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MACHISSENEFREGA!
Riflessioni semiserie e seminò di S, trentaquattrenne romano,
non particolarmente depresso, ex-speaker in radio, giornalista, blogger per caso, ex single convinto attualmente pentito, alla perenne ricerca del divertimento puro (e non il divertissement di Pascal), quello che in tutta una vita dura sì e no otto minuti e trentasei secondi
LE CREATURE



Lo spin off: ATARU GREATEST HITS

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domenica, 18 ottobre 2009 |
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SEI ANNI A FREGARCENE
(on the air: Nouvelle Vague - Dance With Me)
Dopo 6 anni, oltre ad aver un po' abbandonato tale luogo, non sono più bravo nemmeno a festeggiarlo. Ma mica per altro, pensateci bene. Ogni anno ridire le stesse cose oppure ogni anno a sforzarsi di fare qualcosa di diverso. Non a caso festeggiare quasi tutti i compleanni umani m'è andato sulle palle già da un bel po'. Trovo profondamente insensato festeggiare un anno che va via per giunta insieme a gente che ti fa il regalo tanto per fartelo. Meglio, se proprio si deve fare, farlo nell'intimità. Quindi mi limito a dire che questo blog compie sei anni. Che sono veramente tanti. Io a sei anni andavo in prima elementare e sparavo certamente meno cazzate di adesso. Ma non volevo andarci, fedele alla mia proverbiale pigrizia e a un po' di presunzione, come ebbi modo di dire a mia nonna: nonna che ci vado a fare io a scuola? sono nato imparato! Sei anni. Andremo avanti piano qua, lo sapete, cari fedelissimi quattro lettori rimasti. Del resto ormai ho imparato tutto quello che c'era da imparare.
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sabato, 10 ottobre 2009 |
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BARACK OBAMA HA VINTO X FACTOR
(on the air: Julian Casablancas - The 11th Dimension)
(ANSA --- ORE 15,00)
Con decisione a sorpresa, anche a causa dei bassi ascolti, X Factor chiude in anticipo.
Ma prima di sbaraccare, il talent show di Raidue, ha annunciato il vincitore di quest'anno.
Che è a sorpresa l'americano di colore Barack Obama.
Obama ha battuto in finale Chiara.
Lotta serrata fino all'ultimo per capire se era più politically correct far vincere un nero o una ragazza sovrappeso.
Ma Obama ha giocato la carta vincente interpretando in falsetto "More than a woman" dei Bee Gees travestito da vulcaniano di StarTrek, commuovendo di fatto la giuria, il pubblico in studio e soprattutto quello a casa.
Per la cronaca, il terzo posto è andato alle Yavanna, eliminate precedentemente per la loro poco convincente interpretazione di "Meno male che Silvio c'è".
Così i giudici:
Mara Maionchi: Barack diventerà una star, cazzo! Lo sapete che io me ne intendo, porca puttana!!
Oltre al contratto discografico da 300mila euro, a Barack dedicheremo Barackopoli, ispirata al progetto originale di Renatone Zero e la sua Fonopoli.
Morgan: io volevo far vincere Silver, la sua profondità, il suo talento, la sua interpretazione profonda e cantautorale, la sua voce e lui che non è emo. È emo per voialtri che forse dovreste abbandonare il mondo della musica, dovreste urticarvi le orecchie. E gli over 25 non li avevo io.
Claudia Mori: io e Adriano siamo felici. Ha vinto la mia categoria, ha vinto uno di colore, peccato solo non sia una donna. Perchè noi donne veniamo sempre penalizzate dalla violenza su noi donne, dalle foto brutte dei reality, dalla maternità, dal buco nell'ozono su noi donne, dalle banalità su noi donne, da noi donne. Adriano ha detto che Barack è rock e Facchinetti è lento.
Il bravo presentatore Francesco Facchinetti ha dichiarato laconicamente con le uniche parole che ha imparato a memoria oltre a pusc de botton: A VOI LA DISANI...ehm...DISAMINA.
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martedì, 08 settembre 2009 |
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VITA PARALLELA&POSSIBILE vs VITA REALE&UN PO' IMPOSSIBILE
(on the air: Virginiana Miller - Tutti al Mare)
Un'altra realtà, l'ennesima altra realtà. A pensarci bene quando te ne vai all'estero fai lo sforzo di pensare come sarebbe vivere lì, prendere determinate abitudini, mangiare il loro cibo e la lingua e ancora tutto il resto. Ho fatto tanta strada a immaginare e non ho mai pensato come sarebbe vivere in Italia, da un'altra parte. Non l'ho mai pensato perché ci tengo troppo alla mia città, agli affetti, al caos che contraddistingue Roma. E soprattutto perchè probabilmente un po' reggerei pure, ma poi non ce la farei. Però durante l'ultimo weekend sui colli pisani, per l'ennesimo matrimonio, ammetto di averci pensato di più. Sarà colpa di settembre, della ricerca del lavoro che qui è una giungla, di gente che mi ha fatto girare i coglioni qui in loco? Forse. Ma a volte le decisioni si prendono proprio perchè influenzate dagli eventi. Con questo non sto dicendo che me ne vado da Roma. Non mi ritengo ancora pronto per un gesto simile, per giunta non motivato da alcuna opportunità lavorativa. Anzi, probabilmente rileggerò tutto questo tra una settimana, un mese, un anno e ci riderò su. Però adesso va così, signori. Colpo di scena: potrei abituarmi alla vita di paese. Non qualsiasi paese, è chiaro. Non nella bassa padana, piuttosto la morte, e nemmeno dove non conosco nessuno. Ma se c'è un posto che non ti dispiace, c'è gente che conosci che a volte sembra stimarti più dei quattro coglioni che stanno qui, sei abbastanza vicino a Roma e agli affetti, la casa ti costa meno e forse riusciresti a trovare un lavoro vero, non come la merda che ti offrono qui, ci pensi, cazzo se ci pensi.
Ora tutti diranno che è colpa di settembre. Ditelo, magari lo è o magari lo è solo in parte o forse anche per niente. Dovevo scriverla questa cosa. All'inizio pensavo di no, però secondo me mi fa bene, in un modo o nell'altro. Immaginarmi mentre saluto il vecchio in bicicletta invece di tentare di metterlo sotto, immaginarmi di gironzolare per strade extraurbane stando attento agli autovelox invece che ai motorini che tagliano la strada, respirare aria meno soffocante, fare una vita meno stressante. Non lo so, al momento mi alletta. C'è solo il timore di sentirsi in gabbia e ripensarci in due settimane. Al novantanovepercento passerà anche questo momento di crisi con la mia città e coloro che la occupano, tanto più che il caldo pare essersi finalmente levato dalle palle insieme ai suoi ammiratori. Ma se non passa il momento, restate sintonizzati sulla tacchetta delle novità, ché non si sa mai.
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venerdì, 24 luglio 2009 |
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PER CUI LA QUALE: CICALE CICALE CICALE
(on the air: Julie's Haircut - Satan Eats Seitan)
M'è finita la stagione dei concerti (Nouvelle Vague, Subsonica e il concertone indierock che vi ho raccontato). M'è finito il lavoro, aspetto l'ultimo stipendio per dirmi disoccupato, ma intanto mi professo meschinamente in ferie. Non v'è dubbio alcuno che questo limbo, lasso di tempo che mi separa dalla partenza per Barcellona è un limbolasso completamente vacuo. Con questo non voglio dire che chi è ancora chino sulla scrivania, sui libri o su se stesso, stia meglio di me, anzi. Sta peggio. Questo stronzo periodo che ci divide da mète più o meno esotiche, dai sette mari, dalle otto montagne e dalle nove capitali del mondo è definitivamente uno stronzo periodo. Scollinato mezzo luglio, siamo qui ad annaspare sotto la vampa africana senza possibilità di refrigerio che non sia artificiale. Siamo ridotti tutti come quei ciclisti che vedono il traguardo in lontananza, ma il fiato per lo sprint, quello, non lo trovano nemmeno scavando con la ruspa nei polmoni. E Dio, sono sicuro che anche i pensieri piccoli o grandi che siano, vi fanno sudare le proverbiali sette camicie che dovrete dunque lavare e rilavare in attesa dei suddetti sette mari. Qui amici miei, non è nemmeno più una sfida personale con il caldo -quella è persa in partenza- è solo una questione di resistenza mentale e fisica. E non siamo nemmeno stipendiati da un lurido produttore di reality show, nemmeno quello, cazzo.
Personalmente, lo sapete, odio l'estate e il suo effimero modo di ritemprarti. Chè uno torna ai blocchi di partenza più stanco, scoglionato e pensieroso di quando ha preso il primo volo per sfanculandia. Per riposarsi davvero, bisognerebbe dormire quindici giorni filati nella tundra siberiana, altro che salarsi come i baccalà in mezzo a una spiaggia piena di teste. Ma non saremmo soddisfatti comunque.
E allora cosa ci resta? Una colonna sonora inconfondibile: le cicale. Dormi nel tuo letto e queste cazzo di cicale stanno lì a darti la buonanotte. Apri gli occhi evvualà, le cicale sono lì che cantano e sembrano dirti che è arrivata l'ora di svegliarti per consumare un'altra giornata di limbolasso. Esci per comprare il costumino nuovo, la pappa per la sera, una birra tiepida, e loro, gli insetti più idioti del creato, sono lì a fare questo sporco lavoro che qualcuno deve pur farlo. Ma anche no, dico io. La cicala è talmente imbecille che, nonostante non abbia mai amato la formica, nella nota favola ho sempre fatto il tifo per quel pugnace seizampe comunista.
E ormai ho consumato le ultime energie rimaste per scrivere queste due amenità. Credete forse che nel frattempo le cicale abbiano smesso di intonare il loro peana di 'sta minchia? La risposta è scontata ed è no. Hanno iniziato a cantare il primo luglio e smetteranno non prima dell'inizio di settembre. Nemmeno il fu Festivalbar era così preciso. Me le immagino, queste assurde bestie, salire sul palco dell'Arena di Verona e sbaragliare i dischetti estivi di Ramazzotti, Zucchero e Vasco. Beccarsi il disco d'oro da Cecchetto e crepare due giorni dopo al primo refolo d'aria fresca sotto i ventuno gradi Celsius. Se non risorgessero l'estate successiva, finirebbero persino nella leggenda tipo Michael Jackson o Elvis the Pelvis.
Però nel corso della mia guerra, ho vinto almeno una battaglia. Tradito dal ventilatore assassino, nel pomeriggio ho starnutito talmente forte che le stakanoviste della rottura di coglioni sono state zitte per ricchi dieci minuti. Allora sapete che faccio? Faccio una fulminea puntata in Messico, rapisco qualche maiale malato, me lo porto qui e ci faccio la mortadella. Mi prendo la febbre suina, mi salvo (non crederete davvero alla colossale balla che su soggetti sani sia mortale, vero?) e starnutisco in quantità industriale fin quando non le stermino tutte una ad una per sopravvenuto infarto. Non avendo neanche il tempo di deporre le uova, in un amen le belve saranno scomparse, se non dal globo, almeno dalle zone ammè limitrofe. E si fottano la catena biologica e l'ecosistema, s'è estinto lo smilodonte e noi siamo ancora qui a boccheggiare più che mai. Quindi, delle cicale, proprio non ci cale.
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giovedì, 09 luglio 2009 |
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LE COLPE DEL VUOTO
(on the air: Lily Allen - Not Fair)
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Questo è un post per riempire il vuoto lasciato da qualche giorno a questa parte. È colpa del caldo, è colpa degli impegni mondani, è colpa prima di tutto mia.
Chiaro, no? Cazzo, è chiaro?
Oh poi che vi volevo dire? Sì, è uscito il nuovo post su Curva Ottica. E che altro? Se pensate che non abbia niente da scrivere, avete indovinato. Ma siccome sono onesto, evito anche che possiate insinuarlo nei commenti. Poi è morto Michael Jackson e ho fatto punto al Fantamorto. Poi torno. Intanto ciao.
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martedì, 09 giugno 2009 |
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IL DIGITALE POCO EXTRA E MOLTO TERRESTRE
(e come recita lo slogan: CI SIAMO!)
(on the air: Empire of The Sun - We Are The People)
Come forse non saprete, dal 16 giugno nella mia regione e nella mia città in modo particolare, approderà il prodigio tecnologico del millennio: il digitale terrestre. Ci siamo! A casa mia per il momento è approdato un televisore nuovo con decoder integrato, ma per gli altri due tivvùcolorz si è in attesa dell'acquisto degli aggeggetti che ricevono il segnale. Qui da me non è mai entrata la pay-tv, dunque nemmeno il satellite ha fatto capolino dalla finestra. Io sono per le antichità, fosse per me Sky fallirebbe insieme a Rupert Murdoch: le partite andrebbero rimesse tutte alla stessa ora, rigorosamente in radio a Tutto il calcio minuto per minuto, i film andrebbero visti in tv dopo un bel po' che escono al cinema e non dovrebbero esserci questi stronzi che ti anticipano come vanno a finire i telefilm perchè su Fox stanno avanti di tre serie. E per fortuna che io snobbo da sempre Lost e il Dottor House, così quando qualcuno me li racconta non capisco nemmeno di cosa vadano cianciando. Non ne faccio un cruccio se preferisco, ad esempio, l'Ispettore Barnaby, che lo vediamo io, la Noe e mia madre.
Comunque. Se andate al Todis, il discount di fiducia, trovate un ottimo decoder a ventiquattro euro e novanta centesimi. Ed è quello che è stato acquistato dalla Noe per la sua tivì di vecchia generazione. Nella confezione: un decoder (senza presa scart), un telecomandino (senza ministilo), un libretto delle istruzioni. Quest'ultimo va decodificato. Anche lui. Parole tradotte in libertà, immagini scattate con un cellulare scadente, immortalando lo schermo di un televisore quattro pollici emmezzo in bianco e nero. Il decoder inizia magicamente a funzionare. Oddio, in fondo a sinistra c'è un'inquietante scritta Info Giuda!, avanza in noi l'idea del più grave dei tradimenti via etere. Poi la deduzione: Giuda sarebbe Guida. Ma, direte voi, i canali? Ci siamo!
All'inizio, il nulla. Appare per dieci secondi LA7 frantumata in milioni di pixel, poi tabula rasa. Ricerca automatica, ricerca manuale, ricerca una sola cosa che si riceva anche per sbaglio. Vi risparmio le successive operazioni; ma quando uno dietro l'altro compaiono la De Filippi, Emilio Fede e Studio Aperto, io la Noe e le conquiline's, ci rendiamo conto che tutto sommato si potrebbe anche vivere senza l'ordigno. Quando invece di palesarsi i tre canali Rai, spunta RaiStoria, ipotizziamo un Minoli che si impossessa di tutte le frequenze col suo diabolico faccione. Minoli che esce dai fornelli, dai tubi del cesso, dal phon. Ci siamo! Non so voi, ma pur reputandolo un bravo giornalista io ho paura.
Mediaset si prende meglio, diavolo d'un Silvio. Tranne Mediashopping, dove non riusciamo a capire cosa sia il TurboJet che vendono. Poi il canale salta, proprio nel momento in cui vendevano Kakà, in comode rate a casa tua, con una meravigliosa ciotola di Gattuso in omaggio.
Ci sono i canali a pagamento. Ma 'sta Dahlia, quanti cazzo di canali c'ha? Loro puntano tutto sul porno, sullo sport e su Claudio Lippi. Fino alla seconda ce la potevano fare, ma poi. Poi no, non ci siamo.
A un certo punto ci possiamo anche accontentare: le quattro Rai si vedono male, Minoli è purtroppo sparito, LA7 si prende solo in una stanza, Kakà l'ha venduto Mastrota, Fede è sempre lì che sbava, MTV è defunta, ma poco importa, del resto se fai una classifica delle cover più belle di tutti i tempi e metti Ronan Keating sopra a Freddie Mercury, meriti solo di smolecolarti per il resto dei tuoi giorni. Insieme ai rapper coatti e a quella gnappa di Lady Gaga, che Samantha Fox se la magna con tutti gli stivali. Manca All Music, mancano le tv locali, ma ci sono Iris, Boing, Coming Soon, Rai4, SAT2000, SportItalia e tanti altri nuovi amici con cui trascorrere le vostre serate digggitali e terrestri. Ci siamo? Sì, ma prima di esserci, ve lo dico io, dovrete smadonnare in sanscrito, soprattutto se avete un apparecchio televisivo senza decoder integrato. Perchè dovete sapere che qui da noi fondiamo la tecnologia avanzata con la tradizione dei nostri avi: il moderno e dinamico digitale poco extra e molto terrestre, applicato alle care vecchie antenne installate sui tetti qualche anno fa, da un tal Guglielmo Marconi.
Risultato? Ci siamo!
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giovedì, 04 giugno 2009 |
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IL PAESE È REALE
(on the air: Afterhours - Il Paese è Reale)
Forse è meglio che non racconti più i fatti miei in giro. Perchè appena preso il primo misero stipendio sono arrivati tutti a batter cassa. La faccio breve, preferisco mettere in loop il monologo-invettiva di Edward Norton-Monty Brogan ne La 25esima ora. È tanto tanto liberatorio. Comunque per dire, stavolta mi sono veramente rotto i coglioni. Mi hanno già tolto quasi tutti i punti dalla patente per infrazioni che avrei potuto e dovuto contestare. E vabbè, anzi non vabbè. Adesso la misura è colma. Intanto sono felice di augurarvi buon divertimento per il consueto teatrino delle elezioni; è stato già un piacere osservare chilometri di fiumi di inchiostro sprecati a dire cazzate a destra e a manca, e osservare molti di voi star dietro ogni giorno a quello che succedeva, manco fosse una molto poco imperdibile puntata dei Cesaroni. Ma queste futili lamentele servono solo da introduzione, ché il punto non è questo qua.
Il siffatto e suddetto punto è che io vado a comprare le sigarette al bar con cinquanta euro e mi mollano in mezzo al resto venti euro fasulli. Passa un giorno e se ne accorge un tabaccaio cinese, battendo i pugni sul bancone e lamentandosi che in giro è pieno di carte da venti false. Ora, io tra le altre cose, chiedo l'abolizione delle banconote da venti euro: non servono a un cazzo, non sono nè carne nè pesce, e per giunta spesso sono false più del porcogiuda.
Passa pochissimo tempo, l'amarezza da soldi del Monopoli è ancora radicata in me e vado in centro decidendo di bypassare questa triste storia. Parcheggio nelle strisce blu alle venti, dove l'obbligo di pagamento scade alle venti. Sono le venti, sì. Passeggio per Roma, mangio un panino, rido, scherzo, penso ai prossimi viaggi, trangugio bevande dissetanti, guardo persino il mondo da un oblò, ignaro della vigliacca sorte preconfezionata e servita tiepida come un polpo galiziano con patate lesse. Ricapitoliamo, io parcheggio alle 20, il parcometro diventa inattivo alle 20. E mi fanno la multa alle 21,27 perché secondo loro non ho pagato. E io 38 euro di sanzione amministrativa ve li ficco su per la trachea senza passare dal via e ritirare i venti euro fasulli.
Caro Martinelli Mauro, ausiliare del traffico matricola C0098, io ti faccio possibilmente cacciare a calci nel culo. Userò tutto ciò che è in mio potere per farlo, incompetente succhiasangue a tradimento. Sotto il cartello con scritto 8-20 m'hai fatto la multa. Alle 21,27. Sei un fenomeno, Mauretto mio. Vinci per distacco il titolo di personaggio da deridere della settimana.
I falsari purtroppo non lasciano la firma sulle banconote, anche se a dire il vero, ad un attento esame, la cartaccia si presenta quasi priva del filetto in mezzo ed è vagamente asimmetrica. Manco i soliti ignoti erano così maldestri. E fatele bene le cose, no? Almeno io passo il soldo a qualcun altro, come la scopa quando si balla a coppie. O l'asso di bastoni quando si gioca a uomo nero. O la fetta di torta vomitevolmente intrisa di panna e alchermes ai matrimoni. O anche basta con le similitudini, no?
Se non posso nominare queste schiappe di falsari, posso altresì illustrarvi chi ha smerciato la sòla. Caro caffè Y. in via Igea -e mi rivolgo al bar per fargli ampia pubblicità- sei malfrequentato e malfamato, eppure ti infighetti e vai sul Tg1 in praimtaim a fare lo spottone della tassa dei poveri cretini: superenalotto o gratta e vinci che sia. Visto che resti aperto giorno e notte e alzi avidamente i soldi con la pala incassandoli spesso da malavitosi, non credo proprio che tu, caffè Y., non stia attento alle banconote fasulle che rifili in giro. Io metto una ics sulla malafede e di solito non sbaglio. Ad uso e consumo di chi cerca un comodo bar pasticceria gelateria tabacchi sempre aperto a Roma Nord: "il bar Y. di Roma smercia soldi falsi". Tiè.
Totale in meno di due giorni, 58 euri potenzialmente, e sottolineo potenzialmente, buttati nel cesso e affogati con lo sciacquone modello niagara. Avanti il prossimo interessato al mio stipendio, c'è posto per tutti.
Poi mi sono pure sporcato la felpa con la maionese, mentre il cd da Burger King suonava ininterrottamente Gigi D'Alessio. Mi mancano solo le gite organizzate da Filini e Calboni. Cazzo se il paese è reale.
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domenica, 24 maggio 2009 |
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LA VITA NON È ALTRO CHE UN VIDEOGAME VINTAGE
(on the air: The Killers - I Can't Wait)
Ho una nuova vita, l'ennesima. I più tecnologici e i meno giovani di voi ricorderanno quando ai videogiochi c'erano vite infinite. Il trainer, lo chiamavamo. Ti permetteva di ricominciare da dove eri morto, senza dover riandare al primo livello. Certi giochi si finivano solo così, soprattutto se eri un bambino coi riflessi perennemente appannati dalla pigrizia, non avevi uno spiccato senso della competitività e ti veniva il braccino tennistico quando eri prossimo al grande risultato.
Insomma la nuova vita, dicevamo. Mi sveglio presto e dormo cinque ore a notte, già questo dovrebbe bastare. Tanto la sera, se non sento la stanchezza assassina, esco sempre. Non ho mai capito cosa ci si risolva a stare a casa se tanto non si va a dormire presto. Eppure se stai in giro nei giorni lavorativi, non solo non sembri normale, ma sei pure un po' stronzo. Mah.
Prendo la macchina per dieci minuti, arrivo in un posto paradisiaco molto vicino al centro di Roma, la parcheggio, non pago, prendo l'autobus (o il tram, ma tanto quello non passa mai). Dal capolinea sono cinque fermate. Io la mattina alle otto sui mezzi, roba che nemmeno ai tempi della scuola. Ci vedi sparuta gente che sbadiglia, legge, pensa. Fondamentalmente io non faccio niente di tutto ciò. Anzi. Quando passo davanti allo zoo di Roma (Bioparco chiamatecelo voi) sono lì che penso ai fenicotteri rosa che ghignano o agli orsi polari che stanno boccheggiando dal caldo. O forse no, perché a quell'ora si respira ancora.
Il comune denominatore finora è stato il caldo. Questo anomalo caldo di maggio, che quando sento quelli che sono contenti di questo clima, io li vorrei appesi al muro. Lasciàti lì a essiccare al sole tutto il giorno a mo' di stoccafissi. Se poi ancora dovessero esaltare il caldo a fine giornata, ci sarebbe la soluzione finale: il kalashnikov. Non venitemi a dire che si sta bene perchè come minimo vi beccherete qualche sacrosanto insulto. Eccheccazzo c'avete, una malattia?
Ma non divaghiamo. In ufficio fa fresco, c'è l'aria condizionata. Lo dico perchè è bene ricordare che un anno fa, prima del licenziamento di gruppo, ordìto dall'ineffabile nano armonico Brunetta, noi si schiattava di calura a luglio, coi piccì roventi e un etereo quanto vano condizionatore come unico scalcinato alleato.
Volete sapere com'è il lavoro? È un lavoro di passaggio, un lavoro usurante da ufficio. Ho dei colleghi simpatici. Scendo a fumare. Ci sono tanti posti intorno dove fare pausa caffè e pausa pranzo. E soprattutto, c'è una certa signorina nei paraggi che mi tiene spesso compagnia. Tutto qua.
Quando me ne vado, non tanto tardi, mi trovo lì alla fermata, in mezzo alle vecchie sbuffanti, alle colf straniere, a ragazze coi sandali che parlano dell'ultimo esame, a uomini sudati che cercano di non darlo a vedere. E alla nevicata di pollini che si infiltrano in gola.
L'ultimo livello del gioco quotidiano, è quello in cui riprendo la macchina nel luogo paradisiaco che però ogni tanto ci viene anche il sole. E la Mini brucia un poco. Ma poi torno a casa, mi faccio una doccia e sono pronto per la serata e pure per l'indomani mattina. Ma non mi ci abituo, nè mi ci affeziono a questa vita un po' meccanica.
L'importante è avere sempre e comunque il trainer per ricominciare dal punto che eri morto: niente game over, niente insert coin.
