Oye como va. Qui la latino-americana la tollero di buon grado, c'è un posto adatto per tutto. E Gaudì sia. Il tassista che ci porta alla Sagrada Familia mentre siamo spersi in un quartiere residenziale tentando di orientarci invano, ascolta musica commerciale, pezzi storici, i Police. Cose rilassanti, dopo la paura di rimanere sotto il sole e perdere ritmo e gambe in un colpo solo. Due uomini nudi, reduci dal sit-in della PETA ci passano accanto e non è un bel vedere. La Sagrada è un'imponente incompiuta. Bella, bellissima, eppure mi emoziona poco. Sarà che mi sento troppo piccolo rispetto a quelle punte che volevano arrivare direttamente a punzecchiare Iddio. Eh, Gaudì. Casa Batllò vista da dentro è un capolavoro di eccentricità colorata senza eguali. Soprattutto se visitata dopo mezzo litro di vischiosa sangrìa accompagnata solo da una tortilla de patatas o una crema catalana. La sera infatti è crollo. Cena alle undici al pub di un centro commerciale di fronte all'albergo. Poca qualità, molta scortesia. Mica come la sera prima, al ristorante galiziano tra tapas e paella.
La successiva alba è vagamente riposante: le rovine romane dell'antica Barcino, i vicoli medievali del Barri Gotìc, sembra quasi di stare a Roma. Il chiostro pieno di oche starnazzanti della Cattedrale gotica è un signor chiostro, pure con le palme. La rilassante Plaza Sant Jaume ci rifocilla con i bocadillos di Bocatta. Ma poi è il momento di andare al Camp Nou, un vero tempio del calcio. L'autobus ti lascia a pochi metri dallo stadio, ma l'ingresso per la visita è lontano. Bellissimo, d'accordo, però collegarlo meglio sarebbe stato un atto di pietà nei confronti dei nostri arti. Ronaldinho in 3-D, Messi cartonato, merchandising di tutte le fogge, lo stadio è ancora più grande e spettacolare di come te lo immagini, arrivare a un passo dall'erba è emozionante come sedersi in tribuna d'onore e avere un colpo d'occhio straordinario o guardare da vicino la Coppa dei Campioni strappata alla Sampdoria sedici anni fa. Mas que un club. Altro giro, altro taxi, c'è la funicolare per Montjüic che ci aspetta. Il tassista ascolta musica leggera spagnola. Su a Montjüic non c'è molto a parte il panorama, però ci piace e peraltro dopo la funicolare ci vai con la teleferica. Ritorno, doccia e via per lo spettacolo di fontane. Che qui non hanno molta acqua, ma le colorate fontane musicali sono un simbolo e ne sputano ettolitri in mezzo a Plaza de Espanya. Le note sono a tema acquatico, da La Sirenetta al Titanic, oh c'è persino Porta a Porta, ehm, Via col Vento. Anche se poi Freddie Mercury e Montserrat Caballè interpretano questa città in maniera sontuosa e sbaragliano tutte le altre colonne sonore. Il tassista più pittoresco che ci capiti lo becchiamo alle undici di sera: a bordo ha il navigatore, la radio che spara musica tradizionale spagnola della peggior specie e sul sedile destro, sua moglie che gli legge le strade. Cena sul mare a base di fideuà (la paella con la pasta al posto del riso) e vino bianco nel pieno del sabato tra ragazzine ubriache, che ti chiedi perché a vent'anni invece di fare il coglione in Sardegna non eri qui a fare incetta, e rimorchioni in tiro che passano da un locale all'altro. Noi si fanno quasi le due. Taxi, musica disco, letto.
Ok, ok mi sbrigo che non ce la fate più. Fast Forward: andate a vedere il Palau della Musica Catalana nel placido quartiere di Urquinaona. Ne vale la pena, ma prenotate con un giorno di anticipo la visita guidata. Noi l'ascoltiamo in catalano e si capisce. Splendido e punto. Poi saliamo fino agli ottocento metri del monte Tibidabo, tra una chiesa gotica e un luna park un po' sinistro, una funicolare che si arrampica e un panorama mozzafiato. A Sant Gervasi ci sono le ville extralusso e due vecchine mi indicano la strada giusta per prendere l'autobus in direzione Casa Milà/Pedrera. Folle capolavoro, mi scappa ancora questa parola davanti al genio di Antoni Gaudì. Sul tetto ci stiamo quasi un'ora, sarà per quello che ci siamo vagamente abbronzati? L'aperitivo si fa nel malfamato e alternativo quartiere del Raval. Ad accompagnarci è un tassista col codino che ascolta roba virtuosa tipo Jimi Hendrix e John Petrucci con l'I-pod attaccato all'autoradio. Croquetas de jamòn da mangiare, Cava da bere, Barcellona-Valencia in diretta, si sta bene al Raval. Compro anche una maglietta al mercatino da una simpatica ragazza che fa la grafica. Di nuovo movida e cena sul lungomare di Barceloneta con tanto di ulteriore aperitivo di gazpacho alla fragola. Anche qui i colori la fanno da padrone. I locali sono uno più trendy dell'altro. Ci godiamo anche un lieve accoltellamento in diretta con annesso arrivo della polizia a mò di telefilm. Il ritorno in taxi ce lo facciamo ascoltando la diretta radiofonica di Osasuna-Real Madrid, che assegnerà la scudetto al Real e confezionerà un'altra cocente delusione per il popolo blaugrana.
Sì, finisco. Santa Maria del Mar è un'altra cattedrale gotica di tutto rispetto. La Boqueria è il mercato più bello che esista, credetemi. Il trionfo, ma guarda un po', dei colori. Ti godi il tutto con in mano un ottimo frullato di frutta al naturale, te lo fanno assaggiare per strada e poi inevitabilmente lo compri perché è buono. Non lo prenderei mai altrove, ma c'è un luogo per tutto, appunto. Il tassista che ci porta all'aeroporto, now playing Bob Sinclair e altra roba disco, ci fa pagare un botto rispetto alla media bassa degli altri. È l'ultimo. Ci attende lo sfigato gate 17 dell'aeroporto, una hostess che prima dell'atterraggio sbotta a ridere al microfono e non si riprende più, ma per fortuna stavolta i passeggeri non fanno l'applauso cafone all'atterraggio. All'andata sì. Italiani, bleah. Da quell'ultimo taxi all'atterraggio passano circa quattro ore. Nelle quali concludo che anche in Spagna si sta molto meglio che da noi, che c'è anche molto più ordine e pulizia, che la gente è meno cafona, che si mangia bene e imparerò a cucinare le mie tapas preferite, che tornerò a Barcellona, che insieme alla Noe si viaggia sempre sul velluto e non è cosa da poco. Da quell'ultimo taxi all'atterraggio penso a quella sigaretta da fumare accanto alle porte a vetro. La fumo. Hasta pronto.
In copertina: foto di me medesimo - I comignoli di Casa Milà, seppia.
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