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lunedì, 18 maggio 2009 |
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L'UMILE PRESUNTUOSO
(on the air: Velvet - Cattive Abitudini)
L'ultima volta faceva caldo come adesso, solo che era estate piena. Un fulmine a ciel sereno e tanti saluti al tuo posto di lavoro monoporzione. Ne è dovuto passare di tempo prima di ritrovare una scrivania. Sono cadute piogge torrenziali, s'è purtroppo smossa la terra di brutto, sono infuriate inutili polemiche e polemicuzze, l'Inter ha messo nel paniere un altro scudetto, c'è in corso una crisi economica di quelle grosse, forse tutti voi ne sapete qualcosa.
Da quel giorno ho: molti soldi in meno, progetti messi in ghiaccio in attesa di tempi migliori, ancora meno fiducia nel fottuto genere umano, un curriculum più ricco e molti amici in più, all'incirca tutti i miei meravigliosi ex colleghi, anche se siamo sparsi qua e là come le sfere del drago. Ho abortito numerosi viaggi, limitandomi ad essere ospite in giro per l'Italia, ho fatto invece molti viaggi con la mente, ho passato periodi strani, scazzi, felicità a momenti, mi sono di nuovo confrontato col mio lato oscuro e non sempre ne sono uscito vincitore. Ho visto persone salire sull'altare, ho visto anche chi, dopo tre anni, ha mandato in fumo l'altare. Ho, a proposito, fumato di meno perché mi svegliavo più tardi e perché a casa accendo meno cicche, mi sono ubriacato di vino, di superalcolici, di birre e anche d'acqua, ho cercato di mangiare meno, ho visto Londra, mi sono illuso mille volte di tornare in pista anche se più andavo avanti e più avevo paura di riaccendere il motore. Ho capito che dovrei avere le palle -e per ora non le ho- di andarmene da questo paese surreale diviso per buona parte a metà tra gente che guarda la De Filippi in televisione e campa nei centri commerciali e altra gente che si riempie la bocca a cazzo in difesa degli oppressi e dei migranti. Ho fatto sano qualunquismo senza pentirmene e senza avere tutti i torti, anche nel capoverso precedente. Ho inalato nelle orecchie tonnellate di musica buona e meno buona, ho visto film, telefilm, ho letto le vite degli altri su Facebook, ho letto giornali, iniziato un libro crucciandomi di leggere sempre troppo poco per colpa di questo diabolico pc. Ho stretto la cinghia e mi sono reso più che mai conto di essere un privilegiato per il solo fatto di non dover fare i conti con le spese di tutti i giorni, quelle serie. Ho pensato che stare in un posto sicuro fosse mancanza di coraggio e ho concluso che in parte lo è, ma in parte è anche non essere avventatamente coglioni. Ho tirato tardi riabituandomi ad andare a dormire alle 5 di mattina, perché andare a letto presto e svegliarmi la mattina presto non è mai stato uno sport che amo. Ho urlato per sentirmi vivo e mi sono sentito. Vivo non lo so, ma di certo nelle orecchie un suono è arrivato.
Anche quando mi sono mancate le motivazioni, ho sempre trovato il modo di tirarmi su. O almeno ci ho provato, con la preziosa collaborazione di chi ha la sfortuna di girarmi attorno. E forse, dico forse, sono riuscito a regalarmi un'esistenza meno piatta di chiunque altro non abbia un luogo dove andare a guadagnarsi da vivere e sbronzarsi di rassicurante routine.
Sono umilmente presuntuoso.
Un giorno, caldo come quel giorno, e si ricomincia. Un altro inizio, persone nuove, un lavoro. Un'esperienza che con ogni probabilità finirà in un amen determinato, come da firma non ancora apposta in calce al pezzo di carta. Ma voglio provare, ho il dovere di provare a vederla come un nuovo punto di partenza per uscire dalle mie dorate sabbie mobili.
Una goccia d'acqua nel deserto è ampiamente sufficiente per tracciare un bilancio complessivo della mia consapevole e sabbatica disoccupazione. E adesso sono qui a scrivere un'ultima cartolina di saluto dalla mia piacevole oasi da incubo dissoltasi, almeno per un po', come un ambiguo miraggio.
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lunedì, 13 aprile 2009 |
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PENSIERINI DI PASQUETTA
(on the air: Pete Doherty - Last of the English Roses)
Ho visto Roma semideserta in questi giorni pasquali. E non m'è dispiaciuto non finire intrappolato nel traffico, poter gironzolare e parcheggiare comodamente di sabato in zone che di solito sono off limits, causa sagra del coatto che mena e dell'oca starnazzante del sabato. Ho mangiato, dribblando come sempre l'abbacchio, che non mi piace. Ho visto un film al cinema, Diverso da chi?, ben girato e recitato, ma con una trama piuttosto scontata, nonostante il tema omosessuale trattato una volta tanto -vivaddìo- con leggerezza, ma senza scadere nella macchietta. Ne ho visto un altro, un' oretta dopo, che mi è piaciuto decisamente. Si chiama The Jacket, è del 2005, e se qualcuno non l'ha visto, glielo consiglio. Ho scoperto che giorni fa mio cugino è stato insultato e minacciato da Enrico Varriale in gelateria e purtroppo, non seguendo il calcio, non sapeva chi aveva davanti (a parte il fatto che era un giornalista sportivo, visto che il Nostro glielo ha boriosamente fatto notare, manco fosse il re dell'universo). Non sapeva che se lo avesse pestato di botte avrebbe fatto la felicità di milioni di italiani. E se lo avesse filmato lo avrebbe sputtanato davanti all'Italia intera. Che peccato.
Non ho più sentito la terra tremare, il che non conforta certo chi è rimasto senza una famiglia o senza una casa, ma almeno la faglia sta cominciando a darsi una calmata, speriamo. Speriamo anche che sul branco di coglioni, stronzi, sciacalli, cazzari, presuntuosi alfieri di stocazzo, vignettisti, cali il silenzio una volta per tutte. E che gli assassini vengano presto puniti in modo esemplare. Anche se spesso mi sembra che vivendo dove viviamo, sia una speranza vana.
Sono a casa per questa Pasquetta. Grazie al cielo non avevo inviti per grigliate, braciolate, giornate al mare. Alla larga da ristoranti zeppi di famigliole assatanate, dal traffico del rientro che passi tre ore tra farti uscire cibo scadente dal naso e ruttare dietro un pallone sul prato, e quattro a contemplare i cartelli con il chilometraggio che manca a casa tua. Poi piove. Quindi sentivo al tiggì che in alternativa si va al centro commerciale. Ma un colpo di pistola in bocca, no?
Qualche altra ora e la carrozza che è Roma in questi giorni, tornerà zucca. Corredata di zucconi.
Sì certo, sottinteso, vi auguro di passare un buon residuo di pasqua, pasquetta e pasquettina.
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mercoledì, 25 marzo 2009 |
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FIGLIUOLO, DA GRANDE, NON FARE IL GIORNALISTA
(o se proprio vuoi farlo espatria, evitando magari la Cina)
(on the air: Röyksopp - Happy Up Here)
Le attitudini sono quelle che sono. Anche quando magari te ne accorgi con un epocale ritardo. Cioè, quello che voglio dire è che dopo il liceo classico, per noi parolai non esisteva una cazzo di facoltà. O meglio, scienze della comunicazione era avvolta dal mistero del suo primo anno di vita. Si narrava di numeri chiusi impossibili, esami astrusi, mostri che ingurgitavano inchiostro simpatico e leggende ben più assortite di una scatola di biscotti danesi al burro. Io avevo la colpa di essere in un periodo di mezzo, come sempre mi succede nella vita, una specie di eterno medioevo. E allora scelsi giurisprudenza, per poi rinnegarla ben due volte, quasi come Simon-Pietro -di cui porto metà nome- negli anni a venire. Ah, la legge. Non c'è cosa più arida. Nemmeno la matematica, che certo riserva sorprese gustose a chi la sa trattare coi guanti. No, la legge è quella. Ogni tanto arriva uno stronzo di giudice o di politico a cambiare le carte in tavola, ma il codice, l'articolo, il comma, sono grigi quanto un insoddisfatto signore di mezza età prima di farsi la tinta rossiccia e risultare più grigio di prima. Senza offesa e con un cartolina di buon divertimento a tutti coloro che hanno portato meritevolmente a termine gli studi forensi.
Io poi ai temi avevo il cinque fisso, anche se alla maturità misi soavemente nel paniere un tondissimo otto. Forse ormai mi ero convinto di essere una schiappa, mica mi piaceva scrivere. La tardiva folgorazione sulla tortuosa via di Damasco arrivò qualche anno più in là. Tempo dopo, quando raccontavo del mio lavoro in radio, la gente mi diceva che mi invidiava e intanto io non beccavo una lira. Però rimorchiavo, eh. Ancora oggi quando dico che sono un giornalista (pubblicista, che ormai vale come un etto di stracchino di qualità scadente), la gente si stupisce, manco fossi archeologo, astronauta e velina insieme. Indipercui ci sarebbe davvero da stupirsi, occupandomi di brontosaure spaziali fighe.
Smarrita del tutto la diritta via di Damasco, ho messo insieme un curriculum da parolaio più che dignitoso e di professione sono un giornalista disoccupato che da qualche mese deve reinventarsi e non ci riesce per colpe sue e altrui. È un mondaccio, si dice. Vero, verissimo. Laggente guadagnano duemila euro al mese, senza saper mettere due parole in croce. Ma cosa vuoi, -e qui vacillo sull'orlo di un facile ma sacrosanto qualunquismo- c'è il calcio nel culo, c'è il triplo calcio nel culo, c'è papà che ti ha scaldato la sedia, c'è che siamo troppi, c'è che i vecchi non vanno in pensione, c'è crisi dappertutto, c'è che quella facoltà che prima era misteriosa, adesso è come giurisprudenza ai miei tempi. Prima eravamo tutti avvocati, adesso siamo tutti comunicatori. Eppoi sono un comunicatore che non sa sgomitare. Forse una volta era un pregio, ora è un difetto. Lo insegna anche quella stronza esaurita che lanciava i bicchieri al Grande Fratello. Lo ha detto chiaro e tondo dall'alto del suo partecipare a un reality per minorati psichici: chi non sgomita è un fallito. Al prossimo colloquio mi porto due o tre bicchieri e li tiro in faccia al mio interlocutore, stai a vedere che è la volta buona che mi prendono. Oppure tento di reinventarmi, come sto pensando di fare in questi giorni. Prima che mi caccino di casa e prima che vada in bancarotta totale.
In Italia, essere giornalisti trentenni, può regalare tante soddisfazioni, tipo quella di avere molto più tempo per se stessi. Tempo per riflettere sul vero mestiere per portare la pagnotta a casa. So fare tante altre cose, mi dico, ci vogliono nuove professioni. Ebbene con un rapido screening di me medesimo: so insultare divinamente le donne col suv e spesso anche gli uomini. So resistere davanti a un i-Phone in vetrina senza avere la benchè minima pulsione di comprarmi tale inutile feticcio. Faccio i test su Facebook. Posso riuscire nell'impresa di mangiare simultaneamente 10 Pringles impilate. Cucino bene e sto imparando a ramazzare da professionista del pulito. Ho studiato un volume vivente di paraculaggine applicata al fancazzismo avendo davanti il mio ex capo tutti i giorni. Oddio, tutti i giorni. Diciamo quando si ricordava di arrivare, in ritardo, a pontificare quattro cazzate in slang aziendal-inglese. Poi-poi vediamo che altro so fare...sposto gli oggetti con la sola forza delle mie mani, respiro e una volta al giorno dormo.
Sono persino in grado di rispondere perfettamente a dozzine di annunci di lavoro che si trovano su internet.
Ne ho le prove:
Annuncio standard: cerchiamo un project manager che sappia gestire i feedback della working line adiacenti a un adeguato know how sul browser del proprio carisma.
Mia risposta: ma parla come magni, va.
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giovedì, 12 marzo 2009 |
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MAINSTREAM
(on the air: Franz Ferdinand - Ulysses )
Ho appena finito di condividere una serata calcisticamente sfigata, con esseri subumani che non facevano altro che strillare come nemmeno i più trucidi pterodattili del pre-cambriano. E per giunta senza guardare la partita. La sosta dalle urla, composte per il 70% da insulti vari e il 30% da bestemmie, si faceva solo per tirare i pezzetti di carta agli altri, poi i pezzetti di carta diventavano botte, quindi calci ai tavoli del pub (e dire che stavamo vincendo). E se beccamo fori pure se semo tutti fratelli e se dovemo fà rispettà. Capisco l'incazzatura per qualche azione sbagliata, fallo non dato, capisco che ogni tanto scappa l'urlaccio, la parolaccia e pure la bestemmia, non siamo robot. Ma da qui a farsi venire un infarto strillando a decibel da concerto oceanico per augurare la morte alla moglie dell'arbitro, per giunta dentro un buco di due metri per due, ce ne passa. Da qui ad alzare le mani sull'amichetto vicino di birra, io ci vedo del dolo. E in sostanza mi sembra un po' una colossale stronzata; perdonatemi se sono io a non capire. Io che ero lì, non riuscivo a seguire la partita e vi trovavo divertenti come una colonscopìa. Il verdetto unanime è che per me il curvaiolo accanito, casinaro aggratise, tifoso tra virgolette di qualsiasi squadra del mondo, resta un subumano, una patetica scimmia poco evoluta. E non cercate di convincermi con la storia dello sfogo allo stadio o al pub, con la passione sfrenata per la propria squadra, con la vita fatta di trasferte e scazzottate quando va bene. Tutti coloriti pretesti. Tifare non è questo. Subumani senza se e senza ma.
Detto ciò, non mi resta che annunziarvi che tramite un trapianto d'organi, ora ho un piccì più potente. E che quindi mi toccherà fare cose che avevo lasciato in sospeso in attesa di andare un po' più veloce. C'è stupore in me anche nell'osservare che con questa risoluzione vedo l'editor più lungo. Poi se ultimamente non sei abituato a novità eclatanti nella tua vita, anche guardare le icone sul desktop ed ammirarle più nitide diventa un'emozione da brividi. Prima che qualcuno si preoccupi, avviso quel qualcuno che questo è un brioso paradosso. Non leggetemi sempre letterale, eccheccazzo. Però le novità mi mancano. E chi mi conosce lo sa, come diceva il finto Alberto Tomba. Le novità fanno parte della mia poetica. Non riuscirò mai a capacitarmi di chi conduce un'esistenza felicemente piatta e sempre uguale. Di chi si ciba solo di mainstream musicale, letterario, geografico, televisivo, politico, lavorativo, senza andare almeno un po' oltre, saziare la propria curiosità, nutrirsi di cose nuove almeno in un fottuto campo da gioco di quelli elencati e non. E pensare invece, che la maggiorparte della gente vive così, con la pappa avariata che gli cucinano nel piatto, non usando nemmeno un etto di cervello in più. Situazione di comodo perchè la mummificazione intellettuale crea molti meno problemi. L'altro giorno ero in giro per il centro di Roma, e come spesso accade, mi impicciavo dei discorsi dei passanti. Ebbene sono rimasto sconvolto perchè erano più acuti rispetto al solito. Un barlume di speranza c'è ancora. I più stolti penseranno a una digressione soltanto presuntuosa da parte del sottoscritto. Nossignori, lo ripeto alla nausea, non ritengo di aver niente in più di nessuno di voi. Anzi, sono pigro e ho bisogno delle mie certezze un po' mainstream. Ma poi che cazzo vuol dire mainstream? Boooh?
Fine del pippone, ché mi sono annoiato da solo. Epperò quindi veniamo al punto. Se mi rivolete al top e meno simpaticamente antipatico, trovatemi un lavoro che non mi faccia incamerare venti euro al mese come finora mi è stato proposto, regalatemi un viaggio neppure troppo fantasmagorico, accreditate sul mio conto cento milioni di euro in comode rate. Sì, ecco. Datemi qualcosa di cui scrivere e vi solleverò il mondo.
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martedì, 03 marzo 2009 |
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PENSIERI DI UN VIAGGIATORE FRUSTRATO
(on the air: Chiara Civello - If You Ever Think Of Me)
Finora oggi non ci avevo pensato. Di solito c'è un momento della mia utile o inutile giornata in cui penso di volermene andare da qui e mollare la società italiana nella sua stessa merda da un minimo di quattro giorni a un massimo forse eccessivo, comprendente il resto della vita. Che affondino pure comunisti, fascisti, interisti, romanisti, laziali, vip, raccomandati, migranti, alti prelati, zingari, puttane, vecchi in fila alla posta, ragazzini coglioni, cafoni dichiarati e cafoni ripuliti. Che restino qui a divertirsi nel teatrino. Nè di loro, nè di tutti gli altri, sentirò la mancanza.
Mi basterebbe ritrovare il letto soffice di Bruxelles, l'atmosfera di entusiasmante trasformazione di Berlino, la vita rilassata di Barcellona, il misticismo di Lisbona, gli eleganti caffè di Vienna, persino la caotica vitalità di Londra che non mi ha fatto impazzire. O scovare un bistrot di Parigi che ormai ho dimenticato. Mangiare un cioccolatino magico per strada a Bruges. Mi basterebbe anche respirare aria di montagna, neve in un posto di confine, Alto Adige o Val d'Aosta, non importa, ho bei ricordi di entrambi. Mi basterebbe, dico, assaporare le tapas spagnole in un posto che sia lontano anni luce dalla mia cucina. Scrutare l'oceano sorseggiando un bicchiere di vino portoghese o guardare con lo stupore dell'uomo venuto dal passato, un grattacielo tedesco che il giorno prima ancora non stava al suo posto. Non è necessario esplorare nuove terre, non mi servono New York o le Maldive. Sarebbe sufficiente rintanarmi in un luogo che ho già calpestato, una metropolitana di cui la mia magnifica memoria per i nomi ha già masticato molte fermate parola per parola. Urquinaona come Archway, Spittelau come Bourse, Charles de Gaulle-Etoile come Wittenberg Platz o Rossio. Addirittura mi piacerebbe non riuscire a piegare quelle dannate cartine come mi succede sempre. Che vento o non vento, non sai mai qual è il verso giusto per non trasformarle in una fisarmonica da infilare faticosamente nel fedelissimo zainetto. Mi piacerebbe avere le gambe spezzate di fatica per aver voluto mettere il naso fino al quartiere più sperduto di quella che non è la mia, la vostra città. Vorrei fermarmi solo per stringerti e baciarti dieci minuti di fila in un posto che non abbiamo mai visto, oppure abbiamo visto una volta con la promessa mantenuta di tornarci. Vorrei bagnarmi di una pioggia diversa da quella che mi sporca la macchina, sentire freddo o caldo e dire che l'aria non è la stessa schifosamente umida e puzzolente che c'è a Roma. Vorrei divorare un panino per strada senza pensare che sono in ritardo e mi aspetta il traffico. O bruciare l'ennesima sigaretta pensando non che sia soltanto autodistruttiva, ma che abbia un sontuoso senso fumarla lì in quel preciso istante. Immortalare il più stronzo dei cartelli stradali per riderci la notte prima di dormire riguardando le foto in un letto a due piazze. Mettere la sveglia e sapere che se anche il risveglio non è dolce, no, non farai la vita di tutti i giorni. Perché ti alzerai e vedrai cose straordinarie e architetture mai viste prima. E sforzarmi di parlare una lingua che non è la mia. E aver paura di perdermi, paura che a volte diventa dolce perché dietro l'angolo la curiosità ti costringe comunque a sgranare gli occhi.
Mi manca viaggiare e adesso che non posso per svariati motivi, mi manca ancora di più. E vi confesso che questa carenza di novità per gli occhi e per la mente, mi spegne un bel po'.
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martedì, 24 febbraio 2009 |
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PIOVE CALEIDOSCOPICO
(on the air: Mercury Rev - Runaway Raindrop)
Fuori piove una pioggia caleidoscopica. Ma non è il termine ricercato così per sfoggiare. Piove sul serio una pioggia caleidoscopica. Sul parabrezza della macchina faceva lo stesso effetto strano di quel gioco colorato che mai avrei pensato da bambino si potesse chiamare con un nome così complicato. Sembrano fuochi d'artificio trasparenti o miliardi di stelle di qualche galassia sperduta nonsoddove. Non era una giornata felice questa, va a sapere il perché. Ogni tanto arriva quella mazzata colossale che ti porta giusto in fondo al vortice dell'acqua che scivola nel buco della vasca. E siccome non sei nè una formica, nè un aspirante suicida, riesci ad aggrapparti alla catenella del tappo e a non andare dritto o più probabilmente storto, fino giù nel buio. Decidi che è meglio non capitolare, continuare nell'ostinata attività nichilista che ti contraddistingue oggi come altri giorni. Cheppoi non era nemmeno così nichilista, forse è tutto lì. Nel senso che se sei nulla, fai nulla e pensi nulla non ti prende mica male. Invece forse sei troppo, fai abbastanza, pensi diecimila e ti ritrovi nel gorgo della giornata che non decolla, che anzi, le si stacca il carrello e va di punta contro l'asfalto ruvido. Sensazioni uniche. Per fortuna, purtroppo, non lo so. Risalire a bordo è una complicata bazzecola per chi sbalza d'umore. Due ore, il tabacco, una telefonata, la strada, l'aria di fuori, due occhi assonnati che non sono i miei, la musica, la notte; e bentornato tra i comuni mortali.
Poi piove caleidoscopico e a quel punto non puoi far altro che scrivere.
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venerdì, 13 febbraio 2009 |
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IL SONNO DEL GUSTO
(on the air: Planet Funk - Lemonade)
Ho sonno, un sonno fottuto. Di quei sonni che nemmeno dodici caffè sarebbero in grado di scalfire. Del resto io alla storia della caffeina di sera non ci credo. C'è chi per un tazzina di caffè o una boccetta di CocaCola dice che si rigira nel letto fino alla mattina seguente eppoi magari ha parcamente cenato con una peperonata farcita allo stinco di maiale. Ho talmente sonno che potrei mettermi a letto immediatamente, sognare le noci di macadàmia, capire finalmente cosa sono e dimenticarmene maledettamente quando apro gli occhi l'indomani. Ma siccome ho mangiato tanto e bene (raro avviene), sto aspettando la lenta digestione. E qui ci starebbe lo spot in favore del ristorante di mia cugina, che in pochi posti si mangia così. Allora ammazzo il sonno con un post, consapevole che potrei farlo venire a voi, alacri lavoratori che leggerete di straforo tra un file word e un file excel (orrore orrore), tra una pausa caffè e una telefonata stracciapalle. O a voi studenti modello, tra un libro aperto che nella vita -fidatevi di me- non vi tornerà buono nemmeno come sottotavolo e un quaderno di appunti in realtà pieno di scarabocchi concentrici.
Un altro sbadiglio, accidentammè. E un altro, e un altro ancora. Fossi seduto in circolo con altre novantanove persone le contagerei tutte per quella storia, questa sì molto vera, dello sbadiglio sociale. Se io comincio, voi continuerete dopo di me. Se mi vedesse un pomacantide attraverso il vetro di un acquario marino, comincerebbe pure lui a sbadigliare sguaiatamente senza nemmeno mettere la pinna davanti alla bocca, ché tanto anche volendo non ci arriverebbe.
Sto per digerire il dessert, siamo a buon punto. Reggo altri cinque minuti, accendo la tivì. Su Rete4 c'è un filmaccio con una giovanissima Mara Venier a Napoli. E perdipiù doppiata con un ridicolo accento inglese. Aiuto, un pornosoft potrebbe svegliarmi dal torpore. Cerco la filmografia della Venier su Google e..altro che pornosoft, è O' Zappatore! Con Mario Merola, ma senza Nino D'Angelo. Per chi non ricordasse il genere "sceneggiata napoletana", leggo da Wikipedia: è la "cine-sceneggiata" che ha ottenuto il maggiore incasso nelle sale, posizionandosi al 60° posto dei film più visti in Italia nella stagione 1980/81. Trama. Un padre di famiglia fa enormi sacrifici per far studiare il figlio come avvocato. Il giovane invece di dedicarsi alla professione fa amicizie sbagliate, ma poi, pentito, torna in famiglia. Mecojoni. Un Gomorra ante-litteram con ambizioni musical-vesuviane. Io lo dicevo che quel Saviano non aveva scritto niente di originale. Spengo sull'immagine della zia colta da infarto.
Sonno, più trash e più partenopeo, ma sempre sonno. Ora rischio di sognare Gigi D'Alessio divorato da centinaia di babà voraci dotati di acuminate zanne rotanti. E temo che questo non potrò dimenticarlo in un amen, come le cazzo di noci di macadàmia.
Cedo. Se qualcuno dovesse ritrovarmi accasciato col mouse nella mano destra, le istruzioni sono: cliccare su pubblica il post e scrivi nota, visto che i post, per una scelta meramente commerciale, vanno in onda anche sulle stereofrequenze di Facebook.
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giovedì, 29 gennaio 2009 |
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STILL ALIVE
(on the air: David Bowie - Starman)
Torno a scrivere prima che qualcuno mi spacci per morto, che facciano un servizio stucchevole su Studio Aperto, una puntata lagrimosa di Chi l'ha visto e una fiction postuma e melensa su blogger-Moroboshi interpretata da Lino Toffolo al suo attesissimo ritorno in tv. Ci sono, sto bene, ma siccome spesso scriverei sconcertanti invettive, mi freno e mi dedico al cazzeggio in altri lidi. È bene precisare che in questo periodo poca gente potrebbe sopportarmi, io stesso mi sopporto a malapena. So che non concordereste con tante mie opinioni, mi trovereste cinico, cattivo e un po' babau. Non lo dico per darmi un tono, non lo dico nemmeno per lamentarmi. So che sostanzialmente finirei per sputarvi, seppur virtualmente. Vi basti sapere che ce l'ho un po' con tutti, senza distinzioni di razze, classi sociali, ideologie politiche, religioni, blog, lavori, gusti sessuali, gusti a tavola e gusti in genere. Che sia la disoccupazione che mi rende acido? Non credo, era così anche prima. È solo che aldilà del mio piccolo mondo mi fa schifo quasi tutto. Ritenendo di avere sacrosanta ragione, ogni volta che ci penso va peggio. E come se non bastasse, i fatti mi cosano.
Ora, mi rendo conto che questo post potrebbe essere utilizzato da Bruno Vespa come postumo segno di instabilità, indi per cui tengo a precisare che non ho nè intenzione di suicidarmi gettandomi con la mia Mini ubriaco di romanella (che trovo altresì disgustosa nell'atto del pasteggio salato) e porchetta dal ponte di Ariccia, nè di violentare la Annunziata nel parcheggio di una discoteca rumena, nè tantomeno di dare fuoco alla studentessa straniera di passaggio a casa dei vicini stronzi e cattivi.
Dopo aver catalizzato sfiga per trenta giorni, sono anche diventato superstizioso: sono convinto che qualcuno abbia cucito una bambolina con le mie sembianze, e che a capodanno abbia iniziato a usarla come puntaspilli. Dunque secondo la stampa scandalistica sarei vicino all'esoterismo, alle bestie di satana, all'etrusco assassino e agli gnocchi al gorgonzola andati a male.
Ora sapete perchè non scrivo: non voglio che si manipoli il mio pensiero, qualsiasi esso sia, ammesso che esista e non sia solo una proiezione della mente, il che comunque ammetterebbe una sorta di attività cerebrale. È complicato, lo so. Allora andate a leggervi qualcosa di più rassicurante o andate a un barcamp.
In copertina: Ippolito Caffi - Fuochi di bengala al Colosseo, 1845
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mercoledì, 07 gennaio 2009 |
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L'ANNO NUOVO È QUIII!
(on the air: Tom Jones - If He Should Ever Leave You)
Se il buongiorno si vede dal mattino, potremmo già definire il 2009 un anno di merda. La macchina di mia madre da buttare, piove in casa, la Noe ha una tosse che se la porta via, mia madre stessa ha un ascesso a un dente, io la febbre a 38. E siamo al sette gennaio. Il bello è che gli avete anche fatto le feste con tanto di botti al 2009. Benvenuto! Ma quale benvenuto. Mi sono rotto i coglioni anche di festeggiare questi sciocchi limiti temporali, e l'avevo già detto. Certo devo ritenermi fortunato. Visto che sono disoccupato, nessuno malignerà se sto a casa malato fino a venerdì e faccio una specie di ponte lungo. Visto? Basta rigirare la frittata e trovi cose talmente pregne da riconciliarti con il mondo nella sua totale, globale interezza.
Eppoi dài, in questi giorni ho fatto il turista a Roma, ho rivisto Villa D'Este a Tivoli (la prima volta di giorno), ho visitato per la prima volta la Galleria Borghese, ho visto Natale a Rio e Madagascar 2 e ovviamente li ho giudicati meglio del Cosmo sul comò, che non mi ricordavo un film così brutto dai tempi de L'allenatore nel pallone 2.
Ho preso la pioggia che non smetteva mai, ho sgomitato in mezzo alla gente rincoglionita che quando ha l'ombrello in mano è peggio del paraocchi e fila dritto come i cavalli, ho faticato per trovare un ristorante aperto di sabato post-capodanno a pranzo, ho sentito le canzoni di Giusy Ferreri in ogni negozio in cui sono entrato, ho discusso, ho tossito e alla fine, come nei migliori cartoni animati giapponesi pallosi, mi sono ammalato. Mi mancano i saldi ancora. Mi manca la cena dell'anniversario, ma tra cinque giorni se tutti e due siamo in salute (e permettetemi di avere qualche dubbio) si fa. E mi manca di fare un colloquio di lavoro con qualche stronzo (il top sono quelli che già conosci) per poi non essere richiamato, mi manca un viaggio, mi manca il corso di fotografia che però inizierò a breve, eppoi potrò dire che il 2009 per me è già finito. Inoltre vale la pena di ricordare la mia definizione di gennaio, che è notoriamente un mese di 31 lunedì.
Detto questo, più vado avanti e più non sopporto le differenze sostanziali tra me e molta, moltissima gente. Ogni tanto ci provo a venirgli incontro, ma alla fine non ci riesco eppoi mi dico: ma perché cazzo devo provarci sempre io? che ci provino loro! E le distanze restano incolmabili.
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martedì, 30 dicembre 2008 |
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E CHI MI DICE CHE È DAVVERO CAPODANNO?
(on the air: Sia - Breathe Me)
Introduco subito il discorso: Il cosmò sul comò è un film inclassificabile, senza capo nè coda, Aldo Giovanni e Giacomo non fanno ridere. Era decisamente meglio vedere Natale a Rio. Boiata per boiata, almeno lì sai cosa aspettarti.
Ma non era questo il discorso. Quelli che ho passato sono stati giorni quantomeno singolari, tra coppie improbabili che non nascono, scatole di panettoni che attraversano la strada senza guardare, microfono in mano per cantare. A un certo punto mi sono sentito come Marty McFly nel presente alternativo di Ritorno al Futuro 2, in un mondo dove Buford Tannen, detto Biff, prendeva il sopravvento e non c'era nemmeno Doc ad aspettarmi in macchina. Grande Giove!
Ora siamo tutti qui a darci un limite temporale aspettando il nuovo anno. Siamo singolari noi umani. Abbiamo iniziato a contare il tempo come ancora lo contiamo, dopo che è nato un tizio di dubbia esistenza. In effetti se avessimo contato i giorni o i mesi senza inventare gli anni sarebbe stato più complicato. Però se avessimo misurato il tempo, chessò, in eoni, ben pochi sfigati avrebbero avuto il problema di cosa fare a CapodEone. Magari i penultimi a festeggiare col cotechinosauro sarebbero stati i protozoi dell'Ordoviciano e i prossimi sarebbero stati gli scimpanzè intelligenti e pacifisti, per giunta senza il fu Charlton Heston tra le palle. Efforsedicoforse avremmo avuto una vita migliore. È strano, a volte mi fermo a riflettere su usi e consuetudini che ci inculcano dalla nascita. Cose che magari sai che stanno così e lo sono sempre state. Per anni sono stato convinto che quello che si faceva in casa mia lo facessero tutti, per poi accorgermi che ero strano almeno quanto lo era la mia famiglia. Fu a quel punto che cominciai a sviluppare uno spiccato senso di disprezzo pur punteggiato di curiosità verso l'altrui omologazione. Non che a casa mia si tenessero messe nere o si camminasse al contrario, però neanche troppo improvvisamente mi resi conto che ognuno di noi ha le sue stranezze. Se io facevo dialoghi surreali con mia madre o mio padre si intendeva di qualsiasi antichità e io ne assorbivo l'influenza malvagia, non voleva dire che gli altri bambini facessero le stesse cose. Allo stesso modo, se io imparavo -e ancora mi ricordo- la storia e la geografia con dei processi mnemonici quantomeno assurdi sviluppatisi tramite filastrocche materne e figurine dei calciatori, gli altri invece non ne sanno più niente. Tutto questo deragliamento per dire che noi, intesi come mondo occidentale (ma pure i mondi orientali calcolano gli anni partendo da altri eventi incerti), ci siamo dati questo assunto di contare il tempo in questo modo. Un bel giorno potrei decidere di conteggiare gli anni da quando ho iniziato a fumare o dalla data di fabbricazione di un paio di jeans che mi piacciono. Certo non potrei imporlo a tutti, ma questo è un dettaglio di poco conto. Potrei decidere di far durare gli anni di meno o di più. Forse dovrò screditare quella gentaglia progressista tipo Copernico. La scienza non mi darebbe il suo appoggio, ma in fondo sticazzi non ce lo vogliamo aggiungere? Cosa potrebbero mai farmi? Farmi picchiare da Rita Levi Montalcini? La distruggo, io. Persino a calcetto. E sono una notevole pippa, eh.
Credo comunque che per comodità e pigrizia andrò avanti ancora un po' con questo conto precotto. E che mi toccherà banalmente brindare a un nuovo anno sperando che sia migliore di questo, che, come sempre, è stato il più brutto di tutti. Si dice così, no?
Buon 2009 o 4milionieccento o anche solo 22. Che differenza fa.
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mercoledì, 24 dicembre 2008 |
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BUON NORMALE
(on the air: Calibro 35 - L'Appuntamento)
Come al solito arrivo al Natale stremato dalla poltiglia umana riversatasi negli ultimi giorni sull'asfalto, dentro i negozi, i supermercati e, per Vishnù, sono veramente stremato dalla carenza dell'altrui materia grigia. Non è il Natale che mi deprime, è una deduzione scontata e inesatta. Perché oltretutto non sono per niente depresso. Altresì, l'essere umano in sè e per sè, spesso mi sconcerta.
Il mio Natale sarà ordinario, come quello di tanti di voi. Nell'ordine: cenone coi miei e basta, giocata a carte dagli amici (spero sia la prima di una cortissima serie, che finisca qui insomma), pranzo fuori coi parenti (tutti simpatici, per fortuna non c'è quella robaccia smielata da grande famiglia), serata al cinema. Sono passati gli anni del Natale trasgressivo, ormai da qualche anno mi accontento dell'aurea mediocritas, in fondo è un modo come un altro per non pensare ai soldi, al mondo, alla vita e anche ai nomi, alle cose e alle città. Al massimo fiori frutta e verdura. Mi sono già organizzato per Capodanno, e se l'anno scorso stappavo un'orribile boccettina di spumante nel gelo di Vienna, stavolta saremo tuttinsieme appassionatamente dentro casa. Senza carte da gioco possibilmente anzi sicuramente. Forse certe volte si sente il bisogno che gli eventi siano rassicuranti, quando il resto, gli effetti speciali, la religione, la censura, l'oppio, l'assenzio, la crisi, l'umanità non è che lo siano proprio tanto. Eppure anche nel rassicurante non voglio il banale, il marchio di fabbrica è questo. Mi piace pensare di sedere intorno a un tavolo di cinici ed essere il più cinico di tutti. Per vincere il cinico d'oro 2008. Io credo di potermi accaparrare il premio, ho un entusiasmo da gara pari allo zero. Vabbè, mi sono atteggiato abbastanza. Chi vuole si prenda il buonnatale, da me non avrete altro.
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lunedì, 15 dicembre 2008 |
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LA SAGGEZZA DA BARBA DELL'ULTIMO GIORNO DEGLI ANNI DI CRISTO
(on the air: Skye - Call Me)
Di solito per il mio compleanno esce un post qua sopra, niente di che, non è che sia uno che ama particolarmente i festeggiamenti e le celebrazioni, soprattutto da qualche anno a questa parte. Oggi però ho deciso che si scrive il giorno prima. Voglio scrivere nel mio ultimo giorno da trentatreenne. Perché da trentaquattro in poi, si entra nella sfera dei trentacinque e ci si avvicina ad altri lidi della vita (mah). Trascorro quest'ultimo giorno degli anni di Cristo a casa, almeno per ora. Senza lavoro, con qualche preoccupazione, coltivando il barbone lungo e i capelli lunghi e incasinati come non mi succedeva da un po'. Non ci sono motivi simbolici per lo stile trasandato, solo che succede. So già che una mattina di queste mi sveglio e taglio il tagliabile. Questi ultimi giorni sono passati sotto la pioggia, tra fiumi in piena, traffico, regali di Natale comprati nei posti giusti lontano dal caos che stressa. Tra cinquanta euro mollati allo sportello bancomat per rincoglionimento, si invecchia, amici miei. E il manico dell'ombrello che s'è svitato e l'ho perso per sempre. Niente drammi, ma far durare un ombrello per più di dieci anni mi teneva in corsa per il guinness dei primati. Questi giorni sono fatti di gente che tra un panettone e un cellulare nuovo ancora guarda verso il Tevere, di serenità a momenti, di incazzature temporanee, di fugaci birre gustate circondato da alberi di Natale e addobbi, nei pub come dappertutto. Di pioggia, al gusto di pioggia, in anni di pioggia. E camminare sotto gli schizzi d'acqua ormai non mi cambia la vita, manco fossi di nuovo in giro per la swingin' London. Non mi cambia la vita nemmeno questo genetliaco, forse è per questo che alla fine ho deciso di scrivere un giorno prima, anche se un po' cozza con quello che ho scritto sopra. Ma voglio che sia chiaro che le idee non sono poi così chiare.
Questo è dicembre. Il mese del solstizio d'inverno, il mese della tisana del risveglio coi pasticcini, il mese-ah sì- di Natale e dell'ultimo dell'anno, il mese di quando sono nato. Poi avevo deciso di scrivere un post che facesse un po' ridere e invece m'è uscito così. Però non c'è depressione, non c'è malinconia, nè tristezza tra gli ingredienti. È bene dirlo prima che qualcuno si svegli con l'idea di compatire o consolare. Accetto consolazioni solo per il manico dell'ombrello, ecco. Passo le mani tra la barba della saggezza, il che, a occhio e croce, significa che mi sono rotto i coglioni di scrivere e mi fermo qui (appena mezza risata preregistrata l'avrò strappata, va).
Questa è nettamente saggezza da barba dell'ultimo giorno degli anni di Cristo.
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venerdì, 28 novembre 2008 |
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E FORSE QUEST'ALBA SENZA SOLE PREVEDE COMUNQUE L'ARRIVO DEL GIORNO (cit.)
(on the air: Bugo - Nel Giro Giusto)
Fuori diluvia incazzatello. E sai quale novità. Stenta il sole, dicevano i Quintorigo. Oh mi son fissato di nuovo con Nerovivo dei Quintorigo, bello, si va di repeat come ai bei tempi (ma non potevo metterla come on the air, le regole del blog parlano chiaro, ce l'ho già messa quattro anni fa). Il peggio è alle spalle, nel senso che mi fanno ancora male dalla tosse che ho emesso. Ma va meglio, dai. E intanto le persone che conosco emigrano qua e là nel mondo, cambiano vita, hanno le palle. Ce ne sono altre che va tutto bene qui, o forse loro ne sono convinti perché hanno due soldi in più. Io sono solo un passeggero del volo e mi credevo pilota. Okkei è una citazione, qualcuno la piglierà, ne sono convinto. Tre citazioni in poche righe. Non c'è un motivo che mi abbia spinto a postare, non un motivo particolare, o forse sì. Avevo deciso di postare, se questo basta come motivo, sono qui. Se non basta, bè se non basta non basta. Sarebbe più facile chiedere se state già pensando ai regali di Natale, ma perché farlo? Lo so, di tutto quello che ho scritto, questo è quel che resta impresso. E su questo poi si commenta, vero? Mah, bo.
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martedì, 25 novembre 2008 |
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MALANDATE EVASIONI
(on the air: Church - Under The Milky Way Tonight)
Un lunedì come tanti. Oddio non proprio. Mi sento acciaccatello anzichenò grazie ai fottuti sbalzi di temperatura, grazie a Inter-Juve vista a casa del caro amico Dio con la caldaia rotta e il cappotto nuovo addosso, mentre tra un cheeseburger e l'altro si parlava di ossa crani e budella macinati e inoculati dentro due soffici strati di pane dal colosso del veloce pasto. E una domenica mattina infausta alla stazione Termini per motivi extra dell'extra. La consueta uscita del lunedì l'ho consumata a casa di miocuggino tra una CocaCola rovesciata, crackers aromatizzati, finestra semiaperta da una parte, stufa ustionante dall'altra, la Noe a casa col febbrone. Pesci nell'acquario, fumo di sigaretta che mi raschia la gola, L'aereo più pazzo del mondo sullo schermo. Può capitare nel 2008 di vedere questo film con una persona che non l'ha ancora visto e tutto ciò è assolutamente godibile. Un plumcake mi calma stranamente la gola, ma è un attimo. Cheppalle stare così, ma magari mi passa senza danni, niente raffreddore, niente febbre, niente tosse, niente tasche piene di fazzoletti di carta. Però intanto rieccomi qui, alle porte dell'inverno, felice del freddo e scazzato per ciò che ne consegue. Per tutto il resto fingo di spegnere l'interruttore, ma non è così. Insomma, fuggire dalla realtà è sempre un buon sistema, ma è dura e dura quel che dura. Ciò non toglie che tra un par di settimane vado fuori dalle palle per tre giorni e tutto sarà -come sempre- migliore. Adesso maledico per un po' l'inventore delle malattie, gli orientali e la burocrazia, tra una camomilla dentro la tazza del vin brulè viennese e una caramella londinese, ingobbendomi malinconicamente sulla tastiera, mentre piove una pioggia tendenzialmente romana con scivolate sul monsone. Evadere costa fatica, voi che venite a contestarmi che ora come ora non faccio un cazzo, provateci e mi saprete dire.
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mercoledì, 19 novembre 2008 |
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PROFUMI E ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA: TROVO LA RELAZIONE
(on the air: The Killers - Human)
Sarò breve. Cena romantica, ristorantino appartato, centro di Roma tra via delle Botteghe Oscure e Corso Vittorio, base ittica, vinello bianco. Megacquario di crostacei pronti a fare una finaccia. Pane caldo appena fatto, crudo di gamberi rossi, fauna marina e marinata, tortino di riso nero con calamari, risotto alla crema di scampi per la Noe, per me carbonara di pesc..c'è qualcosa che non va.
Tavolo accanto: si siede una coppia, fratello e sorella, lui pare Giuliano dei Negramaro dopo un brutto tamponamento contro un tir, lei sembra Ringhio il cane intelligggente, ma è decisamente vestita peggio. E soprattutto deve aver intrapreso un'immersione di circa due giorni in apnea dentro un oceanario di profumo dolciastro. Come rovinarsi una squisita cenetta e farsi trascinare via dalla nausea in una manciata di secondi.
Sturata finale con il Latte di Suocera, un centerbe che ti rimette al mondo e ti fa dimenticare per un attimo l'olezzo pestilenziale generato dall'ultimo profumo griffato dal cane di Paris Hilton.
Morale della favola. Care donne, ma anche uomini (acqua di colonia ed ettolitri di Axe non vi fanno sembrare più maschi...), perché abluire l'intera vostra persona nel profumo, che oltretutto costa spesso un fracco di quattrini? Perché compromettere la cena di due persone o un lungo viaggo in aereo, in treno, una giornata di duro lavoro, o a volte in casi estremi financo una gradevole passeggiata? Vi siete forse bruciati le narici da piccoli pippando coccoina? Avete un sudore letale? Volete scatenare, nel senso di farli incazzare, i feromoni di chi vi sta accanto? Spiegatemi perché. Perché io penso che alla donna per essere sexy basti una sola goccia di profumo e voi invece fate rifornimento direttamente dall'autocisterna.
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martedì, 11 novembre 2008 |
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BREVE STORIA DI FACCIALIBRO
(on the air: Franz Ferdinand - Lucid Dreams)
Adesso che c'è Faccialibro, tutto è cambiato, tutto è diverso. Non v'è alcun dubbio che Facebook, il re incontrastato del social network, abbia cambiato il nostro modo di interagire. Io, come voialtri iscritti a questo infernale aggeggio, ho ritrovato tutti. Ho ripercorso con precisione chirurgica ogni singolo periodo della mia ormai non più tanto breve esistenza. Da quando il ragazzino ciccione mi strangolava contro il termosifone dell'asilo ai falò sulla spiaggia dove se andava bene beccavi la più cozza, dalla prima cotta che magari adesso ha due figli e sembra la mia prozìa, al mio periodo blu (eh?), dal mio primo lavoro non pagato all'ultimo sottopagato, dalla prima chat rimorchiona al primo forum parolacciaro, fino al blog. E i parenti vicini e lontani, lo zio d'America e la nonna che non hai mai avuto. A volte mi sembra di aver vissuto più vite, pur avendo il comune denominatore di essere tutte piuttosto sfigate.
Facebook ha messo tutti d'accordo. Ha vinto qualsiasi concorrenza di altro sito e ha messo tutti sullo stesso piano. Dai vips ai poveracci, dai comunisti ai fascisti, dai cattolici ai musulmani, dai bimbiminkia ai radical chic, dai truzzi ai pariolini spinti. Magari li ritrovi tutti insieme appassionatamente raggruppati tra i fans di Madonna o nel gruppo Quanto me piasce magnà li facioli. Perché in fondo siamo tutti una grande famiglia globbbbale.
È l'unica moda del momento che si è estesa in modo così dirompente e in così poco tempo. Più dell'I-phone, più di Baraccobbàma, più di Carosello, più di Vasco Rossi Valentino Rossi e Cappuccetto Rossi messi insieme, più del formaggio con la marmellata, più delle morti bianche in prima pagina al tiggì e più financo della pallapazza che strumpallazza. Fossi un massmediologo (un mass..mechè??) seguirei il fenomeno. E penso che costoro lo stiano seguendo con attenzione. In pochi mesi abbiamo sdoganato tutto. Il nome e cognome su internet. Roba da demonio. Prima avevamo paura anche di scriverlo ad asterischi al posto della password. Ci hanno schedato. E ne siamo felici, perché nel contempo abbiamo ritrovato pure il compagno di banco di quella volta che ci imposero di stargli vicino per punizione. Ai tavoli dei ristoranti e dei pub, in fila alla posta, con mamma e papà, in sala d'attesa per operarsi di appendicite, non si parla altro che di Facebook. Anzi chi si operava quel giorno s'era messo d'accordo per incontrarsi in ospedale.
Ci sono anche i giochini e i test scemi su faccialibro. Sono sicuro che alla fine, pur di partecipare al quiz Sei o no più taccagno di Zio Paperone? forniremo senza indugi le nostre coordinate bancarie e il nostro PIN segreto inoltrandoli a tutti i nostri nemici, come espressamente richiesto per iscriversi.
Ma Facebook è molto di più. È soprattutto farsi con disinvoltura gli affari altrui:
Pettegolezzo standard: Giggetto ieri ha fatto la festa di compleanno e non ci ha invitato, c'erano le foto su feisbuc, ha invitato persino Gerlindo! Che sbafava tramezzini al tonno alla facciaccia nostra.
Pettegolezzo segreto: Pinca ha messo le corna a Pallino, l'ho capito da alcuni riferimenti su feisbuc...mi sa che anche Pallino l'ha saputo, s'è iscritto alla Nobile Causa contro le Donne Mignotte.
Pettegolezzo clamoroso: ma sai che su Feisbuc il Fungardelli è amico di Marika? Cioè dai, io e lui eravamo in classe insieme e non ci vediamo dal compito di algebra dell'esame di terza media, lei è quella sarda con cui mi scambio le email che vive in esilio in Lesotho dall'età di tre anni. Matteprego, il mondo è piccolo, altro che sei gradi di separazione! E lo sai? Il Fungardelli sta pure ner giro der Vichingo!
Pettegolezzo mistico: Enzo è diventato politeista. Ha cambiato la religione sulla pagina del profilo. Fino a ieri stava nel gruppo Amici di nostro crande papa tetesco, oggi lo ha mollato e s'è iscritto a Osiride non abbandona di certo il cane Anubi.
Pettegolezzo bastardo, ma lecito: fino a due anni fa firmava con la ics e pensava che l'inglese fosse una marca di carrozzine. Come fa ora a lavorare all'Herald Tribune? Ed è drammaticamente vero, ci sono pure le prove linkate e -per tutte le vacche anglofone!- la foto con la regina Elisabetta che gli dona le insegne di Gran Cronista di Cornovaglia e parte del Lancashire.
Pettegolezzo estetico tra amiche: hai visto le foto di Cippalippa a Formentera? Abbronzata, vabbè ma...le tette per terra, le occhiaie per terra, la pancia per terra, nella foto faccio fatica a distinguere lei dalla scamorza affumicata gigante adagiata sul tavolo del buffet del villaggio vacanze.
Pettegolezzo autolesionista (pronunciato singhiozzando): sai, ho visto le foto del/-la mio/a ex, s'è sposato/a. E pensare che fino a dieci giorni fa diceva di amarmi. Non ho fatto in tempo a cancellarlo/a dalla lista degli amici, checcazzo!
Pettegolezzo tanto per farlo: Gennarino è stato tutto il giorno collegato in chat, certo che non fa mai un cacchio eh? Il che implica però che tu sia stato a spiare le mosse di Gennarino minuto per minuto.
Che gente, che tristezza.
E ora scusatemi, vado di fretta. Devo andare su Facebook a controllare cos'è successo mentre scrivevo il post.
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mercoledì, 05 novembre 2008 |
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ELOGIO PARZIALE DELLA DISOCCUPAZIONE
(on the air: Merci Miss Monroe - DamnDamnDamn)
Disclaimer per venire incontro alle capacità mentali di chi si sentisse offeso: questo post, che può sembrare superficiale, è ad alta dose di ironia e anche un po 'di amarezza. E il sottoscritto ha ancora la fortuna di non stare in mezzo a una strada. Ma sa che in tantissimi non arrivano a fine mese, è bene ricordarlo. Se poi queste righe urtassero la suscettibilità di qualcuno, bè, cazzi suoi. Io però vi ho avvertito.
La disoccupazione speriamo temporanea (per chi si preoccupasse della mia inerzia, qualcosa si muove neh), può regalare tante e tante gioie. Non mi limito allo scontato andare a letto tardi e conversare allegramente con me stesso. No. Non mi limito a svegliarmi quando mi pare e a guardare i cartoni animati. Posso altresì permettermi di rimirare dalla finestra e all'asciutto, il monsone abbattutosi sulla capitale con conseguenze purtroppo anche molto brutte. Il tutto mentre voi alacri lavoratori vi sbattete tra autobus, motorini e macchine annegando nell'acqua e nel traffico per beccare due lire. Posso andare alla ricerca del tempo perduto in mesi e mesi di non faccio in tempo. Posso conoscere tutte le (mah...) potenzialità nascoste di Facebook. Posso celebrare in tutta tranquillità la festa del vino, in anticipo su San Martino, e cimentarmi tra qualche ora nella delicata e impegnativa impresa di riprodurre -dopo la brillante prima volta- le croquetas de jamon, autentica leccornìa degustata qualche mese fa in quel di Barcellona. Posso esplodere di gioia davanti all'improvviso risveglio dallo stato comatoso della mia squadra del cuore. Avrei potuto farlo lo stesso, ma vi dirò, forse c'è più gusto. Potrei sciropparmi fino a tardi le elezioni americane, ma, ecco, non me ne può fregar di meno. Obama è nero, vabbè, però amici esaltati, è sempre yankee. È retoricamente ammerigano e sembra pure Ramazzotti tinteggiato. Non capisco cosa ci sia da festeggiare se vince lui o da rimanerci male se vince McCain, che tra l'altro è nettamente l'alter ego di Tug Benson l'esilarante presidente di Hot Shots. Barack. Cheppoi al primo missile che parte o al primo mio amico Silvio, vi incazzerete di nuovo tutti quanti e magari lo chiamerete negro traditore, perché in fondo è del partito della famigghia Clinton. E perché siete italiani, mica americani. Chiusa parentesi.
A volte la vita da disoccupato annoia, ma del resto cos'è che non annoia se lo fai spesso? Ti annoi e ti incazzi al lavoro. Così invece ti annoi e ogni tanto, molto spesso, ti incazzi perchè non ci sono i soldi. Insomma tutto nella norma, cari lettori. Non vi invidio, non invidiatemi. L'invidia è un brutto sentimento e in alcuni casi porta pure rogna. Effetti collaterali della disoccupazione sono certamente quelli di rincoglionirsi appresso alle pubblicità, che basta che accendi la tivì e ti viene da mandare in culo Ciccio Valenti che strilla ooolìm! mentre cinque idioti giocano al poker tarocco. O da chiederti perché Elena Sofia Ricci parla come se stesse perennemente masticando un fascio di bucatini ben conditi.
Aspetto sul greto del fiume creatosi nelle ultime ore in qualsiasi angolo di Roma. Prima o poi passerà anche il cadavere della disoccupazione. Ma finchè dura e sono un uomo libero dalle quotidiane schiavitù, facciamo che va quasi bene così.
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giovedì, 30 ottobre 2008 |
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DISTRUZIONE, RICOSTRUZIONE, OSTRUZIONE
(no, non c'entra l'istruzione)
(on the air: Portishead - Hunter)
Arriva un momento nella vita in cui rifletti e sbotti: cazzo, forse devo pensare a ricostruire tutto, a ricostruire me. La cruda, crudissima realtà, è che quel momento non arriva solo una volta nella vita. Arriva spesso, spessissimo: dall'incartarsi per la prima cotta non corrisposta allo sbattersi invano su un libro farcito di commi. Dall'amarezza di una storia finita male alla dipartita di qualcuno cui volevi molto bene. Da un vinile graffiato che si incanta sotto una puntina a un licenziamento imprevisto. Dalla ricerca di qualcosa da fare per vivere alla ricerca di noi stessi. È tutto un enorme circolo vizioso dal quale si esce a fasi alterne per poi tornare nel loop della pippa mentale precostituita. Inutile chiamarsi fuori, chi lo fa evidentemente è un deficiente. Nel senso che gli manca prima di tutto qualche etto di materia grigiastra.
Farsi schiacciare, soccombere sotto i colpi dell'indomani mattina è vigliacco almeno quanto ignorare la situazione. E mi rendo conto che già sto camminando sui binari che portano di filato ad un succulento ossimoro. Godere del silenzio notturno interrotto solo dalla costante iperventilazione del piccì e da qualche goccia avanzata dal ciclone di due ore prima, in certi casi è salutare, anche se fottutamente mendace.
Mi capita spesso di rileggere il post prima di darlo in pasto alla rete e così sto facendo anche adesso. Ovvietà, caro Ataru, ovvietà elevate alla enne. Un mucchio di banalità che hanno fatto la fortuna di scrittori e registi incidendo un cesareo nel cranio di adolescenti insoddisfatti, trentenni insicuri, -antenni al bivio. Questi presunti intellettuali hanno persino ricamato piccole crepe nella baldanza di gente felice così com'è, chepperò proprio quel giorno ha avuto la sfiga di imbattersi nella pessima arte del pensare.
Un po' invidio e un po' disprezzo tutta la gente là fuori che fa casino per non so (e forse non sa) quali ideali. Mi rendo conto che non esisto solo io, ma mi rendo conto anche di essere molto più importante io, per me. E me ne fotto, non mi piace fingere interesse, sonori fischi all'ipocrisia. Il discorso va aldilà (e questo se ci pensate, è un inciso pressochè inutile, ma se non ve lo dicessi non ci fareste caso perché scorre come un pistone oliato di fresco). Insomma. Ricostruirsi e non parlarsi troppo addosso, mettere tutto nello zaino dei buoni propositi, caricarselo sul groppone e sfacchinare invece di farne il solito scoppiettante falò.
Fuori ora come ora è tutto immerso nell'umidità, si vede sfocato. E certezze non se ne vedono manco col cannocchiale. La differenza col tizio che qualche anno fa scriveva qui le stesse identiche cose, è una maggiore disillusione. Meno sei illuso, meno perdi tempo a parlarti addosso; più agisci, più metti un altro mattoncino. Cheppoi ancora ci si chieda perché ci abbiano mandato sulla terra a fare questa cosa, è decisamente un discorso da più alte sfere, che lascio a chi è arrivato alla dimensione iperspaziale ed è, a questo punto, molto più figo di me.
La furbizia di scrivere un post così -come già accennato sopra- è quella di far ritrovare tutti in almeno una delle situazioni paventate. E buonanotte al secchio.
Se non avete simpatia per tutto questo, c'è però anche un post alternativo più facile da commentare: mi ero dimenticato di consigliare a chi apprezza i generi fratelli Coen e Pixar-Disney, i film Burn After Reading e Wall-E. Costoro non resteranno delusi. E tutto sommato nemmeno io, doveste giudicare migliori queste ultime quattro righe piuttosto che tutto il resto. Che a dirla tutta, cheduepalle contorte.
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sabato, 25 ottobre 2008 |
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CORDIALMENTE
(on the air: Pluxus -Transient)
Certe volte mi chiedo perché io sia così indisponente verso buona parte del genere umano. Cioè, mi basta poco.
Entro nel bagno di un ristorante dove peraltro fa un caldo porco, mi lavo le mani e trovo il rubinetto orientato sul tiepido. Perché tu, essere maschile che hai espletato i tuoi bisogni urinari prima di me, hai sentito la necessità, con una temperatura e umidità interna da serra tropicale, di lavarti le mani con l'acqua tiepida? Non sei neanche una donnicciola con le mani fredde, per quella storia che le femmine hanno le estremità congelate anche quando fanno il bagno turco. Sono intollerante verso buona parte del genere umano e non faccio nulla per cambiare. Non voglio fare nulla.
Prendiamo un'imbecille come ce ne sono tanti. Una cogliona che parcheggia la macchina, preferibilmente un SUV, davanti a un passo carrabile, preferibilmente la rampa del tuo garage. Ma anche una normalissima doppia fila. Scusi, dovevo prendere la mia bambina a scuola, solo dieci minuti. In dieci minuti io posso essere arrivato a destinazione, posso fumare due sigarette, posso morire d'infarto, posso dipingere una staccionata o pippare rosmarino fino a diventarne dipendente. Dunque speri di farmi pena? Qual è la molla che scatta nella briciola di Tegolino scaduto che hai al posto del cervello? Vaffanculo te e la ragazzina, che sicuramente crescerà lobotomizzata quanto te. Inutile che protesti per la riforma Gelmini, sei un'idiota e come tale anche tua figlia lo sarà.
Mi fa incazzare la parola coibentato senza un reale perché. Qualcuno però deve averla inventata. Peste lo colga.
Eppoi perchè gli alberghi ti danno dei portachiavi delle dimensioni di un leone marino femmina incinta e del peso di un palazzo di sei piani? Per difesa personale? I gestori sono forse invidiosi delle tasche dei miei jeans e le vogliono vedere in frantumi? Qualcuno mi spieghi.
Ho problemi di concentrazione mista ad egocentrismo, non vi ascolto più di dieci minuti senza almeno infilare qualcosa che riguardi me stesso nella conversazione. Altrimenti vengo colto da catalessi e annuisco passivamente.
Dal tabacchino non mi va di aspettare quattro allocchi che pagano cinquanta euro (e dico cinquanta non così per dire) di tassa allo stato per cercare di vincere cento milioni al superenalotto. Io voglio le mie Marlboro Medium. Accetto la nonnina che compra il latte, il bimbominkia che compra le cartine per fabbricarsi le sigarette di droga, persino il tipo che acquista marche da bollo scadute per la sua collezione da mostrare agli amici della bocciofila. Ma non chi lunedì ha sognato di essere una frittata di ramarro, mercoledì di essere Toro Seduto contro i frullatori cattivi e venerdì pesce. E dopo ha aperto il libro della smorfia napoletana convinto che sì, quei fottuti soldi saranno presto tra le molle del suo materasso.
E non sopporto chi va nei locali trendy per rimorchiare, chi finge di andare controcorrente e nemmeno chi ci va sul serio e soprattutto lo fa notare. Anche se io stesso qualche volta lo faccio. Ecco, a quel punto il serpente si morde la coda.
E vi dico la verità, mi sto piacevolmente antipatico.
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giovedì, 16 ottobre 2008 |
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UN'INDAGINE MOLTO NOTTURNA
(on the air: The Cure - A Letter To Elise)
La Notte era indaffarata, frenetica, quando le chiesi di cercare una persona a me molto cara. Una persona che in passato avevo apprezzato, ma che era lentamente andata a farsi fottere tra i meandri del Labirinto della Mente. Un dedalo infinito, una cattiva compagnia fatta di pensieri che lasciano senza respiro chiunque ci entri, lo rendono più debole, vulnerabile, assente. La Notte, che di favori non ne fa tantissimi, o almeno non a tutti, mi disse di aspettare ancora qualche ora. Ma del resto le vecchie amicizie non si dimenticano, così disse. E io mi affidai totalmente a Lei. Se avessi chiesto al Giorno, mi avrebbe risposto picche. Non ci amavamo di certo con lui. Fu così che la Notte, senza pretendere un centesimo, si interessò al mio caso.
Questo tizio sparito l'avevo riincontrato di tanto in tanto, a sprazzi, anche di recente, ma poi si era dissolto come dentro un barile d'acido. Mi odiavo per non essere riuscito a stringergli un avambraccio e bloccarlo, dirgli di piantarla coi pensieri inutili e di cominciare ad agire. Eppure contemporaneamente capivo il suo stato mentale, in certi momenti mi veniva di dargli ragione e fanculo a tutto il resto.
La Notte, che conosceva bene il soggetto e non aveva bisogno dei miei suggerimenti, si mise a cercarlo senza sosta. Lo cercò nel lento bruciarsi di una sigaretta, nel rotolare di una palla da biliardo su un tavolo verde, nella staticità dell'aria umida, nel fondo di un boccale di bionda doppio malto, nelle parole dette e in quelle non dette, nei sospiri della donna che lui amava, tra le lettere di un biglietto infilato nella prima pagina di un libro, nelle note di un vecchio cd, tra un pezzo eighties dei New Order e uno soft dei Counting Crows. Lo cercò sull'asfalto che lui percorreva abitualmente, così accattivante quando è libero dal traffico diurno. La Notte chiese di lui persino ai gatti di strada, che tutto sommato gli volevano bene e non facevano niente per nasconderlo. Esaminò per bene qualche tazzina ancora bagnata di caffè, una consunta tastiera da pc, un curriculum vitae piuttosto stropicciato, qualche foto impolverata, un giornale aperto con la data odierna. Fu allora che la Notte si illuminò anche se solo per un secondo, giusto il tempo di risolvere il caso. E scese sulla città che era immersa in un'appiccicosa nebbiolina -preludio della consueta ottobrata romana- trovando quel figuro a me caro. Comodamente adagiato al posto di guida della sua vettura: era sereno, sorrideva e stava benone. Ormai lontano dalle infestate paludi del Labirinto della Mente. La chiave per uscire l'aveva trovata lui stesso con l'aiuto di tutti i suddetti indizi scaltramente reperiti nel buio.
Appena il figliol prodigo ebbe a riconoscere la nostra vecchia, oscura amica comune, inchiodò dolcemente e la fece salire in macchina. Solo un sorriso complice, non si dissero niente; entrambi sapevano di dover andare senza fretta nella stessa direzione.
Poco fa la Notte ha bussato con discrezione alla mia porta, è entrata, mi ha sussurrato all'orecchio che è vivo e vegeto e sta bene! Guarda, è lì fuori.
Così staNotte mi ha riportato Me Stesso.
in copertina: Edward Hopper - Automat, 1927
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lunedì, 06 ottobre 2008 |
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IO C'È
(on the air: Caesar Palace - 1ne)
No, ma sto qui eh. Non sono fuggito. Ho solo passato un periodo di incazzatura con il mondo per svariati motivi in scala di grigi dal più futile al più serio in assoluto. Cheppoi per carità, quando più quando meno sono sempre incazzato con il mondo, fa parte del personaggio, perdiana. Ho avuto modo di incantarmi e ridere di gusto davanti al genio irresistibile di Corrado Guzzanti (almeno uno buono in famiglia c'è) in Fascisti su Marte. Ho avuto modo di vedere Il Divo di Paolo Sorrentino. E confermare che è l'unico regista italiano che non sembra italiano. Bando alle lagne di Ozpetek (altro che turco, è più italiano di un regista di fiction), bando a Muccino che pure adesso se la tira perché gira a Ollivud. E soprattutto, cazzo, Sorrentino non mette nei suoi film nè quel pesce lesso di Accorsi, nè Isabella Ferrari, nè la Sandrelli nella parte della moglie/madre fedifraga ma buona, mignotta ma santa, sorridente ma che si sa commuovere. Toni Servillo fa Andreotti e sfodera l'ormai consueta prestazione monstre. Il film lascia per certi versi un giudizio personale allo spettatore. E non è poco, soprattutto a dispetto del paese idiota in cui viviamo dove qualsiasi pretesto è buono per giudicare e sputare addosso all'avversario senza guardarsi prima allo specchio.
Vorrei dirvi anche che ho trovato lavoro e quindi sto poco qui sopra, ma pare che Roma sia satura di giornalisti rampanti e non. A meno che non cerchi lavoro non retribuito. Nell'isola di non retribuito cercano sempre nuovi giornalisti, penne e pennette di talento e già che quando se magna è sempre un piacere, pure rigatoni all'amatriciana. Vabbè, resto incazzato col mondo almeno altri cinque minuti.
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lunedì, 29 settembre 2008 |
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IPOTESI SUL COLPEVOLE
(on the air: Mystery Jets - Two Doors Down)
L'altra notte, sarà stato tipo tra giovedì e venerdì, ho avuto a che fare con un virus bastardissimo di nome Cutwail. La creatura telematica e fetente, stava tentando di possedermi ciberneticamente, partendo dall'email, per poi passare alla connessione, fino ai dati sensibili tipo le coordinate bancarie, le password di email, Flickr, Feisbuk, i numeri di telefono delle pizzerie e del meccanico, le foto delle vacanze e il curriculum vitae. In quest'ultimo caso, bastava avvertire, glielo avrei mandato come ho fatto con tutti gli altri possibili datori di lavoro. Per sconfiggerlo ho fatto l'alba. Ma ho temuto il peggio. Cioè del tipo: in mano a quale figlio di trojan saranno finiti i miei dati sensibbbbbili? Ho così formulato qualche ipotesi in tal senso.
Ipotesi A: sono venuto a sapere che il virus è di origine hongkonghesebarrataiuanese. Dunque un orientale maniaco di manga, bimbe vestite alla marinara e fluidi corporei col vizietto di spulciare tra i cazzi altrui si sarà impossessato di tutto il mio me stesso? Va bene, vado a comprare una katana o più semplicemente lo stendo mandandogli una foto di Sandra Milo nuda.
Ipotesi B: il classico nerd occhialuto sfigato dell'Oklahoma. Quarantadue anni, passa la sua giornata tipo a guardare le foto delle fanciulle discinte di tutto il mondo ravanando torbidamente nei loro piccì. Una volta entrata la mamma urlante nella stanzetta, ha comunque spento tutto di corsa. Ma tanto di foto ha trovato le mie, speriamo solo non sia ghei.
Ipotesi C: un ladro. Rumeno, napoletano, svedese. Non me ne voglia nessuno, la categoria è largamente globalizzata. Una volta preso coscienza che sul mio conto corrente ci sono quattro euri e ventidue centesimi più la figurina di Toninho Cerezo, si è costituito alla polizia telematica ed è stato rilasciato per manifesta incapacità.
Ipotesi D: una casalinga annoiata già sveglia alle treemmezzo di notte, che prima di iniziare a stirare le mutande del marito, i pantaloni del figlio e le sue calze a rete usate poco prima in webcam, ha pensato di sperimentare il virus come nuovo strumento di trasgressione. E dopo una mezz'ora di consultazione dei miei dati, è definitivamente guarita dall'insonnia.
Ipotesi E: che è anche la più plausibile. Bill Gates, il più noto e conclamato untore di piccì, mi ha messo alla prova e ha voluto dimostrarmi che sono in grado di risolvere i problemi più complessi su Windows. Tanto per convincermi che passare al Mac non è una buona idea. In quest'ultimo caso, caro Guglielmo Cancelli, già che oramai hai anche la password e l'indirizzo del mio blog, magari verrai a trovarmi qui e come minimo mi leggerai. Tornando al discorso di inizio post, hai anche il mio dettagliatissimo civvù. Facciamo una cosa, Bill, mi trovi lavoro?
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martedì, 23 settembre 2008 |
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DIECI COSE CHE HO CAPITO
(on the air: Chris Rea - Josephine)
Di ritorno dal matrimonio del fratellino della Noe, posso affermare che:
a vivere un matrimonio indaffarandoti dietro le quinte tra foto da fare e angoli da smussare, ti passano più velocemente il sonnolento prete polacco e il micidiale pranzo da quattordici portate che ti siedi alle due e ti alzi alle sei quando ancora manca l'amaro.
guidare per le strade della Toscana tra Pisa e Lucca in una bella giornata soleggiata e fresca ti rilassa, anche se la macchina è quella del potenziale suocero, sei insalamato dentro il vestito buono e hai un cappio viola al collo.
Hancock è un film niente male. Ancor più se visto la sera a giochi fatti, sul finire del processo digestivo, affondato in una comoda poltrona del cinema multisala, che per una volta fatemelo esaltare. Un toccasana, un po' come dopo il pranzo natalizio.
la notte bianca di Pontedera è molto più incasinata della fu notte bianca di Roma.
se dovessi mai sposarmi, a casa mia arriveranno tonnellate di piante, anche all'ora di cena. A questo punto le chiederò tutte grasse, così mi arricchiscono la collezione.
se dovessi mai sposarmi, non mi sposerò all'ora di pranzo, ma questo lo avevo già ben chiaro in capoccia.
essere il romano in mezzo a sessanta sconosciuti in linea di massima consapevoli di chi sei e dunque alquanto curiosi, fa strano parecchio, fa quasi mosca bianca.
fare colazione in albergo con un caramba abruzzese in permesso -collega dello sposo- è piacevole.
se il tuo potenziale suocero ti convoca clamorosamente per fumare una sigaretta insieme a lui, ci sta che ti chieda più di qualcosa sulla tua squallida non-situazione lavorativa.
l'unico modo per rompere un po' gli schemi nuziali, sarebbe quello di intraprendere la fruttuosa quanto un po' gaia professione di wedding planner. La cosa mi attira, sarà grave?
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mercoledì, 17 settembre 2008 |
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CLUJ È PEGGIO DI ME
(on the air: The Verve - Love Is Noise)
Il freddino, il pub di legno nella via del Piper, il megapanino con hamburger e cheddar, i bastoncini di pollo, la torta Oreo a metà con la dolce metà, gli strilli dei pischelli con le sciarpe: è tornata la Champions League. C'erano tutte le premesse per un buona la prima. Peccato che all'appello mancasse la Roma. Stanotte sarà grande festa nei campi rom, ti pare che qualcuno non è di Cluj?
Tacerò invece delle polemiche successive alla blogfest 2008. Mi sono documentato mio malgrado (fino a qualche giorno fa ignoravo anche l'esistenza di tale ennesima, profonda caduta nell'autoreferenziale) e mi sono veramente intristito. Vabbè ci ho ripensato, non taccio, però faccio presto. Del resto a certa gente fa piacere, purchè se ne parli: diamogli 'sti venti centesimi nel piattino. Vi basti sapere che sul lago di Garda, tra mille bloggherz, un aperitivo, una chiacchiera e un rutto rigorosamente duepuntozero sul futuro del mondo, un creativo pubblicitario col nome da creativo pubblicitario sale sul palco e spara una cazzata sull'undici settembre, peraltro trita e ritrita (massì, a livello di campagna mediatica lanciare un par d'aerei contro le torri gemelle è un'ideadellamadonna. Un pensiero così profondo non lo sentivo dai tempi di Jerry Calà e del Jovanotti disimpegnato). Poscia, un blogger col nome da blogger si offende manco fosse stato lui al posto di Ground Zero e solleva contro l'infedele creativo (avrà mica inventato lui pure il gattino Virgola? è un'ideadellamadonna!) tutto il popolo dei blogger illuminati dal sacro fuoco dell'anch'io alla Blogghefeste c'erA o almeno volevA esserci ma mia mogliebarramammabarrafidanzata non mi ci ha mandato per paura che lì ci stanno le donnacce. Insomma si sollevano tutti come canne al vento, tranne due megalomani che ormai da tempo stento a riconoscere come blogger. Una che ormai, ahimè, le sono rimaste solo le tette e che non a caso è la fidanzata del graaande pubblicitario e giocoforza non può che schierarsi nella trinceadellamadonna. L'altro, il guru della macchia, l'organizzatore della lieta kermesse bloggarola, che sentenzia a favore del geniacciodellamadonna dall'alto del suo nientepopodimenochè Twitter come fosse il Quirinaler. Il bello è che per fare questa figura barbina e premiare i depositari della controinformazione da tartina col caviale, Travaglio, Facci, Grillo (Grillo??? ma cazzo, pensavo che ormai solo Bruno Vespa fosse convinto che quello di Grillo è un blog) e altri quattro stronzi, si sono anche fatti finanziare da fior di sponsor. Insomma come stavo dicendo prima -visto che da qualche parte bisognerà pure rientrà delle spese- basta che se ne parli. E che se ne parli a colpi di clip ed embed su Youtube, feed su Facebook, Twitter, MySpace, Tumblr, Flickr, Gnuttr e Kazzr. Come le gonnelline alzate a Buona Domenica o meglio gli upskirt che fa più duepuntozero e così non vado fuori tema. La conclusione mi sorge spontanea dal cuore: non c'avete proprio un cazzo da fà.
Oh, io ne ho parlato, ora vossignori trovatemi da Google.
Tiriamo le somme:
se è davvero questa la Roma, mi metto a tifare per il Cluj.
se è davvero questa la decantata qualità della blogcirconferenza™ itaGliana, voglio fare parte di quella sammarinese. O di Cluj.
Personaggi e interpreti:
Parte prima: io nella parte di io, la Noe nella parte della dolce metà, i fantasmi nella parte della Roma, Cluj nella parte di Clej, Clej nella parte di Cluj.
Parte seconda: tal Vicky Gitto nella parte del graaande pubblicitario col nome da graaande pubblicitario, tal Marco Camisani Calzolari nella parte del blogger col nome da blogger, le tette di Selvaggia Lucarelli nella parte delle tette assolutamente col nome da tette, G. Neri nella parte der Napolitano de Twitter, Travaglio, Facci, Grillo e i quattro stronzi (senza offesa) nella parte di loro stessi, un commento dell'amico Trentamarlboro nella parte dell'involontaria miccia che ha innescato la mia voglia di documentarmi.
PS: SICCOME MI SI FA NOTARE CHE IL POST è UN PO' CRIPTICO PER I PROFANI ED EFFETTIVAMENTE RILEGGENDOMI CI CAPIVO POCO ANCH'IO, C'è UNA VERSIONE FOR DUMMIES NEI COMMENTI.
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venerdì, 12 settembre 2008 |
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LE FOTO CHE NON HO MAI FATTO
(on the air: The Killers - All These Things That I've Done)
Ogni tanto mi capita di spulciare le altrui foto su Facebook. Non quelle degli amici, cioè sì, anche quelle, ma poi finisco su quelle degli amici degli amici e sui profili pubblici. E mi rendo drammaticamente conto di non avere una sola foto in cui sfoggio un'invidiabile abbronzatura su una spiaggia caraibica (che di solito poi ad una più approfondita analisi risulta essere Fregene Bicce), nè una foto dove sfoggio un'invidiabile abbronzatura e basta (qualcuna sì, ma è vecchia). Non ho, per la miseria, una foto in discoteca in cui faccio un'espressione da coglione, nè una foto in discoteca dove oltre a me c'è un altro amico lampadato con la faccia da coglione. Ahimè non c'è nemmeno quella con l'amico lampadato e sei-fighe-sei anche loro lampadate e con la faccia un po' cogliona. Non ho la foto al tavolo del locale a Ponte Milvio (sì, spesso lo frequento, ma non per farmi le foto) col proprietario fancazzista che fa cocktail di merda e la cameriera che s'è ripassata tutto il ponte, lucchetti compresi. Non ho nemmeno una foto dove faccio le boccacce. Non ho la foto di quella volta (quale?) che virilmente mettevo le mani addosso al mio amico palestrato per sentirgli quanto è gonfio il muscolo dopo l'ultima lezioncina di prepugilistica. Non ho una foto in un villaggio vacanze della Tunisia, dell'Egitto e del Messico e spero di non averne mai. Non ho una foto con un cane, nè una foto mentre mangio un'orribile carbonara in una fraschetta di Ariccia, non ho una foto insieme a un vip e nemmeno una foto fatta in un parco pubblico mentre gioco a pallone. È incredibile quanto sia uomini che donne tendano a pubblicare sempre gli stessi soggetti. Sarebbe da farci una statistica per poi trarne un ottimo servizio di Studio Aperto. Io però mi sento un po' sfigato. Per fortuna, almeno qualche foto mentre fumo una sigaretta ce l'ho.
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mercoledì, 10 settembre 2008 |
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IL BOSONE RAMPANTE
(on the air: Oasis- Live Forever)
Cominciamo col dire che nessuno su questa terra potrebbe arrivare a leggere tale post. Potrebbe già essere troppo tardi (consueta toccata e fuga di Beethoven in sottofondo). Ora, a parte il fatto che ne avrà parlato tutta la blogcirconferenza, io non ho ancora capito tutto per bene. Però oggi secondo alcune autorevoli minchiate che girano sui tiggì saremo ingoiati da un buco nero. Ovvio che è una bufala. Mi dicevano del fatto che questo buco nero si aprirà e si chiuderà nel giro di un minimicroinfinitesimo di secondo o giù di lì. Non acchiapperebbe nemmeno Pupo e il ministro Brunetta. Questi cervelloni italiani, in quel della neutrale e ridente Ginevra vogliono scoprire l'origine del Big Bang e individuare il bosone di Higgs. Contrariamente al nome, non è né un film porno, né un dinosauro e neanche una cosa di dimensioni spropositate. È una semplice e leggendaria particella di materia, soprannominata in amicizia dal fisico Lederman, la particella di Dio. Mica cazzi. Insomma per farla semplice io, voi, i bacarozzi, i mobili dell'Ikea, l'i-Pod, l'echinocactus grusonii e il risotto alla pescatora abbiamo avuto tutti lo stesso comune papà: il bosone. Figlio di un bosone! Non è un insulto come non è un film porno, né un dinosauro o una cosa di dimensioni spropositate. Se volete capire cosa succederà da stamani nella terra del formaggio coi buchi e degli orologi precisi, non chiedete a me, piuttosto leggetevi un link a caso con tanto di allegata e immancabile profezia di Nostradamus (ma 'sto Nostradamus aveva per caso anche previsto che ci avrebbero rotto i coglioni una volta al dì con le sue quartine?). Fin qui la scienza e l'incoscienza che della i non fanno senza.
Però ora pensate se davvero dovessimo finire in un buco nero. Probabilmente ci smaterializzeremmo come l'equipaggio di Star Trek col teletrasporto, ma senza rimaterializzarci chessò, sul pianeta degli Occhi Storti Viventi. Insomma finiremmo tutti come cous cous stellare o una roba del genere. Io personalmente, temendo la fine del mondo e guardando al mio orticello mi sono disperato. Non saprò come finisce Ugly Betty, non troverò un nuovo lavoro, ho bevuto un solo long island ice tea la sera prima del giorno del giudizio, non ho visto la mia ragazza per l'ultima volta, non ho ancora sentito dire a Veltroni una cosa non banale, non tornerò a Berlino nè andrò in Islanda, la mia terra promessa. Non mi sono vendicato, maciullandola, della zanzara che mi ha divorato nel pomeriggio, non vedrò arrivare l'autunno levandomi dalle palle quest'estate infinita, non farò financo in tempo a ricaricare la batteria del cellulare, nè a vedere la Roma giocare contro il Cluj Napoca. Se davvero dovesse succedere, io, voi, il cellulare, l'autunno, l'Islanda, Berlino, Veltroni, Ugly Betty, il suo apparecchio, la mia ragazza, il long island ice tea, la cempions lig, il gheipràid, Berlusca, Obama, McCain, Martufello e forse anche quella stronza della zanzara, saremmo risucchiati indistintamente in un vuoto spazio temporale.
Come dite? Anche la De Filippi e il gattino Virgola? Pure i bimbiminkia con l'elastico delle mutande di fuori e il ciuffo emo? Persino Gigi D'Alessio?
Signor bosone, faccia di me ciò che vuole, io sono pronto.
leggi l'ULTIM'ORA!
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venerdì, 05 settembre 2008 |
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MI CHIAMO VIRGOLA
[e io ti uccido]
(on the air: Il Genio - Pop Porno)
Il tema è: spot fastidiosi. Dunque preferireste trucidare a badilate o avvelenare con croccantini scaduti nel '79 il gattino Virgola, quello della suoneria? Dire finalmente a Carolina Kostner che prima di dare gli esami con il CEPU dovrebbe imparare a parlare italiano e non esprimersi come un falegname del Brennero? O forse vorreste impanare di cocaina la bambina che sogna gli uomini della farina del Mulino Bianco e indi friggerla nella sugna? Vi dirò, non mi dispiacerebbe eliminare sotto i ghiacci perenni i flatulenti pinguini delle Vigorsol o provocare un blocco intestinale allo scoiattolo Cippi. E che dire di Morandi che strilla ciungaciunga e andavo a cento all'ora per trovar la bimba mia? Mi ha sfinito i coglioni. Che venga investito da una carica da cento chili dei fratelli Bergamasco mentre guarda una partita della nazionale cantanti su Sky!
Oppure la soluzione finale: Carolina Kostner pattina sul ghiaccio recitando a memoria il manuale di diritto pubblico ostrogoto quando inciampa mortalmente sullo scoiattolo delle Vigorsol squartandogli le budella con le lame dei pattini. Le suddette budella palesemente avariate finiscono in parte nella ciotola del gatto Virgola che si strozza e muore senza finire la filastrocca e in parte nell'impasto degli uomini della farina che producono un pane letale per la bambina. E Morandi? Si era travestito da bambina per sembrare più giovane.
blen blen blen blen blen blen blen blen
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domenica, 31 agosto 2008 |
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VECCHI E NUOVI PROPOSITI
(on the air: Mega Bass - Blind)
In questi pigri e ancora purtroppo caldi giorni di fine agosto ho svolto numerose attività. Prima di tutto mi si è rotta una molla dell'autoradio e domani mi riapre l'elettrauto. Intanto giro senza. Direte sticazzi, ma io non lo dico. Ma in questi pregni giorni ho visto il film Denti, che rievoca il mito della vagina dentata. Ecco, diciamo che era abbastanza ributtante. E io connivente che mi faccio convincere dal mio amico. Come se non bastasse, il film l'ho visto al cinema del centro commerciale Porta di Roma, il più grande d'Italia. E alla fine ero meno terrorizzato dai ragazzetti evirati del film, che dall'idea che la gente possa passare un'intera giornata dentro quell'enorme cattedrale nel deserto. E non solo quelli con prole al seguito, pure le ggiovini coppiette! Ma la gente non ha proprio un cazzo da fare? Eppure ci sarebbe. Venerdì per esempio sono tornato a Tivoli, a Villa d'Este di notte. Questo è un posto che tutto il mondo ci invidia, gente. È uno spettacolo di fontane cinquecentesche che almeno una volta nella vita va visto. Anche chi pensa che non gliene frega niente. Tivoli, un paesino vicino Roma, ha tre monumenti importanti, tre ville (le altre due, villa Adriana e villa Gregoriana, spettacolari, diversissime tra loro e da villa D'Este). In pratica, musei esclusi, ha più monumenti di Londra e Berlino. Ma non voglio fare lo snob, se preferite la cattedrale nel deserto con ampio parcheggio non mi offendo.
Arriva settembre, la mia attività principale ora sarà quella di rimettermi a cercare lavoro, che gioia. E mi serve un vestito elegante entro molto poco, che ormai l'altro ha fatto il tempo suo. E non solo il vestito, forse anch'io se non mi metto un minimo a dieta. Intanto però dormo, che non fa mai male. Intanto però comincia il campionato di calcio e siamo tutti un po' meno soli, contentucci, o già un po' più rotti nelle palle ancor prima che cominci. Per chi ricomincia a lavorare ho approntato un nuovo Flickr (rigorosamente gratuito, pagatelo voi lo spazio su internet, ce n'è così tanto) con un po' di foto di Londra, sono tre paginette, divertitevi sognando le vacanzuole. Io mi godo questo esilio dorato in attesa di finire l'oro e restare in esilio in mutande. O trovarmi un qualcosa di retribuito prima che accada ciò.
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domenica, 03 agosto 2008 |
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IL GIORNO CHE INVENTAI L'ESTATE
(on the air: Honeyroot - Where I Belong)
Esiste un giorno, una volta l'anno, in cui arriva l'estate. No, non è il solstizio d'estate, non è nemmeno il primo giorno di fottuto caldo, è uno stato della mia mente. Un qualcosa che scatta. Un meccanismo piacevole, il traguardo a pochi metri. Diversi anni fa a casa di un mio amico, una determinata puntata del Festivalbar segnava una netta linea di confine. Anni dopo, sempre da quel mio amico, era una classifica di musica commerciale da discoteca, tutta fatta, parlata e mixata da noi, molto prima che scoprissi il lavoro in radio, a far scattare quella molla vacanziera. Su quelle note era estate, vacanza. In quegli anni mi aspettava la Sardegna, ormai una consuetudine. Successivamente, bastava il penultimo giorno di lavoro, l'acquisto tardivo della guida di una città europea, un bacio. Oggi l'ho capito quando ho augurato buone vacanze a un po' di amici, l'ho sentito in quel momento preciso. Dopo una lunga giornata fatta di playstation, aperitivo casalingo, cibo thai e cocktail su una terrazza sul fiume con allegati vecchi ricordi, viaggi consumati e da consumare. In quell'istante del saluto, bruciando l'ennesima Marlboro Medium, era estate. Una volta in macchina, con la canzoncina sempliciotta dell'on the air, l'aria condizionata per sfuggire alle temperature tropicali, ho pensato a lei che mi mancava e che tanto stasera la vedo, al mare del Circeo che ci attende nel weekend, al grigio di Londra che da martedì 12 respirerò, a Stonehenge che sono sempre più convinto di voler vedere dal vivo. È lontano l'amaro in bocca lasciato dal licenziamento collettivo, è lontano pure settembre. Voglio sentirmi stupido, romantico, straniero in terra straniera, voglio vedere Roma svuotarsi un po', voglio godermi questi dieci giorni che mancano e affanculo tutto il resto. Senza lavorare è più facile, lo so. Quindi nella sfiga c'è sempre un po' di fortuna, della serie botta di ottimismo fulminante. Sfuma l'aria condizionata dal finestrino, torna il caldo abbacinante, una doccia all'una e mezzo di notte è quel che ci vuole per togliersi l'imperlamento almeno per cinque minuti. Ma ormai si è innescato quel meccanismo per cui l'estate, quella vera, ha fatto il suo roboante ingresso nelle intricate sinapsi del sottoscritto. Che lessate dal caldo, hanno intenzione di darsi alla macchia. Salvo straordinari, manca un post alle ferie dal blog. E ciò, ve lo confesso, non mi fa per niente schifo.
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martedì, 22 luglio 2008 |
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IL LIMBO PREGRESSO
(on the air: Bluvertigo - Sono=Sono)
Ozio, pacchetti di sigarette, cibo notturno, alcol, rottura della scheda video, problemi di alimentazione con quella nuova, continui giramenti di coglioni, vocisolovoci su nuovi lavori, barba lunga, pochi soldi, cercare lavoro, partite infinite, lunghe passeggiate, copiose sudate e ventilatori al massimo, il mare che per me può stare lì dove sta, i Bluvertigo che suonano e Andy che surclassa Morgan, siamo tutti più freddi di quanto crediamo siamo molto più insensbili di quanto pensiamo, Albione che mi chiama e soprattutto somma curiosità: è lei che mi fornisce linfa. Questo è un periodo strano, va vissuto così, anche senza blog se necessario, forse ve ne siete accorti. La visuale non è quella del depresso, nè quella dell'incazzato, è un limbo pre-ripartenza, forse. Non sto bene, non sto male, sto e basta. Secondo me è un evidente progresso pregresso.
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mercoledì, 16 luglio 2008 |
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HO BISOGNO DI ME?
(on the air: Max Gazzè - Eclissi di Periferia)
Dice che chiusa una porta si apre un portone. Adattandolo alla mia stretta attualità si potrebbe dire chiuso un portale. Sarà vero, ma adesso non mi sento granchè bene. E non solo perché sono disoccupato, del resto ci ho campato una vita a fare il pagliaccio coi soldi di mamma. Non solo perché devo rimettermi a cercare lavoro e non so da che parte cominciare. Non solo perché è ancora presto per fare un post coglione dove vi pongo una serie di nuove professioni con le quali riciclarmi alzando soldi con la ruspa. Ma soprattutto per il modo bastardo utilizzato per segare la gente da un giorno all'altro senza avvisare, cheppoi è quello che ti porta via la fiducia nel genere umano e nelle...pfff...buaahahah istituzioni. Quello fa più male. E attenzione, io non sto in mezzo a una strada. Penso a chi ci sta e mi incazzo ancora di più. È vero, bisogna passarci attraverso le maglie ad alto voltaggio di questa merda di società.
E comunque. Prima camminavo tipo zombie sul lungotevere cercando di ripescare la macchina, mentre respiravo la polvere irritante alzata dal trabiccolo che spazza le strade, mi bruciava la gola e l'umidità mi tagliava il fiato. E pensare che venivo da uno spettacolino sul greto del fiume. Miriadi di persone in giro, che ogni volta che passeggio o guido per questa città mi chiedo chi cazzo lavori, visto che c'è casino dall'alba all'alba. Tutti che ridono e scherzano e io mi sento come l'invitato di troppo alla festa. Quello che vede gli amici, le ragazze, tutti che sghignazzano e si sente un pesce fuor d'acqua. Mi escono bile, sarcasmo, sorrisi finti. Magari alla festa, quella storica delle medie, c'era anche l'amico di sempre che imbroccava la serata giusta con quella che ti piaceva. E odiavi lui, lei, il genere umano. Eri una zitella acida in piena regola, che avrebbe trovato da ridire anche sulla disposizione di qualche fottuto bicchiere di carta. Mi sento così. Mi sento che poi passa, che in fondo sono stronzate. Eppure quel modo bastardo di fare le cose da queste parti non me lo scorderò per il resto della vita. La distribuzione della correttezza ab ovo è stata un po' fatta a cazzo. Epperò ogni piccolo gesto, tipo quello della signora del nostro bar che offre la colazione a tutti noi precari licenziati, è un gesto che regala speranza e un pizzico di commozione. Ora più che mai ho bisogno di queste piccole cose. E ora più che mai ho bisogno di me. Soprattutto.
Ultime e vado via. Numerouno: se vi capita andate a sentire Max Gazzè dal vivo. Semplicemente grandioso, maiuscolo, geniale e per l'appunto semplice. Numerodue: se non siete costretti non prenotate i voli con Ryan Air. Ho penato tra aumenti improvvisi, spese impreviste e malfunzionamenti del sito e non è neanche la prima volta. Comunque sticazzi, tra meno di un mese sarò a Londra e farò shopping da ultratrentenne disoccupato trendy andandone grassamente fiero e se necessario urlandolo in lingua anglosassone. E quest'ultima frase allittera che è un bijoux.
Ora ti saluto, è tardi, vado a letto. Quello che dovevo dirti, io te l’ho detto.
In copertina: Chris Moreno - Dracula vs Capone.
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sabato, 12 luglio 2008 |
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TEMA: LE MIE VACANZE ANTICIPATE
(on the air: Ivano Fossati - C'è Tempo)
Vi racconto una storia. C'era una volta un portale governativo, una roba che c'è quasi in tutti gli stati del mondo, dalla Danimarca al Sudafrica, dalla Nuova Zelanda alle Barbados. Mica quello turistico dove hanno mangiato milioni sia il centrodestra che il centrosinistra. Ci hanno di certo mangiato, ma di meno. C'era una volta una scadenza del contratto e del progetto il 30 giugno. C'era una volta un piccolo rinnovo cotrattuale fino al 31 dicembre, annunciato e sottoscritto dopo il 30 giugno. C'era una volta giovedì, l'altroieri. Tardo pomeriggio, io ancora in ufficio per controllare una sezione del sito che è un inutile sperpero. Squilla il telefono, bom si chiude, via, da domani siete tutti con il culo per terra. Così, ieri, venerdì, ci siamo ubriacati in ufficio. Era l'ambiente di lavoro più bello che ognuno di noi della redazione avesse mai trovato. Il lavoro non era stimolante perché non volevano che lo fosse, eppure noi lo rendevamo speciale. Si dice che non esista la perfezione tra colleghi. Noi l'avevamo trovata. Tutti intorno ai trenta, si rideva, si scherzava e, cazzo, si lavorava anche bene. Perché l'ambiente sul posto di lavoro è tutto. Ora non so da chi sia partito l'ordine di chiudere, so che noi abbiamo brindato a quanto spenderà in medicine che però temo saranno inutili. Grottesco, non c'è altro aggettivo. Non siamo nè i primi nè gli ultimi a subire questo trattamento, è solo una storia in più. Mandarci via il 30 giugno senza illuderci sarebbe stato più onesto, signor nonsochisialei. Perché ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che si ha a che fare con degli esseri umani. Che vivono fuorisede e devono pagarsi l'affitto, che stanno per diventare padri, che semplicemente hanno un progetto. Il giocattolo s'è rotto, valuteremo il da farsi. Volevo tempo per riposarmi, ora ce n'ho un bel po'. E intanto si va avanti tra scandali sessuali, leggi ad personam, analfabeti e buffoni su un palco in piazza a strillare raschiando il barile, confronti sulla sicurezza del cittadino tra chi vuole tolleranza zero e chi tollera tutto, con lo stesso grado di ottusità addosso. Dài, voglio un'altra spinta che così trovo davvero le palle per lasciarvi qua nella merda in mezzo ai Berlusconi, ai Di Pietro, ai Grillo, ai Travaglio, ai Bossi, ai Fini, ai Veltroni, alle Carfagna, alle Borsellino e alle Guzzanti. Sono tutti ben pagati per prendervi per il culo, dal primo all'ultima e non avranno mai problemi a trovare un posto di lavoro più economicamente prestigioso del vostro. E vorrei parlare con quel ministro nano che farfugliava dei fannulloni. Vorrei parlarci cinque minuti per fargli capire dove stanno davvero i fannulloni. Vorrei solo sapere perché è successa questa commedia. Non chiedo altro, solo le motivazioni per cui ti fanno firmare o comunque ti annunciano che firmerai e poi ti mandano via senza preavviso.
Bene, passiamo al resto. Vi serve un valido giornalista da sottopagare? Ma anche da pagare umanamente? O ancor meglio profumatamente? Eccomi! Scrivetemi a gsimone@gmail.com. Anche se sapete il perché del licenziamento mio e dei miei colleghi potete scrivere, neh. Ora vado a godermi questi due mesi di vacanza e vaffanculo.
Dedicato a E, G, M, P, Sa, Si, St C., St L.
e dedicato pure ar Sor Funari, che è morto stamattina. Questa è una storia che lo avrebbe fatto incazzare al punto giusto.
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lunedì, 30 giugno 2008 |
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LUGLIO È MEGLIO
(on the air: Sikitikis - Piove Deserto)
Mentre la Spagna vince l'Europeo così adesso tutti diranno che abbiamo perso ai rigori con quelli che hanno vinto la coppa, mentre ho inaugurato la stagione marittima al Circeo, tra un bagno e una scorpacciata di pesce, mi è arrivato il rinnovo del contratto. Ora forse sarò un po' meno ansioso e ansiogeno. Per dirla come va detta ho sei mesi di tempo per cercarmi un altro lavoro. Questa stabilità è affascinante, nevvero? Poi dicono che la gente è stressata. Venerdì concerto di Cristina Donà: la fanciulla ci sa fare non poco, ma non c'erano granchè dubbi. Al laghetto di Villa Ada c'era un'umidità da farti venire i reumatismi a vita. Ora mi attende un luglio ricco di concerti, così non si potrà dire che non foraggio la musica italiana: tanto mulo sì, ma anche tanti live. Giovedì prossimo i Subsonica per la centesima volta e in una location che fa abbastanza cagare. L'ippodromo di Capannelle, che si divide tra concerti con pessima acustica e musica latino-americana di bassa lega. Poi il 14 mi aspetta Max Gazzè alla cavea dell'Auditorium, fino al ritorno nel regno dell'umidità di Villa Ada il 18 per la reunion dei Bluvertigo e il 25 per i Baustelle. Insieme, il prezzo dei cinque concerti è poco superiore a un biglietto per un Vasco o un Liga o un Jova. Meno male che la buona musica italiana è inversamente proporzionale al prezzo del biglietto. Insomma, qualche buona notizia c'è. Adesso ci vuole solo una mega-perturbazione atlantica che spazzi via l'afa anche per una settimana, ma mi sa che chiedo troppo. Per ora è quasi tutto perfetto.
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mercoledì, 25 giugno 2008 |
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CALDO, GATTI E MISFATTI
(on the air: Les Fauves - February Lullaby)
L'aria è rovente e ormai col sudore che ho versato, opportunamente privato dell'acido, si potrebbe dissetare l'intero Burkina Faso: prossimamente punterò allo Zambia e a parte del Sudan, anche se lì, visto il nome, magari non ne hanno bisogno. Ore 21, al centro di Roma non si respira, si rischia lo svenimento, soprattutto dopo aver inalato l'aria condizionata della Feltrinelli per uscirne subito dopo e tuffarsi in uno scenario post-vulcanico che ci manca lo pterodattilo che sorvola Palazzo Chigi. Sul lavoro cerco rassicurazioni che non arrivano, e allora me le trovo da solo, come colui che sente un rumore sospetto e si regala una spiegazione del fatto, che non è per niente certa. Il gatto del terzo piano mi attende fuori al portone perché vuole che glielo apra, ma è l'unico gatto che mi sta antipatico in quanto completamente cretino. Chi mi conosce lo sa, i cani non li reggo nel novanta per cento dei casi, ma per un gatto, andarmi sulle scatole è davvero cosa rara. Questo gatto che si chiama Cicoria (ma che cazzo di nome è?) ci riesce alla grande. Fortuna che sulla finestra del pianerottolo ritrovo i due gechi a far la guardia, anche se poi pure loro sono un po' fedifraghi e invece di farsi un'insalata di zanzare preferiscono succose e croccanti falene. Ogni stramaledetto anno mi ritrovo qui a lamentarmi del caldo. Io personalmente stavo meglio un paio di settimane fa: con la giacchetta addosso, anticiclone delle Azzorre fuori dai coglioni, giù pioggia o magari anche sole, ma quello che ti fa piacere e ti riscalda l'animo esacerbato dalle minchiate di questa società di pagliacci che risponde al caseario soprannome di Belpaese. Plaudo comunque alla moda dell'estate: via i colori pastello da damerino, tornano i colori forti, quelli degli anni ottanta un po' Best Company tipo verde smeraldo, viola, arancione, giallo. Epperò non riesco a capire tutte 'ste donne (e molti uomini) che aspettano l'estate per inguainare il culo in un paio di pantaloni bianchi. È forse un obbligo? Una lobotomia collettiva? Sono il segno di riconoscimento della setta dei beoti e-stinti? O li hanno forse vinti tutti facendo quaterna al bingo durante il viaggio da sfigati sul Mar Rosso?
Sono stanco, accaldato e incazzato, eppure alla fine mi viene da ridere. Allora forse il cretino non è il gatto-cicoria, magari sono io. Rifletterò su ciò per curare l'insonnia da calura.
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lunedì, 23 giugno 2008 |
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SIGNORI, SIAMO FUORI
(on the air: The Cure - Freakshow)
Ancora i rigori, ancora io che imito Bruno Pizzul nel '96, col dischetto fatale di Zola. Archiviati gli Europei, mi attende una settimana decisiva. Qualcuno forse si ricorderà che c'è un progetto in scadenza? Qualcuno lassù si ricorderà di spegnere l'interruttore del caldo afoso? O almeno una delle due cose, va. Almeno se non mi rinnovano il contratto non vado in giro a morire di caldo. Se smette il caldo, lavoro felicemente. Per quanto sia possibile il binomio. Nel weekend ho cercato refrigerio sul picco più alto dei castelli romani e in effetti la temperatura è scesa da 34 a 22. Fresco effimero nel bosco di Blair Witch Project. È uscito il singolo dei Cure, e, dai alla fine non è malaccio. Poi? Basta, visto che il post sotto era un pippone, questo lo chiudo qui.
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mercoledì, 21 maggio 2008 |
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METEOTRENDY
(on the air: Sunshine Underground - Dead Scene)
Di solito quando si parla del tempo è perché non ci sono altri argomenti da eviscerare. E per non stare in silenzio, si accenna all'aria che tira, al colore del cielo, all'estate che tarda, all'inverno che latita, alla primavera che fiorisce, all'autunno che imbrunisce. Così si passa il tempo a parlare del tempo. Credo sia per questo che le previsioni meteo riscuotono tanto successo. Mica solo per sapere come devi vestirti domani: servono per evitare imbarazzanti silenzi. Per cui noi tutti osserviamo sette canali, otto siti, il meteo24, le meteorine, solo per imparare tutto a memoria e mettere così nel paniere una ricca serie di informazioni da snocciolare allo scassamaroni di turno che non sa proprio lasciarci assorti nei nostri luminosi pensieri. Gli ascolti del meteo probabilmente sono secondi solo a Maria De Filippi e ai suoi rincoglioniti che ballano e cantano. Io ad esempio guardo il meteo sperando che un fulmine li colpisca collettivamente così da trasformare i suddetti rincoglioniti in squallidi topi da biblioteca e la De Filippi in una donna. Ma a parte questo, in questi giorni, o è il trionfo del non sapere che dire oppure siamo di fronte a un caso eccezionale. Propendo in effetti per la seconda ipotesi. Sono ben trentasei ore che piove a cassonettate, di cosa cazzo dovremmo parlare? Del torrone? Dello scudetto dell'Inter? Dei baci saffici che ormai sono più frequenti di quelli etero e degli scudetti dell'Inter? Insomma, oggi come oggi non solo parlare del tempo non è qualunquista, oggi come oggi, cari i miei nonsoccheddire, è terribilmente trendy. Val bene citare il Corvo che diceva non può piovere per sempre. Dal numero della gente che lo dice, è possibile censire quante -e sono tante- persone hanno visto il film. Il buon Brandon Lee ne sarebbe lieto. Val bene dire piove, governo ladro!, un vero e proprio evergreen del maltempo. I più forbiti possono sfoggiare D'Annunzio: piove sulle tamerici salmastre ed arse. E soprattutto ci si può lanciare in previsioni a medio termine, tipo ho sentito che il giorno di Ferragosto potrebbe piovere tra le 16,30 e le 17,52. La gente che vi ascolta, ormai stordita dal rumore dell'acqua sgocciolante, non batterà ciglio. Anzi vi risponderà che l'anno scorso quel giorno precisamente a quell'ora era spaparanzata sulla spiaggia a mangiare un cremino sciolto e che non rifarlo quest'anno, sarebbe oltremodo delittuoso. Come vedete, parlare del tempo, mi permette addirittura di postare sul lavoro. Parlare del tempo quando è di moda, è una svolta. Raccomandatelo ai vostri amici simpatici.
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giovedì, 15 maggio 2008 |
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GLI AMICI DELLA CASSETTINA
(on the air: Amari - Le Gite Fuori Porta)
Mi aggiro nel web senza una vera meta pensando a soluzioni varie. Per esempio: lo sapete che Flickr fa pubblicare fino a duecento foto gratuitamente dopodichè oltre le duecento quelle vecchie ve le mette da parte finchè non pagate un abbonamento annuale? Non a caso io ho aperto già uno e due Flickr e conseguenti due account Yahoo, perché solo se sei Yahoo si può. Il dilemma è questo: mi sono rimaste ventisei foto da mettere sul mio secondo Flickr. Io a Barcellona ne ho fatte circa trecento. Forse potrei rientrare a fatica nelle ventisei, ma poi? Voi direte che ci sono varie soluzioni, ma io ve le boccio tutte. Tipo, paga. No, è escluso, perché cazzo dovrei? Open source è la parola d'ordine per il blog, le foto, i programmi e tutto il resto più o meno legale. I pagamenti li lascio a chi ha voglia di fare sul serio (sì, vabbè). Allora un altro sito? Già, si potrebbe anche fare, credo ce ne siano altri che mi lascerebbero mettere tutte le foto che voglio, ma poi mi perdo i commenti degli amichetti di Flickr e ciò è male. Resta un terzo account, per ora la cosa più praticabile. Se avete altre soluzioni fate un passo avanti. Il web 2.0 ogni tanto fa anche cose utili. Ad esempio se leggessi più libri mi iscriverei ad Anobii. Già però che ascolto musica, voglio segnalare una cosabbella a chi non la conosce (so che quasi tutti i miei lettori sono sempre romanticamente ancorati al vecchio web, come del resto il sottoscritto). Muxtape riprende il vecchio concetto della cassettina da ascoltare in macchina o alle feste. Il gioco è semplice e vale la candela: caricate i vostri dodici mp3 del momento e ve li sentite quando volete. Io, per dire, ci ho messo un po' di on the air, così chi vuole se li pappa mentre legge qui. In più nutritevi di chicche altrui, si trova un sacco di roba sconosciuta e gustosa. Poi lo linkerò anche nel templeit, ma datemi quei tre o quattro mesi necessari a superare pigrizia, stress lavorativo, morte apparente post-Barcellona e via con le più ignobili scuse dell'universo. Comunque: http://ataru.muxtape.com/. Il uebduepuntozero e il social netuorc and cagate's si riscattano ai miei occhi, dopo che per mesi, come sapete, mi sono interrogato invano sull'utilità anche minima di Twitter, mentre senza troppa convinzione mi trascinavo a iscrivermi su Facebook. Bene, già che ci sto mi occupo anche di cinema, che era una vita che non vedevo un film sul grande schermo. Ho appena visto IronMan e ne sono uscito lautamente soddisfatto. Monumentale, istrionico e fanfarone Robert Downey Jr., irriconoscibile, pelato, barbone e cattivissimo Jeff Bridges, eterea e seducente Gwyneth Paltrow. Io però continuo a chiedermi perché i film li fanno durare sempre di più. Ormai sono vecchio e mi cala la palpebra verso mezzanotte e mezzo: facciamoli finire a quell'ora, no? Dopo Cannes mi attende l'abbuffata con Toni Servillo, il miglior attore italiano sopra di parecchie spanne rispetto a chiunque altro (Il Divo e Gomorra non vorrei perderli). Poi volevo dire qualche altra cosa, ma per l'appunto mi cala la palpebra.
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domenica, 27 aprile 2008 |
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VI LASCIO QUI. VI DISPIACE?
(on the air: Hercules and Love Affair - Blind)
Si avvicina il primomaggio e dunque la partenza per Barcellona. Facciamo così, vi avverto prima: salvo bisogni grafomani irrefrenabili non scrivo più fino al ritorno e un po' oltre (torno il 5 sera).
Sinceramente non vedo l'ora di lasciarmi alle spalle il lavoro degli ultimi giorni, l'essere perennemente stanco, la sensazione che qualsiasi cosa faccia preferirei essere lontano anni luce da qui, la gente che convinta della propria scelta va a votare per Rutelli e il suo clientelismo, la macchina dal meccanico, Roma e i suoi lavori in corso da una vita, i suoi coglioni che ti vengono addosso col suv e col motorino, il blog da aggiornare, i problemi degli amici, i problemi degli affetti, i problemi miei. Insomma il trituramento di coglioni quotidiano, il nuntereggaeppiù.
Si avvicina la partenza per Barcellona. Sinceramente non vedo l'ora di essere sull'aereo a tenere la mano della Noe al decollo, che nessuno di noi ha paura di morirci, però è ancora un modo innocente per emozionarsi. Non vedo l'ora di sentirmi di nuovo straniero in un paese straniero, di non sentire parlare dialetti noti ad ogni angolo di strada (anche se poi da qualche parte li sentirò), di abitare in una camera che non rivedrò mai più, di andare in giro senza nessuno che mi rompe con l'elenco delle cose da fare oggi e domani, di sfogliare in santa pace la guida e decidere dove andare, di vedere un mare che non è il mio, di ridere in mezzo a gente che con me non c'entra una mazza, di lasciarmi affascinare da Gaudì e dal suo modernismo esagerato, di girare per le Ramblas qualsiasi cosa esse siano, di fumare dentro un locale, di pensare di aver scoperto un posto che non ci vanno i turisti anche se poi di certo non è vero, di fare foto a qualsiasi stranezza mi capiti a tiro, di discutere in due su che strada prendere sapendo che la mia scelta è quasi sempre quella sbagliata, di parlare delle altre città dove sono stato per concludere che c'è sempre un angolo che ti ricorda un altro angolo di mondo, di racchiudere tutto ciò che mi serve in un bagaglio a mano, di avere un altro posto da raccontare con trasporto per il resto della mia vita, di assaporare cibi e tramonti nuovi, di sfamare la mia vorace curiosità, di trovarmi altrove.
Quando si arriva in una città nuova non ci sono che strade a perdita d’occhio e file di palazzi prive di senso. Tutto è misterioso, vergine. […] Basta un attimo, e tutto questo ci appartiene, perché ci abbiamo vissuto. […] Urquinanona: questo nome dal suono vagamente Sioux si andava ad aggiungere alla lunga lista di parole in origine stravaganti che accumuliamo in qualche angolo del cervello. Urquinaona ormai troneggia accanto a untume, catapulta, upupa, decubito, cumulonembo, Ulan Bator, Uma Thurman. È diventato normale e familiare. Un giorno, quando sarò tornato a Parigi, anche la peggior sfiga si trasformerà in un’avventura straordinaria, in virtù del meccanismo idiota per cui i giorni più tetri di un viaggio e i momenti più sordidi sono quelli che tendiamo a raccontare con maggiore entusiasmo.
(Romain Duris, "L'Appartamento Spagnolo")
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martedì, 22 aprile 2008 |
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ESTERNO, NOTTE
(on the air: Meg - Distante)
Il lunedì è quello che è, la serata più vera per andare in giro. Non è il venerdì delle sgallettate che strillano, non è il sabato dei coglioni che guidano. Non è neanche il mercoledì del cinema ridotto, nè la domenica della cena fuori perché sennò si fa tardi. Non è neanche martedì o giovedì, perché fondamentalmente il lunedì è un mondo a parte. In qualche anfratto del blog di sicuro ho già parlato del miglior giorno della settimana per uscire. Stasera gli abbonati del lunedì, Ataru e mr.Wolf sono in tourneè presso un noto pub dell'isolato. Tempo bruttarello, parcheggio non vicinissimo, niente ombrello perché siamo i gggiovani più gggiovani. E decidiamo financo di inaugurare la stagione all'aperto, vista la scelta del tavolo fuori. Con noi altri compagni di sventura: una tranquilla coppietta di pischelli che sembra siano lì per fumare un intero pacchetto di sigarette e nient'altro, tre ragazzine caciarone, due ragazze mascoline, un gruppo di amici anonimi. Tempo dieci minuti e cominciano i lampi, poi i tuoni, poi il vento devastante, infine il diluvio che dirgli universale è sminuirlo. Il gruppo di amici anonimi cede e scappa dentro, mentre altra gente urla come se fosse al lunapark, perché magari la furia degli elementi fa un po' paura. A noi arrivano poche gocce, ma siamo comunque al coperto, ci godiamo il temporale sperando che finisca, altrimenti si passa la notte a bere Tennent's Super e vi dirò, non è che proprio ci faccia schifo. La coppietta non beve le birre piccole ordinate, sia lui con la maglietta precisa a righe, sia lei biondina, continuano a fumare senza mai interrompere. Cazzo quanto fumano, anche con gli schizzi di pioggia a un centimetro. Fumiamo anche noi e magari qualcuno penserà la stessa cosa, però la nostra birra nel boccale almeno scende di livello. Le tre ragazzine reggono bene, le due mascoline sono sbracate sulle panche e ridono. Poi arriva l'habituè per eccellenza, detto lo Scrittore. Sempre solo, sempre a comporre non si sa bene cosa, sempre una birra piccola, sempre una sigaretta in bocca. Ha i capelli ricci lunghi ed è zuppo, ma non si rassegna. Chi gliel'ha fatto fare a venire? Soprattutto a scendere dalla macchina quando l'intensità delle acque è pari all'Iguaxù. Cazzi suoi, lui qui ci campa, guai se non viene. Cedono le ragazzine, che vanno via in motorino quando diminuisce l'intensità della pioggia, ma una, la più carina delle tre, corre a piedi in salita sul viale col casco in testa. È scema. Forse. Noi stiamo per cedere mentre qualcuno strilla su un autobus alla fermata, le porte si aprono, si chiudono, non succede niente, l'autista accelera e si porta via chissà quale storia notturna. Smette di piovere. Lasciamo lo scrittore a meditare, la coppietta a consumare stecche di sigarette, le due mascoline a godersi il resto del maltempo. Noi si cambia posto. Altro pub storico, vicino l'Olimpico. Altro giro altra birra, certo. Intanto quattro ragazzi giocano al gioco delle mani una sopra all'altra con tanto di schiaffoni violenti. Capito quale? Vabbè io non ci gioco dalle elementari. Prendono tequila, limoncelli e cose varie. Brindano all'ano. Contenti loro. Bo, basta, ho tagliato corto. Bello il lunedì notte, anche adesso che a intermittenza ributta giù acqua piovana a garganella.
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venerdì, 18 aprile 2008 |
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QUISQUILIE
(on the air: Trabant - Waste Of Time)
Cosa succede in questi giorni?
Gli scienziati hanno scoperto la voce dell'uomo di Neanderthal ricostruendone la trachea. Questa simulazione vocale della lettera E è il risultato. Ecco, mi sembra candidata alla vittoria per la notizia più idiota dell'anno. Non ci credete? Aprite il link e ascoltate l'amico progenitore. Ieri ero in ufficio e non smettevo di ridere, andavo al cesso e ridevo da solo, adesso ancora rido. A quando la lettera O dell'uomo di Cro-Magnon? E il rutto del brontosauro pleistocenico? Visti i soldi che avranno stanziato per la ricerca, credo che presto mi farò finanziare con un miglione di dollari anzi, meglio di euri, per ricostruire il grido di dolore del paramecio.
Sono assolutamente affabulato dalla blaxploitation anni settanta. In particolare dalle colonne sonore dei film. È vero, c'è arrivato molto prima Quentin Tarantino. Ma lasciatemi ascoltare Bobby Womack e Curtis Mayfield in santa pace.
Permettetemi infine di biasimare con tutto me stesso, la canzoncina lagnosa e perforante della pubblicità della Tim. Cheppoi ho saputo che l'originale era dei Beatles. Mi rendo conto di andare controcorrente, ma una volta di più capisco perché i Beatles non sono mai entrati nelle mie infinite playlist. Vorrei sapere ove si annidano i bambocci che hanno procreato quel coretto infernale per staccargli una ad una le corde vocali. È un incubo. Accendo la tv e devo abbassare il volume, accendo la radio e mentre guido m'incazzo e giro la rotellina del volume. Eppure poi mi entra in testa e non riesco più a liberarmene. La sensazione è sgradevole. Sono tentato di cambiare gestore telefonico, se entro una settimana non rimettono nello spot un qualsiasi brano cialtrone di Bob Sinclair o un urletto sincopato di Christinona Aguilera.
Questo succede. Adesso tuona, vado a godermi il temporale tra un Bobby Womack e una sigaretta, mentre controllo come procede l'allungamento delle basette.
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martedì, 15 aprile 2008 |
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IL PAESE
(on the air: Arctic Monkeys - If You Were There, Beware)
Premetto che comunque mentre scrivo mi viene anche da ridere, tanto per non spaventare il lettore di fronte a uno sfogo terrificante e senza appello. Non lo è, è solo un impasto di pensieri che avevo già in testa da un po'. Sì, non mi gira benissimo, ma non imbraccio il fucile. E intanto i manifesti strappati agonizzano in mezzo alla strada.
Liquido il risultato elettorale in poche parole: voi che festeggiate, voi che piangete, ma che cazzo avete da festeggiare? che cazzo avete da piangere? Giuro che non capirò mai l'essere, inteso come subumano, italiano. Abbiamo politici, sindacalisti, capi, incapaci, mafiosi, raccomandati. Inutile dire se ce ne siano più di qua o di là. C'erano, ci sono, ci saranno. Punto. C'erano col governo di destra prima, poi con quello di sinistra, poi con quello di destra, poi con quello di sinistra, e via dicendo. Sono tutti rimasti al loro posto. Provate a tirare fuori la parola qualunquista, dai, fa tendenza e non va mai troppo fuori tema. Il male del paese (massì usiamo questo terminucolo abusato dai giornaletti che ogni giorno sfogliate con avidità), non sono loro, siete voi, sono anche io, tutti assuefatti a un sistema corrotto radicato dai tempi degli antichi romani. Però. Ditemi, voi che festeggiate, voi che piangete. Voi che sperate/speravate che veramente cambi/cambiasse il cazzo di qualcosa, senza nemmeno rendervi conto di quanto ogni giorno ve la prendiate dove non batte il sole. Ditemi perché. E qui aggiungerei anche: se la mucca fa mù il merlo non fa mè. Personalmente non ho ancora avuto le palle di andarmene via dal paese, forse perchè in fondo ancora ci campo relativamente benino e perché senza dubbio la cucina è migliore che all'estero, ma ci penso sempre di più. Ci vogliono le palle. E non mi viene da vomitare perché ha vinto il Nano, non mi sarebbe venuto da vomitare nemmeno se avesse vinto Uolter. Mi viene da vomitare per quelli che festeggiano, per quelli che piangono. Per quelli che ci credono ancora. Ho finito di schifarmi coi politici, coi capi, adesso tocca a voi di cui sopra, mi dispiace.
E ora veniamo a queste giornate fantastiche. Ieri sono andato a vedere Ascanio Celestini e forse ero l'unico in sala a non aver votato a sinistra, però m'è piaciuto. Oggi piove e c'è il sole. L'altro giorno, per continuare l'epopea dei fritti, ho pagato una porzione di olive ascolane al prezzo di due. Poi? Ah sì, mi rode il culo per svariate ragioni. Ma sono assolutamente cazzi miei, non del paese.
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venerdì, 11 aprile 2008 |
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L'EPOPEA DEI FRITTI
(on the air: Lara Martelli - Stupid Desires)
Mi scuso per la prolungata assenza ma questa settimana l'ho trascorsa in apnea e oltretutto al momento manca ancora un giorno di lavoro. Una settimana pesante come il piombo. Però spiegatemi perché domenica scorsa al ristorante ho ordinato un supplì e due crocchette di patate e mi sono stati recapitati due supplì e otto crocchette? Il cameriere era forse Gesù? Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, arriva quella dei fritti, aggiornate il vangelo. Il Messia veste camicia bianca e pantaloni neri e lasciando il frittume in tavola, mi dice che non importa. Io penso "non li pago". E invece il menù riportava supplì un euro cadauno, crocchette 0,50 cadauna. Prezzo dei fritti sul conto: dieci euri dieci. Non solo li ho pagati tutti, ma li ho pagati di più. E s'è fregato anche il resto di cinquanta centesimi che per sfregio non avrei mai lasciato come mancia. Altro che Cristo, te sei Barabba. Buonasera e arrivederci. Per un po' lì non ci torno. Stessa zona, tre giorni più tardi, qualche metro più in là, pizzeria al taglio che fa anche le pizze tonde. Stavolta, trepidante per l'inizio della partita, accelero le ordinazioni. C'è una signorina dietro il bancone, mica Gesù. Pregusto l'assaggio dei fritti e ordino, tra le altre cose, un supplì e due crocchette di patate. Daniele De Rossi va dal dischetto, undici metri di dolore, io sovrappensiero, avendo già consumato il supplì, vado ad addentare una crocchetta. E invece no, è un supplì, cazzo. Così, se io ordino una palla di riso, automaticamente ne pago due, ne mangio due, ne digerisco due e via dicendo. Le crocchette erano giuste, però questi fritti che li mordi, li bagni quindi con la saliva e si moltiplicano manco fossero Gremlins hanno caratterizzato la settimana. Sto in apnea, stanco, affogo nell'olio di semi di girasole. E il riso, più che una lieta reazione, diventa una pietanza vagamente indigesta.
Non vi resta che consigliarmi il modo migliore per annullare le schede elettorali. La situazione è che mi tocca andare a votare per il sindaco, altrimenti sarei rimasto a casa come spesso ho fatto in passato. Stavolta già che ci sto, per le politiche annullo. Ditemi voi cosa scrivere o disegnare sulla scheda, accetto suggerimenti.
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venerdì, 04 aprile 2008 |
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UN GIOVEDI' AGRODOLCE
(on the air: Kings Of Convenience - I Don't Know What I Can Save You From)
In comune tra ieri mattina e ieri sera c'è l'aria frizzante che filtra dal finestrino. L'aria di questa primavera un po' ballerina che tutto sommato stavolta si fa almeno un po' apprezzare da me. Il cielo terso di una giornata di montagna, il vento del nord che ti fa pensare una volta di più che sarebbe ora prima o poi di rimontare sugli sci. Ormai l'anno prossimo. Come dico ogni anno. Il sole caldo che ti fa venire voglia di stare fuori e l'aria secca che non ti fa sprecare una sola stilla di sudore. Così il cielo di ieri mattina. Il cielo del tardo pomeriggio fatto di sarcasmo, dubbi, sorrisi, speranze, ha qualche nuvolone grigio neanche troppo all'orizzonte. Ci sono vuoti da riempire al più presto anche solo con una telefonata, c'è chi mi urla dietro che sono un qualunquista, che proferito da un povero ragazzotto che distribuisce volantini per il centrosinistra (ma poteva essere anche il centrodestra), per me è solo un grosso complimento. Sputo via da qualunquista il pomeriggio, affogandolo in due spritz, uno arancione e uno rosso. Il cielo della notte invece, è lì a guardare le luci di Roma con le nuvole rade e un elicottero che chissà perché fende l'aria già inquieta di mezzanotte. La vita, il lavoro, tutto come il solito telefilm dove gli attori a un certo punto mollano perché stufi, per un'altra opportunità o semplicemente per scelta personale. Ed è proprio la notte che dirige con maestrìa una cena insolitamente poco fracassona e molte risate a crepapelle, condite da un pizzico di malinconia di fondo. Ti accorgi, quando arriva il momento di un arrivederci a presto o tardi, di quanto alcune persone, in un anno passato gomito a gomito, ti lascino dentro. Ogni volta che qualcuno è partito, che fossero amici o colleghi, mi sono sentito un punto fermo, quasi immobile, senza mai spiegarmi se fosse un bene o un male. Continuerò a non capirlo finchè un giorno magari sarò io a fare quel passo in più. O forse il mio ruolo è quello, l'ho scelto io, l'ha scelto qualche entità per me e allora mi godrò la solita instabile stabilità senza lamentarmi e senza tradurre il tutto in un'inappropriata quanto superficiale definizione di mediocrità. E mi ci farò sopra un'altra fragrante e croccante risata.
È così questa primavera. Agrodolce, di un piacere snervante, di un'energica stanchezza. Ecco, direi che la stagione del risveglio della natura quest'anno è decisamente un ossimoro. E per una volta almeno, mi è quasi simpatica.
Accendo la radio e fa...io non voglio crescere, andate a farvi fottere.
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domenica, 16 marzo 2008 |
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UN UOMO E IL SUO SONNO
(on the air: The Rakes - The World Was A Mess But His Hair Was Perfect)
In questo periodo ho sonno. Sono un maledetto stereotipo primaverile. A me essere uno stereotipo non piace, figuriamoci poi primaverile, che io la stagione degli amori la denuncerei, le farei causa e secondo me avrei pure qualche speranza di vederla condannata. Eppoi dormo quando non dovrei dormire e magari non dormo quando dovrei. Stanotte ho tentato di vedere il gran premio d'Australia di Formula Uno, alle 5,30 una volta ci arrivavo senza problemi, e invece niente. Ho ceduto prima, durante Lola corre, che lo volevo pure vedere, fanculo. Mi sono svegliato un paio di volte, il tempo di capire che vinceva Hamilton. Io non sono nemmeno un appassionato di motori, nè soprattutto di Ferrari, buonanotte. Però stamattina faceva caldo e sognavo alcuni amici che tardavano a un appuntamento. E alla fine m'è toccato svegliarmi verso mezzogiorno, troppo presto accidentammè. L'altra notte ho sognato Raimondo Vianello che fuggiva sui tetti come Lupin e io dovevo seguirlo in quanto suo complice. Invece poi un'altra volta, visto che avevo la finestra aperta per il caldo ed erano le tre o le quattro di mattina, ho cominciato a sentire gli uccellini là fuori. Che invero, rompevano i coglioni. Essi conversavano piacevolmente e io tentavo di capire di cosa stessero ciarlando.
Primo uccellino: cirp cirp cip cip cirp (possibile traduzione: questo albero è comodo, vero? altro che quei due cosi spennati vicino l'Ikea)
Secondo uccellino: cip ciurp ciorp cip (possibile traduzione: eh ma infatti restiamo qui e intraprendiamo un business con le cornacchie, che ne so, estorciamo cibo ai piccioni)
Primo uccellino: ciiiip! (possibile traduzione: si può fare!)
Secondo uccellino: cicicicip (possibile traduzione: imitavi Gene Wilder in Frankenstein Jr o Walter Veltroni durante un comizio del Piddì?)
È stato a quel punto che, perdendomi la risposta, ho lasciato il testimone al sonno.
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martedì, 11 marzo 2008 |
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TUTTO IL RESTO È SOIA
(on the air: The Hoosiers - Worried About Ray)
La routine mi risucchia di nuovo. Mi alzo la mattina tentando di scavalcare quello che devo fare in ufficio e pensare a cosa farò la sera, quando lo zombie automatizzato lascerà il passo a un personaggio-ombra che sfrutta quelle tre o quattro ore di svago. Che esse consistano in una festa delle medie, tutti in circolo a mangiare patatine, o nel mio sesto concerto dei Subsonica con un'acustica da urlo. Che si sente male pure quello, mortacci del Palalottomatica. Che sia una cena tra amici o un sereno scambio di visioni della vita tra cugini. O semplicemente sia la tranquillità di una passeggiata di quartiere e di qualche graditissima coccola. La tosse, quella tosse che ti fa raccogliere i polmoni nel lavandino, ha calato il suo fottuto sipario, meglio così. Ho il sospetto però, che la stanchezza contro cui ogni mattina mi ritrovo a soccombere, sia noia. E mi fa specie che mi sia arrivata la quasi certezza del rinnovo del contratto fino a metà 2009 e che non abbia accennato nemmeno un un solco lungo il viso come una specie di sorriso. Il che, lo dico per chi ha voglia di far polemica e scassare le palle con discorsi banali da c'èchistapeggio, non significa sputare sul mio lavoro. Ma è legittimo essere annoiati, è legittimo avere qualche aspirazione in più. È sacrosanto pensare di valere un po' di più e non accontentarsi mai. E forse paradossalmente più invecchio e più non mi accontento. Dicono che dovrebbe essere il contrario, che poi le velleità, le ambizioni, col tempo si affievoliscono.Vattelappesca. No, non mi interessa mica sentirmi dire di cercare un altro lavoro; nel caso, lo so da solo. Solo che magari uno usa il blog per dire cazzate, ma qualche volta il sottoscritto l'ha usato anche come sfogo. No, non sono mica un dead man walking, in fondo lamentarsi pour parler fa parte della sciocca o troppo intelligente indole umana, almeno di chi è sveglio e non ha messo il cervello in naftalina. Avere una coscienza ben riposta da qualche parte porta anche alla sarcastica lamentela. E non solo, ti fai anche domande senza risposte del tipo: perché si sprecano milioni per la campagna elettorale più ridicola della storia? Perché adesso tutti i colleghi imbrattacarta usano la parola pizzini e prima ancora furbetti del quartierino? e mi incazzo per queste idiozie da minorati. Perché una zanzara (che ho ucciso) mi ha già punto? Perché il tambrullostoppio veggigargavollo non esiste? eh cazzo? Perchè?
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giovedì, 28 febbraio 2008 |
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IO PENFO POFITIVO FINCHÈ FON VIVO
(on the air: Datarock - Ugly Primadonna)
Quando passi buona parte della tua settimana malato e relegato dentro casa, devi guardare il lato positivo della questione. Insomma non è che uno può pensare solo al fatto che è ridotto una chiavica con la tosse e le ossa a pezzi, al bisogno di buttarsi sul letto in qualsiasi momento, al sentir freddo e un attimo dopo il grondare sudore appiccicaticcio. Non si può pensare soltanto a imbottirsi di medicinali e al fatto che respirare l'aria esterna sia sintetizzato in circa cinque minuti per fumare l'unica sigaretta di questi ultimi giorni. Oltretutto la grigia aria esterna è quella che prelude alla primavera, dunque al nuovo pericolo malattie. Sapete ormai bene quanto possa starmi sul culo la primavera. Ma non esuliamo dall'argomento. Devo trovare delle cose positive nello stare rinchiuso a casa. No, non parlo di seguire Sanremo, anche se ahimè, l'ho fatto (sempre rigorosamente con la Gialappa's). Non parlo neanche del fatto che ho acceso la tivì e c'è Raffaello Tonon che vuole appiopparmi la poltrona elettronica a trecentonovanta euri. Però dai, ci sono dei lati positivi. Ad esempio seguo tutti i telegiornali e sono informatissimo sulla gara elettorale, che dopo aver sentito i candidati premierz, mi è sembrato che una gara di rutti fosse molto più costruttiva, sincera e soprattutto intellettuale. So tutto purtroppo dei fratellini nel pozzo. So tutto anche della Bertè e del suo plagio, anche se mi chiedo cosa aspettino a internarla, magari in un pozzo. So tutto di Rutelli che vuole rifare il sindaco della mia città (romani, vi prego in ginocchio, non eleggete di nuovo la Palombelli). Poi. Non sapete quanto ho risparmiato in questi giorni. Con la benzina alle stelle avrei dovuto metterne una quarantina di euro (rigorosamente in due botte) e invece niente. Non ho pagato il parcheggio per andare al lavoro e neppure i pranzi di lavoro (buahahha) in rosticceria ellenica, ho risparmiato purtroppo persino sulla birretta, sul superalcolico e la cenetta fuori. Secondo me sto sopra di parecchio, dopo guardo l'estratto conto. Sono andato avanti a giocare a Football Manager, ma non ho letto e me ne cruccio, i libri che mi aspettano da tanto sulla scrivania. Insomma comunque non sempre tutti i mali vengono per nuocere. Ecco, magari domani mi incazzerei col destino cinico e baro se non riuscissi ad andare al concerto dei Cure, e visto che anche la Noe è parecchio acciaccata, il rischio ora come ora c'è. Ci andremo a costo della vita istessa.
The other side of flu, qui.
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mercoledì, 20 febbraio 2008 |
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L'ANSIA DELLE BUONE PRASSI
(on the air: Amor Fou - Se un Ragazzino Appicca il Fuoco)
Bene, ho da poco espletato le buone prassi. Sono andato a far lavare la macchina dal benzinaio di fiducia e nel mentre sono andato a tagliarmi i capelli dal barbiere di fiducia, che era un tantinello avvelenato coi politici. Per un attimo ho temuto che da sosia di Tom Jones diventasse Johnny Depp in Sweeney Todd, tanto era incazzato. Va là, sembro un utentucolo da Twitter, poffarbacco. È che è un periodaccio. Sembra che non mi basti mai il tempo, il tempo che riservo a me stesso. È sempre poco, e allora il blog soffre di ansia da prestazione. Magari è il primo blog a soffrirne, magari finirà nella bottega del barbiere, in copertina su un rotocalco del cazzo accanto alla mignotta cretina di turno.
Il blog di Ataru ha l'ansia da prestazione, tutto sull'ultimo scottante caso che tiene l'Italia col fiato sospeso.
Le dichiarazioni dei vips.
Silvio Berlusconi: tanto non conta, con i suoi link non fa neanche il cinquepercento di Splinder delle libertà. Propongo Giuliano Ferrara per il Post Inutile del Sabato, ma solo se rinuncia al bambino che porta in grembo.
Uòlter Veltroni: io corro da solo. Ma ho un'idea. Il blog di Ataru si chiama Machissenefrega? Propongo un rinnovamento radicale per il suo problema: chiamiamolo Maanchechissenefrega.
Olindo Romano e Rosa Bazzi: lo ammazzeremo, quel bastardo! Guarda là, siamo su Studio Aperto! Italia.....Uno!
Roberto Mancini: adesso diranno che non meritiamo lo scudetto, no?
Alessia Fabiani: datemi quel blog! altro che ansia da prestazione...ci penso io!
Mal dei Primitives: yeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeah!
Blogstar per deficienti: uhm...mi ci esce un bel post di gossip da mezza riga, con tanto di commentino ironico. Con sotto i tag giusti mi ci scappa anche qualche posizione in più nella itpareid dei bloghi. E magari la twittata è fatta.
Alieni del pianeta Trustic: xmpll
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mercoledì, 23 gennaio 2008 |
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CHIUSO PER GENGIVE
(on the air: The Postal Service - Such Great Heights)
Oggi mi sento come uno cui ieri hanno estratto la radice di un dente che già da tempo si era sbriciolato e in più dopo l'estrazione gli era rimasto un pezzettino di tampone nella ferita. Non è facile devo ammettere, immedesimarsi, ma io ci riesco bene. In quanto mi è accaduto proprio questo. Infatti oggi sono anche casalingo e più che mai fancazzista. Ecco, ma era solo per aggiornarvi delle mie ultime disavventure. Stasera mi riprenderò con un'imperdibile conferenza di Tim Burton. Per chi apprezza il regista, trovarselo davanti a chiacchierare amabilmente dei suoi film, non è affatto male. Sinceramente spero parli anche di Ed Wood. E magari del suo Batman che è e resta un'opera d'arte. E a proposito di Batman e del prossimo The Dark Knight, il nuovo Joker s'è ammazzato. Quando sarò più comunicativo e le gengive decideranno di lasciarmi vivere liberamente la mia vita, vi avvertirò.
in copertina: omaggio a Heath Ledger (1979-2008)
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martedì, 08 gennaio 2008 |
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ANNO NUOVO
(on the air: Led Zeppelin - The Rain Song)
Sì va bene lo so, le foto di Vienna arriveranno. Facciamo così, vi avverto direttamente su questo post, dunque occhio all'aggiornamento. Cheppoi la maggior parte sono pure sfocate, non vi pensate chissacchè. Cheppoi lo so che non state lì ad attendere trepidanti. In questi giorni di fine feste e seguenti non è successo niente. Ma niente eh. A parte che in mezz'ora hanno fottuto un pacco in una cassetta della posta e mi sono schifato ancora una volta del popolo italiano e non vi dico cosa gli ho vomitato contro tanto lo capite da voi, a parte che ho constatato l'efficienza delle poste austriache nel rispondere a un'email inutile a proposito di una cartolina poco affrancata, a parte un litro di birra scivolato giù come ai bei tempi, a parte che ho perso la mostra di Kubrick e Rothko perchè i romani hanno preferito la cultura ai saldi (ciò mi perplime e mi fa ridere, io stesso non sapevo chi fosse Rothko fino all'inaugurazione) e alla Befana di piazza Navona e pare che l'ultimo giorno alle mostre sia meglio non andarci, a parte le frappe in ufficio e lo zucchero a velo a farla da padrone, a parte i tornei di Buzz-cinema, a parte pensare al prossimo viaggio, chè qui son già stufo di starci. E per tanti locali che hanno chiuso, uno ha riaperto: meglio così. Riprenderò a giocare a biliardo, per giunta con un'aria più salubre. Quando va via un anno, ma anche quando meglio aggrada, si ripensa pure a un sacco di cose vecchie. Allora mi sono reso conto una volta di più, che le cose vecchie sono veramente innumerevoli. Mi sono accorto che mi manca lavorare in radio. Stronzate, passeranno. Oppure no, ma tanto che cambia? Allora torniamo a quello che ho detto prima: non è successo niente. Le foto, sì, va bene, le metto.
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giovedì, 27 dicembre 2007 |
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CINE-TIVU'-PANETTONI
(on the air: Elio e le Storie Tese - Christmas With The Yours)
E anche questo Natale...se lo semo levato dalle palle.
La citazione è un must di ogni anno, da ormai la bellezza di 24 anni. Tanti ne sono passati dal primo antico Vacanze di Natale. Non so voi, ma io in dono ho ricevuto il dvd di Hot Fuzz (che non vedo l'ora di vedere), cento euri e (rullo di tamburi) un cavo USB. Il resto dei regali, ovvero un altro centinaio di euri e un pacco misterioso, sono in giro. L'uno nel caveau di qualche banca, l'altro disperso nell'etere o in un tir fermo all'autogrill del Brennero. Intanto sono alle prese coi postumi del pranzone natalizio nel ristorante in pieno centro di Roma - che clamorosa magnata di pesce - e lasciatemi dire: che bello riappropriarsi di via del Corso senza isola pedonale, con la maggior parte della gente fuori dai coglioni e solo qualche macchina che bazzica in giro. Bello uscire dal ristorante con l'aria frizzantina e non trovarsi in un parcheggio con la ghiaia, tipico del posticino fuori porta. Io sono cittadino dentro. Oltretutto dopo cinque minuti che passeggi, scorgi due tipi loschi appoggiati alla serranda chiusa di un negozio e uno dei due è Lapo Elkann col suo crine leonino, ma senza i suoi gustosi occhiali griffati e manco la felpa della Fiat. Son soddisfazioni immense. Ma per caso i parenti non lo avevano invitato a pranzo a casuccia? Sono reduce anche da una cena cinese con Dio, che presto sarà di nuovo a Roma in via definitiva e son contento. Cheppoi io mi chiedo perché 'sti dannati musi gialli debbano portare l'intera cena sul tavolo a velocità WARP. Che oltre a farti strozzare, fanno venire strane idee al tuo commensale, tipo quella di proporti la visione di Paranoid Park di Gus Van Sant. Ora mettiamo in chiaro una cosa. Il 25 sera, a proposito di grandi registi, ho pagato dazio a Neri Parenti e al suo Natale in crociera, e vi dirò, pur essendo un maxispot della Costa crociere mi è piaciucchiato. Niente donne nude se non la Yespica un po' discinta, e niente particolari grevaggini, ma udite udite, fa ridere. Tornando all'appena visto Paranoid Park, bè, Van Sant sarà un genio del cinema, ma se questo è il genio, per me resta incompreso e non è la prima volta. Il film, seppur tecnicamente e stilisticamente girato benissimo, si sforza di essere scioccante ma è troppo asettico e statico per essere qualcosa di senso compiuto. Se fossi un critico ne osannerei l'ottima e manierata regìa, ma io non sono un critico. E allora: comunque bravo il ragazzetto protagonista, volutamente inespressivo davanti a qualsiasi cosa gli capiti. Però poi. Vabbè l'omicidio sullo sfondo, vabbè il disagio giovanile a far da protagonista, ma azione zero, suspence poca, ragionamenti scarni, noia un pochettino troppa. Oggi o domani mi rifarò con il piatto forte della mia scorpacciata cinematografica: La promessa dell'assassino (titolo del cacchio..chiamarlo Eastern Promises no?) del maestro David Cronenberg non mi deluderà, ne sono matematicamente certo. Dopodichè, pausa fino all'atteso ritorno del mitico Oronzo Canà. Anche se già so che il paragone con il primo sarà impietoso. E intanto ho ingurgitato con piacere una valanga di film dal 24 in poi. In tv mi sono cibato di: Un povero ricco con Pozzetto e la Muti, che è sempre validissimo da rivedere, È arrivato mio fratello con Pozzetto, un po' meno valido, ma è la prima volta che lo seguo con più attenzione, Mars Attacks! ovvero il peggior film di Tim Burton, anche questo però, seguìto per la prima volta con attenzione superiore al solito. Poi finalmente ho visto per intero Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, quello vero. E Gene Wilder in mezzo agli umpalumpa, è più bravo e inquietante di Johnny Depp, diciamolo. Infine mi sono sparato (rinunciando più o meno volentieri a The Blues Brothers) Metropolis di Tezuka Osamu, capolavoro fantascientifico animato, liberamente ispirato al geniale omonimo lungometraggio di Fritz Lang di ottant'anni fa. A seguire, verso le tre di notte di ieri, hanno dato anche La Pantera Rosa: il mistero Clouseau. Ovvero la dimostrazione lampante di quanto sia inarrivabile Peter Sellers e di quanto un film orfano di lui sia completamente inutile (ci provò invano naufragando miseramente anche Benigni): ho retto dieci minuti prima di cestinarlo. Ora sto persino dando un'occhiata distratta a Moulin Rouge, ma ahimè ci sono troppe canzoni per i miei gusti anticinemIusicali. La domanda è: mi scapperà financo di rivedere Ladyhawke? Vi ho rotto abbastanza le palle? Visto che sono tipo tigre in gabbia, in mattinata me ne torno al lavoro. Due giornate lavorative soft con entrata più tardi e uscita più presto e domenica sera volo a Vienna per il Capodanno mordi (la sacher) e fuggi. A lavorare ci torno il 4 che è venerdì, fate voi. Comunque prima di partire vi saluto, state tranquilli.
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giovedì, 20 dicembre 2007 |
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IO E IL NAVIGATORE MIO
(on the air: Kate Nash - Mouthwash)
Quello appena passato, è stato il compleanno più tecnologico della mia vita. Sì, più di quella volta che per i diciott'anni mi regalarono il rivoluzionario lettore compact disc, di certo più di quella volta che mi regalarono la radiolina per sentire le partite a undici anni, o il giradischi per i quarantacinque giri quando di anni ne avevo sei. E addirittura più di quando un paio d'anni fa arrivai addirittura a possedere lo stereo da casa con lettore mp3. Questo genetliaco li ha battuti tutti. La Noe mi ha regalato la stampante/scanner/fotocopiatrice che ha sostituito i due dinosauri che avevo ormai esposti tipo polverosi pezzi da museo poco funzionanti. Ho acquistato un maraviglioso gioco a quiz per la Playstation 2, salvo poi accorgermi che è solo ed esclusivamente sul cinema. Maffigo lo stesso. Mi sono comprato l'hard disk esterno con tanto di telecomando e presa scart e cazzi e mazzi. E c'è da dire che appena avrò un po' di tempo, i miei miseri quaranta giga di hard disk del piccì fisso saranno di nuovo salubri come una piscina termale quando non c'è nessuno dentro. Ma signori miei, l'oggetto culto del Natale duemilaessette è senza dubbio il navigatore satellitare, che ormai è alla portata delle tasche di tutti. In particolare di quelli che ogni anno fanno due coglioni perché spendono meno per il cenone eppoi comprano trenta panettoni e cinquantasei cotechini e creano file ovunque per quindici giorni inquinando la città con le loro facce allucinate perché sono alla ricerca del regalo. Facce da imbecilli, ecco. Comunque, io che del cenone me ne fotto, ho comprato un navigatore rotto, perché Trony non mi aveva avvertito della partita avariata di Packard Bell che stavano rifilando a cani e porci. Non si accendeva proprio. L'ho cambiato. Ho preso il MIO. È una marca, non vi sto coglionando. Ho preso quello europeo per non sentirmi provinciale. Indi per cui sono passato alla fase due: provare il navigatore. Come tutte le mattine sono uscito in ritardo per andare al lavoro, e ho acceso il mio bell'oggettino fescion. Solo che la ventosa non mi si appiccicava al cruscotto, e sul vetro stava un po' troppo distante da me. Alla fine l'ho messo al vetro e sono partito alla ventura. Ora certo, io mi chiedo cosa dovrebbe portare me, dinamico web-redattore, a fidarmi di un coso equivoco con nome maschile e voce femminile, ma me ne sono fatto una ragione esaurendomi spesso in giro per strade che non conoscevo e Domeneddio solo sa del mio senso dell'orientamento pari a quello di un fungo porcino. Ovviamente la strada dell'ufficio la so, ma volevo provare. Risultato? Mi ha ricalcolato il percorso almeno una cinquantina di volte. Ogni strada che facevo non gli andava bene. A parte il fatto che un par di volte ho sbagliato a impostare l'arrivo e magari l'arrivo era la partenza e questo qua mi diceva di tornare indietro. Dovesse capitarmi sperso per le campagne di notte, non avrei una reazione particolarmente composta nei confronti della signorina metallica che mi indica di svoltare a destra. Proseguire dritto, tra trecento metri. Bè? Tra trecento metri cosa? Vuoi dirmelo prima che mi trovi su una rotatoria che potrebbe mettermi fuori rotta e farmi finire sulla Mantova-Tirana- Melbourne? E intanto quella freccetta verde che sarei io, andava avanti. Ho fumato, anche. E pensavo. Se la signorina non fuma? Le darebbe fastidio se le fumassi una sigaretta in faccia. Ho immaginato che tra un consiglio e l'altro, succedesse più o meno questo: proseguir...coff...proseguire...coff coff...dritto! E se nel frattempo mi ero già perso? Ah quante colpe hanno le multinazionali del tabacco! Poi sono sceso dalla macchina e l'ho messo in tasca. Solo che avevo inavvertitamente tolto il volume. Volevo camminare fino in ufficio seguito dal satellite, avevo anche l'aria imbarazzata per paura che qualche passante sentisse strane voci dalla tasca del mio cappotto. Temevo chessò, una denuncia per sequestro e sevizie alla Puffetta. E invece quello s'era ammutolito. A ritorno dal lavoro non è andata meglio: io e la Mio signorina siamo stati tutto il tempo a polemizzare. Certo se avessi letto le istruzioni, chissà. Ma ho problemi di concentrazione, non arrivo mai alla fine di un libro. Quindi vado a tentativi. E tra un po', cazzarola, saprò calcolare esattamente e a occhio, quanti sono quattrocentottanta metri. Che nella vita serve sempre. La mia tredicesima immaginaria, ho scelto di spenderla così. Fortuna che ci sono queste ricorrenze e i soldi li incasso lo stesso. E ora scusate, ma sono tre giorni che ho trentatrè anni e sto ancora risentendo dell'ennesima deleteria cena di redazione, svoltasi lunedì tra litri di alcol e chili di cibo presumibilmente assassino. Io nelle trattorie romanacce zozze non ci voglio andare più, sappiatelo. Se mi invitate non ci vengo, eccheccazzo. Cheppoi detto tra noi, tranne qualche ottima eccezione, a me la cucina romana fa ribrezzo.
E ora...tra due metri svoltare a sinistra. Se non sbaglio dovrebbe esserci il letto.
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venerdì, 14 dicembre 2007 |
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QUI SI FANNO MIRACOLI
(on the air: The Hives - Tick Tick Boom)
Sono qui mentre dalla finestra arriva una corrente gelida e bastarda, l'alberello di Natale ha spento la luce e Benigni sfrangia i maroni con Dante, anzi ha finito or ora. È pure finito lo sciopero dei tir. E adesso mi chiedo cosa ne farà la gente delle provviste acquistate per sopravvivere fino al prossimo millennio dentro un bunker antiatomico. E i vecchi rincoglioniti che prendono la macchina una volta al mese? Quel pieno di benzina che hanno fatto, se lo porteranno nella tomba? Qualora fosse stata richiesta la cremazione, bè, si fa prima. Adesso sono tutti più tranquilli, tranne me che devo prenotare il pranzo natalizio coi parenti senza sapere quanti siamo perché c'è sempre mezzo tavolo che non sa se trova qualcosa di meglio da fare; devo prenotare il cenone di Capodanno a Vienna, perchè va bene fare i gggiovani alternativi che mangiano al chiosco, ma cazzo, a Vienna fa un freddo becco e mangiare per strada non è la mia aspirazione, e diciamolo, talvolta alternativo fa scopa con coglione. Devo altresì, cari lettori, sentire un altro paio di ristoranti: bramo uno sciccoso tavolo da due per festeggiare i miei anni di Cristo, che come quasi tutti voi avrete certamente rimosso, si materializzeranno nella giornata di domenica; poi, uno scrausissimo tavolo da nonsisabenequanti per la cena natalizia di redazione, devastante e ignorante più che mai, in uno dei luoghi più zozzi di Roma. Quando avrò finito di parlare coi ristoranti, inizierò a parlare coi risotti, le cotolette e la sbriciolata con crema chantilly. Altro che San Francesco e le bestie. Eppoi il santo umbro trangugiava rosolio e nocino, io non ho bisogno manco del Tavernello, sono così di mio. Va là, m'è venuta voglia di fumare. Vado a reprimerla con un bicchier d'acqua.
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lunedì, 03 dicembre 2007 |
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DEL PIU', DEL MENO E DELL'INSOMMA
(on the air: Radiohead - 15 Steps)
Toh, ho visto che è quasi una settimana che qui si staziona nel brodo. Ormai sarete diventati come le stelline rifardite e dilatate dentro il pentolino incrostato. Che peraltro a me non fanno per niente schifo. Ma ecco, sono tornato dal lavoro dopo aver subìto una sorta di tromba d'aria con allegati grandine, vento e quant'altre intemperie. Naturalmente come la nuvoletta di Fantozzi, l'ho presa tutta in quei dieci minuti dall'ufficio alla macchina. Nel momento in cui ho appoggiato sul sedile il culo e i jeans da strizzare, magicamente non una goccia bagnava il parabrezza, se non quelle che sprigionavano i miei vestiti nonostante il fedelissimo ombrello. E così è passata la scorsa settimana. Non voglio postare sul concerto dei Subsonica, o almeno non voglio incentrare il post su questo. Però ballare per due ore e mezzo nel parterre (ebbene sì, nel parterre, non è da me, ma capita anche questo) del Palalottomatica, nonostante la pessima acustica, è stato taaanto liberatorio. Peccato solo non aver sentito Strade, ma vabbè non è che possono fà sempre la stessa scaletta. Il mio quinto concerto dei Subsonica è quello che mi fa pensare di essere in un'enorme discoteca, con il gruppo di turno che non si ferma mai e ti fa godere. Mai avevo avuto questa sensazione durante un live. Mentre i diciannovemila led che fanno tanto U2 del periodo Discoteque/Pop (l'abbiamo pensata in due all'unisono) fanno il resto. Ecco, i Sub sono la migliore live band italiana. Forse con Elio e le Storie Tese. Stop. Sabato ho il matrimonio di due cari amici, che posso vantarmi di aver fatto conoscere io in Sardegna diversi anni fa, lei di Roma, lui sardo: anime gemelle da prima di conoscersi. L'amore per l'alcol e le canne li ha sempre uniti più di ogni distanza e ogni gelosia. Tanti auguri. E su questo spaccato romantico, potrei tranquillamente aggiungere che ho acquistato una bella cravatta di seta al mercatino sotto l'ufficio, che prima mi sembrava di vedere un tramonto al posto di un semaforo giallo e che mi sono dovuto far allargare i pantaloni del vestito buono. Perché sono schietto, non vi nascondo niente e pappappero.
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venerdì, 23 novembre 2007 |
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I DOLORI DEL GIOVINE ATARU
(on the air: Kate Nash - Foundations)
È che certe volte sei lì e pensi: avessi l'ispirazione magari porterei avanti 'sto blog che si trascina un po' stanco. Non dovrei manco farmela, certa pubblicità regresso. Ma si sa, la mia schiettezza ha sempre intersecato l'autolesionismo. Io poi volevo dire che i due concetti sono tangenziali, ma avrei dovuto dire che la schiettezza ha tangiuto l'autolesionismo? Vabbè, fatto sta che talvolta mentre perdi tempo a pensare che non sei ispirato, i fatti che ti circondano spingono per farti tornare a scrivere. No, non parlo di Meredith, a parte che vorrei che un giorno Vespa e Mentana passassero da queste parti solo per leggere il giudizio di un loro umile collega: mi fate un po' (tanto) schifo. Non parlo nemmeno di politica, giammai, lo sapete. Almeno fin quando non aprirete tutti gli occhi su certe cose. Vorrei invece sottolineare un fatto che normalmente mi avrebbe ispirato uno di quei post che venivano un tempo accompagnati da fragorose risate. Invece adesso la cronaca non ve la faccio. Vi basti sapere che lavoro in un palazzo che non ha l'allaccio con l'acqua corrente. Roba che nemmeno un campo profughi. E il bello è che lavoro per un sito governativo con sede in pieno centro di Roma. Non vi racconterò che ogni giorno l'acqua finisce a orari sempre diversi. Non vi racconterò di aver scaricato dodici bottiglie di minerale scadente dentro una specie di cisterna-cassone per tentare invano di tirare lo sciacquone del cesso. Non vi racconterò che non abbiamo più possibilità di usare l'editor (che oltretutto a confronto, quello di Splinder è un bijoux) dalla casa maledetta perché qualcuno da una società informatica leader (!) nel settore ha fatto una cazzata e non riesce più a risolverla, ma diamogli tempo, del resto ci hanno messo due giorni per ammetterla, la cazzata. Non vi racconterò che da quando lavoro lì dentro, causa neon cornea-perforanti sul soffitto, quando calano le tenebre lavoro accendendo un lumicino da morto. Non vi racconterò che ultimamente rischio di cadere in catalessi sul posto di lavoro, no. Peccato perché vi sareste fatti belle risate alle mie spalle come ai tempi d'oro che postavo tutte le notti. Magari un giorno, dopo che mi scade il contratto da precario, vi racconto come (non) funziona la Pubblica Amministrazione.
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domenica, 18 novembre 2007 |
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IL RITORNO DEL RAFFREDDORE
(on the air: Psapp - Everybody Wants To Be a Cat)
Con questa storia dei due anni e mezzo che non mi prendevo il raffreddore ho rotto i coglioni a tutti. Dai miei affetti ai colleghi, dopo la tonsillite di giugno 2005 più niente, gli anticorpi più forti di Maciste. Poi arriva un giorno che devi comprare le sigarette, piove poco, non ti porti l'ombrello, primo perché l'hai lasciato in macchina a chilometri da lì e secondo perché tanto devi solo attraversare la strada davanti all'ufficio. Nel frattempo attacca il diluvio. Torni indietro con i capelli bagnati, sali su e non ti asciughi, anche perché non esistono asciugamani. Sticazzi, tanto i miei anticorpi sono forti come Goku Supersaiyan di terzo livello. Il giorno dopo piove ancora. La mattina alle dieci per la prima pausa caffè, con i colleghi ci prendiamo il solito tavolo all'aperto. Fa un freddo cane, sgocciola, ma noi siamo sotto gli ombrelloni, manco fossimo sulla spiaggia di Rimini. Due sigarette a testa dopo il caffè, chiacchiere su musica, cinema, libri e soprattutto corpose minchiate. È sempre la cultura che ti fotte. Passa un bel po' di tempo, il barista ci guarda come fossimo arrivati direttamente da Giove, o forse dal Polo Nord. Ma tanto io ho gli anticorpi più forti di Ggiiesù.
Passare un weekend di merda a ricordarsi com'è fatto il raffreddore non ha prezzo. Venerdì con quel senso di schifo tra naso e gola di quando sta lì lì per sfociare il bastardo e dopo cena accomodarsi in coma. Sabato tra torneo di PES2008, cena sociale e visione de L'appartamento spagnolo il respiro si è fatto più affannoso, gli starnuti più frequenti e gli occhi facevano finta di essere gonfi. Ed eccomi qua stamattina, che starnutisco davanti al monitor dopo una nottata non eccezionale diciamo così. Se arriva anche la tosse come temo, ho fatto bingo. Ma io ho gli anticorpi più forti della Fata Turchina!
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mercoledì, 14 novembre 2007 |
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LINEARI STRANEZZE A NOVEMBRE
(on the air: Stacey Kent - Breakfast on the Morning Tram)
Piove. Questo è un periodo strano per me, ma chi mi segue qui come nella vita reale, sa che succede spesso. Prima passavo in piazza della Balduina, era tutto pronto per il funerale di Gabriele, qualcuno stava già lì. Penso che sarà strano domattina (stamattina per chi legge, ieri mattina per chi leggerà e via così) vedere quest'attenzione mediatica per il mio quartiere che difficilmente va in tv. Quasi come se abitassi in un paese lontano da qualsiasi avvenimento di rilievo. Peccato solo che non sia una bella occasione. Io sarò in ufficio, altrimenti forse una passeggiata fino a lì l'avrei fatta, fino alla chiesa che ho frequentato dalla nascita all'adolescenza. Comunque basta, silenzio.
Periodo strano dicevamo. Forse sono scoglionato dal lavoro e si vede pure. Del resto questo passa il convento. Del resto ho i colleghi migliori del mondo, ma ho anche a che fare con il personaggio più inetto e incompetente che esista. Lampante dimostrazione di come vanno le cose in Italia. Prendi un imbecille senza arte nè parte e lo mandi in orbita con un calcio in culo ben assestato. Sì, va bene, quindi? C'è traffico a Roma, frana una collina e non si cammina più. Accendo un'altra sigaretta e penso che dovrei smettere, diminuire. Che è di fatto un passo avanti. Quando mi passano per la mente taluni (taluni???) pensieri non è mai per caso. Di solito non mi interessa nemmeno pensarle certe cose. Ogni tanto mi viene il dolore al nervo sciatico come ai vecchi, me lo porto e lo trascuro più o meno da agosto, da Berlino. Un souvenir sgradito, accidentaccio. E pensare che l'altro giorno ho bruciato l'ultima sigaretta tedesca, una Marlboro Medium del pacchetto da 24 comprato lì. Quella di scorta in macchina. Colpa di cinque euri rovinati e divorati da un ingordo distributore di nicotina. Cinque euri poi restituiti dal tabaccaio, per fortuna. Ma intanto era notte ed ero senza spicci e tabacco: immoliamo in fumo il ricordo teutonico. E pensare che quella carta da cinque euro me l'aveva data di resto una ragazza che mi aveva precedentemente preparato a mano due coppette espresse di mousse al cioccolato con le poche uova che erano rimaste dentro la bottega. Insomma mi erano piovuti nel portafogli per un'ottima direi squisita causa. Non tutte le ciambelle riescono col buco. Come questo post novembrino intriso di vino rosso e castagne perché altrimenti saprebbe di poco. E novembre e la nebbia agli irti colli...sì...mi sembra che quella canzone di Fiorello facesse più o meno così. Mi dicono fosse la cover di un certo Carducci. E chi lo conosce questo?
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mercoledì, 24 ottobre 2007 |
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LO SQUALO DELLA FINANZA
(on the air: Stars - Take Me To The Riot)
Vi ringrazio davvero tanto per essere accorsi numerosi alla festicciola per i quattro anni del blog e prometto che integrerò, commosso, il post con i commenti che ancora non ho inserito. Se qualcuno vuole ancora farmi gli auguri o guadagnarsi un link per salire nella classifica più farlocca dell'universo (quella di babele), scenda pure di un piano.
Ma veniamo a robe moderne. Il periodo non è propizio per attività che richiedano un uso più o meno normale di massa cerebrale, di conseguenza mi pesa fare qualsiasi cosa. C'è stato il freddo, si sono tutti impauriti e io fischiettavo allegro nel vento gelido. Ero di buon umore, sì. Adesso fa meno freddo e l'unico lato positivo è che non trovo i vestiti così antartici quando vado a indossarli. Vabbè. Quindi poi oggi mi sono riscoperto un consumato squalo della finanza. Era tanto che non mi capitava. Ma voi pensate che prenotare un viaggio su internet sia facile? Ho ricaricato la PostePay e fin qui tutto bene, anche se contare un migliaio di euro dentro un ufficio postale, capite bene che è quantomeno azzardato. Poi, come sempre succede, le azioni dei voli e degli hotel salgono e scendono di minuto in minuto. E se per un attimo ti sembra di poter risparmiare, l'attimo dopo sei fuori budget. Ci dev'essere un grande vecchio che manovra i prezzi di continuo con sadismo e maestrìa. Ma lì è il colpo di genio. Aggiornando per la terza volta la pagina, ecco che magicamente rientri nel budget. Le azioni del Miramare di Riccione sono in picchiata! Compro compro compro. Subito dopo vanno alle stelle e sono cazzi. Mi sono mosso meglio di uno squalo, diciamo come un salmone biturbo del Volga. E la Noe con me. Per farla breve, alla fine il mio capodanno sarà viennese. Quando finisci una prenotazione on line, stremato, non puoi nascondere dietro le occhiaie, un sorriso di estrema soddisfazione. Il bel Danubio blu, Mozart, le sue palle, Prima dell'alba*, gli Ultravox* mi attendono.
* citazioni motivate e facili da capire.
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domenica, 14 ottobre 2007 |
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LE PAROLE CHE NON VI HO DETTO
(on the air: Rooney - When Did Your Heart Go Missing?)
Ecco, vi chiederete che fine ha fatto in questi giorni quel briccone di Ataru. Sappiate che ho prima di tutto contratto una strana malattia per cui vengo colpito da sonno fulminante quando meno me lo aspetto, che sto tentando di vedere Planet Terror di Robert Rodriguez e non ci sono ancora riuscito e in compenso ho visto Il buio nell'anima di Neil Jordan con Jodie Foster e non mi ha convinto. Ho acquistato il cofanetto della Universal con quattro film di Dracula a cavallo degli anni trenta-quaranta con tra gli altri il grande Bela Lugosi, cinque euro al mercatino sotto l'ufficio e sono veramente soddisfatto. Mi manca la giacca di velluto fricchettona che la cerco da un paio d'anni senza successo. Ho cucinato penne alla vodka per cinque persone e ho posto le basi per il mio Capodanno a Vienna mentre gli amici Mr. Lance e Mr. Wolf hanno prenotato per Cuba. Quando si dice diversità di vedute. Sto anche per comprare il navigatore satellitare, consigliatemi un po', che non ne capisco (quasi) un cazzo.
Ma questo gingillamento finisce qui, ho soddisfatto le vostre curiosità, veniamo al post vero e proprio. Pensateci, non è difficile. Basta fare la ricerca giusta su Google per accorgervi che nel vostro blog non avete usato alcune parole. Mai usate. Potrebbero essere parole complicate ma anche no. Cosa ne potete sapere se non controllate? Io l'ho fatto, m'è venuta la curiosità di sapere. Potrebbe diventare una catena, io non la passerò a nessuno, ma se volete divertirvi sul vostro diariuccio telematico, il gioco non l'ho ancora portato a brevettare. Cosa ho fatto? Ho pensato di trovare tre parole e tre personaggi che non avevo mai nominato prima, eccoveli:
Parole.
Schiaccianoci: evidentemente non sono un fan delle noci e neanche di Ciaicoschi (lo scrivo così per comodità), eppure l'arnese per stritolare la frutta secca non mi è mai servito a una mazza qui sopra.
Sambuca: sarà che il sapore dell'anice non mi manda in sollucchero, sarà che il caffè mi piace liscio, ma la sambuca finora era rimasta in cantina.
Lampadina: giuro, questa è una sorpresa anche per me. Lampada c'era, ma lampadina no. Ecco perché avevo così poche idee per il blogghe, non mi si è mai accesa la lampadina. Ma dico io, la lampadina! Non ho mai scritto che cambiavo una lampadina, niente di niente.
Personaggi.
Diocleziano: imperatore romano piuttosto stronzo. M'è sempre piaciuto il nome, mi sembra assurdo che io non lo avessi finora mai citato. Lo faccio adesso. Pure un altro paio di volte per recuperare: Diocleziano e Diocleziano.
Fabrizio De Andrè: il grande cantautore genovese non era mai comparso su queste pagine. Me ne dispiaccio. Credo però che il motivo sia da ricercarsi nel fatto che io non ascolto De Andrè. E adesso via con gli ortaggi e le uova marce contro Ataru. Grandi testi, per carità. Però io di solito ascolto anche la musica, altrimenti leggo un libro e ciccia. Ecco spiegato perché il Faber non c'è.
Mario Adinolfi: l'autore di questo blog ha sempre sostenuto che gli orsacchiotti fossero gente bella e simpatica e che non fossero palloni gonfiati. Siccome il blogger Adinolfi è un peluche che non rispetta gli assunti di cui sopra, non era mai stato nominato. Lo nomino oggi per ricordarvi di non regalare un euro al Partito Democratico, tanto se proprio volete spararvi sui genitali avete tempo, basta che andiate a votare (destra o sinistra, non fa differenza) alle prossime elezioni politiche.
Ora vi dico che: briccone, fricchettona, gingillamento, arnese, Jodie Foster, Neil Jordan e Tchaikovsky, non erano mai stati nominati prima, per questo a fine post ho aggiunto i corsivi. E giuro che non lo sapevo, mi sono solo messo ad analizzare semanticamente tutto il post. E ho scoperto che anche "semanticamente", non l'avevo mai scritto qui.
Preparate gli auguri e i bicchieri per lo spumante: il prossimo post, quello del diciotto ottobre, sarà in concomitanza con il quarto compleanno di Machissenefrega. E non ho ancora uno straccio di idea su come festeggiare. Bof!
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martedì, 09 ottobre 2007 |
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METEREOPATIA TRIBALE
(on the air: David Bowie - New Killer Star)
PROLOGO: ho acceso su ItaliaUno e mi sono sconfortato: c'è il gioco-truffa (telefonate a cento euro al secondo) delle sillabe che di solito danno sui canali scrausi, condotto dalle ammiccanti (chi ha detto zoccole? vi ho sentito, voi, là in fondo!) Alessia Fabiani e Melita Toniolo. L'incapacità di quest'ultima è disarmante. Lo so, non è il suo mestiere, lo so.
Questo post è dedicato allo stimato dottor Raniero P. che ha capito il mio talento nell'accostare il rhum all'occhio di bue gusto marmellata e cioccolato. E in preda al rhum mi ha chiesto di citarlo. Lui è miocuggino (uno dei).
L'Ataru ministeriale è ormai ai suoi culmini. Intendiamoci, non sono un ministeriale, ma ne mutuo le abbondanti pause pranzo, caffè, merenda dolce, merenda salata, sigaretta, doppio caffè, doppia sigaretta, quarta colazione, mercatino nella strada attigua al fatiscente inquietante palazzo d'epoca che ora ospita la redazione, negozio di numismatica e negozio di modellismo, ma-cosa-volete-di-più. Devo dire che il rincoglionimento negli ultimi giorni è aumentato notevolmente, io non vorrei insistere sull'argomento meteo, ma questo tempo caldo umido mi sta sfinendo le sinapsi. E infatti, concentrato sulla tesserina fedeltà del bar, ogni dieci caffè uno in omaggio, lascio il pacchetto di Marlboro Medium sul tavolino all'aperto; pacchetto contenente numero due sigarette e un accendino zoppicante fin dal suo acquisto. Acquisto avvenuto a Berlino, come dire reliquia santa e sacra, feticcio delle mie recenti scorribande in terra crucca. Dopo circa due ore, i colleghi bamboccioni (aaah Padoa Schioppa, se non ci fosse lei!) fanno notare all'altro bamboccione, che sarei io, l'increscioso episodio. L'accendino Ampelmann, quello con l'omino del semaforo, cazzo! Il mio oggettino trendy svanisce, ritrovo solo il pacchetto con dentro una sigaretta, i baristi si sono dati il cambio, non ne sanno niente. In mattinata odierna saprò, e vi saprò dire se qualcuno di buon cuore me lo renderà.
Bando ai sentimentalismi, scena seconda atto primo.
Dal tabaccaio.
Ataru: volevo un pacchetto di Marlboro Medium e...ehm...accendini ne avete?
Tabaccaio: non li vede? li ha proprio qui davanti.
A: ah sì..ecco...bè sono solo questi, no?
T: .......sì.....
Ataru scarta velocemente dei piccoli accendini con disegnate scene della natura e animali e cose così. Dirotta lo sguardo su un accendino semitrasparente e seminò, il meno peggio.
A: eh...prendo questo...
T: questo si illumina!
A: ah sì? allora no, non lo voglio.
T: mh..
Non resta che l'accendino con rettile tribale. Ataru lo sceglie a malincuore, bianco con disegno rosso.
A: allora va bene questo, quanto viene?
T: un euro e cinquanta
A: occhei..
Ataru paga.
T: comunque questo se le interessa fa anche l'ologramma, guardi!
A: ihihih...aehm...aaah...ma un Bic normale no eh?
T: no.
A: 'rivederci!
Ora detengo un accendino estremamente truzzo. Però è così bello giocare con il mio ologramma tribale. Vado stampigliando un serpente rosso in giro per le pareti e penso ai tamarri che in discoteca con questa roba ci rimorchiano puntandolo addosso alle succinte cubiste. Dannato tempo caldo-umido.
Update: l'accendino berlinese è stato restituito dal barista. Gioisco con voi.
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martedì, 18 settembre 2007 |
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NON PIOVE
(on the air: The Tuss - Rushup I Bank 12)
Vi illustrerò ora una giornata come un'altra, un martedì, oggi, in macchina, andata e ritorno dall'ufficio. Succede più o meno sempre così, che parlo da solo come da corsivi. Il resto lo penso.
ANDATA
Mattina, garage: è tardi - occhio alla colonna- vabbè è tardi ma chi se ne fotte, non ho pubblicazioni mattiniere, oddio devo "strillare" i focus entro le dieci, ma insomma si fa in tempo. Per l'esattezza dovrei essere in ufficio alle nove e sono le nove meno quattro. Considerando che in media ci metto venti minuti, fate i conti voi, io non sono bravo.
Mente locale: ho tredici sigarette, direi che bastano, nonostante i colleghi cazzeggioni mi abbiano contagiato la mania della doppietta, ovvero due sigarette di fila. Ho i soldi, niente passaggio al bancomat. Mm oggi pausa pranzo in trattoria, che prendo? Bo! E le sigarette? No ci ho già pensato, che rincoglionito. Dunque...soldi...sigarette...ah...benzina! Ce n'è poca ma mi basta anche per il ritorno ed eventuale uscita serale. Ma stasera che faccio? Uhm..c'è la Lazio, sento che Mr Wolf mi darà buca, al massimo birretta dopo la Lazio appunto, ma sarà dura. Mh.
(passa una macchina tendente al taglio della strada). Te guarda sto coglione!
Accendo la radio? No quel cd m'ha stancato, ci sono canzoni che entrano pericolosamente in testa e non vanno più via tutto il giorno. Ma che caldo fa? 26 gradi e non riesce a scappargli di piovere, mortacci sua. Si soffoca di umidità.
Traffico traffico traffico, ma non potevano restare tutti al mare e annegarci? (ma ti muovi, S-T-R-O-N-Z-A?)
SMS dell'ANSA-sport a quest'ora? Subito dopo sms della Noe, e subito dopo doppietta dell'ANSA, anzi della TIM. Vuoi la suoneria più cool del momento? invia maiale al 12345 oppure corona al 6789 o anche cane ruttone al 31885 o gatto spaccamaroni al 383910 o donna nuda direttamente a casa tua. Eliminare messaggio? Sì. Al semaforo che si fa verde solo quando hai qualcosa da armeggiare dentro la macchina. Altro semaforo. Macchina a due all'ora, passa col giallo, io resto lì. Mavaff*%&$, sempre così!
Chissà se oggi il caporedattore (cognome, ndA) arriverà in ritardo normale, in superritardo, o non verrà proprio. L'impatto col suo sorriso può avere due effetti: o ti schifi per la falsità o la prendi a ridere a crepapelle cogli altri. Toh guarda il cielo, forse pioverà, mah ci credo poco, magari mi si lava la macchina. Macchè, tempo bastardo, non piove!
Questa potrebbe essere una giornata di merda. L'ipotesi può tramutarsi in realtà, ma anche no. È singolare come svegliandoci presto la mattina, noi tutti possiamo - testa di minchiaaaa!- avere un grafico della giornata, di come essa prenda pieghe prevedibili più che imprevedibili. Difficile risollevare l'umore, difficile a volte anche farlo crollare. Ognuno ha il suo personale colonnello dell'aeronautica che sta lì con la bacchetta a indicare se è una giornataccia. Vediamo un po'..."sì, oggi per te sarà una giornata di merda, non leggere gli oroscopi, sono tutte baggianate. La vedi questa perturbazione? È solo la sfiga che avrai oggi. Non ho detto variabile, è stazionaria come un encefalogramma piatto. E tranquillo, la tua macchina resterà sporca perché non piove." Uh l'ennesimo camion delle lavanderie d'albergo! E giù a pensare agli asciugamani bianchi degli alberghi, che passano da quei camion e arrivano a destinazione in camera dove qualche tedesco imbolsito nel migliore dei casi si asciugherà le mani in un hotel di Castro Pretorio. Ma quant'è brutto Castro Pretorio? Eccomi, c'ho messo più di venti minuti. Ma anche sticazzi, basta che non siano già andati a fare la megapausa colazione.
RITORNO
Toh, la macchina non s'è lavata per niente, nonostante abbia piovuto un po'. Tempo brutto ancora. Pioverà? Sono ancora sti maledetti 27 gradi di umidità. Mi rendo conto di essere noioso quanto un vecchio sull'autobus, me ne compiaccio, pago il parcheggio, vado via. Plic. Una goccia sul vetro. Dieci minuti dopo, ploc. Altra goccia sul vetro! Accidenti, il diluvio universale mi coglierà che non avrò neanche il tempo di spegnere la sigaretta e chiudere il finestrino! Adesso arriva l'uragano Gavino direttamente dalla Sardegna. Rido. Adoro narcisisticamente il mio sarcasmo demenziale arricchito da otto ore davanti a un piccì, accanto a colleghi burloni, e la trattoria a pranzo, bruschetta appena pescata (è salata come un litro d'acqua del Mar Caspio nelle sue zone di massima salinità, visto che qualcuno potrebbe obiettare che esso è un lago salato e dunque meno salato di altri mari), pasta e fagioli piccantina anzichenò, vino bianco ignorante, vino rosso che fa acidità e amaro che stura. Cosette leggère, non da tutti i giorni. Infatti dopo un po' l'umorismo è quello di Alvaro Vitali, altro che punta di fioretto. Traffico, cheppalle, un condensato di imbecilli. Statevene a casa...ve devono levà la patente! Pluc. Vicino casa. Terza goccia sul vetro! cazzo, adesso davvero si rischia l'alluvione. Compro le sigarette, che le doppiette costano care, e me ne vado a casa. Alla fine stasera mi attende un ricco zapping da Mr.Lance: per il martedì di coppa val bene anche rinunciare a Ugly Betty.
E forse ma forse si può sperare anche che la Lazio perda, anche se io mi giocherei il due fisso. Non piove.
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giovedì, 13 settembre 2007 |
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MACHISSENEFRiGA!
(on the air: Robyn - Konichiwa Bitches)
Esterno, notte. Non so sinceramente se preoccuparmi del giradischi contenuto nella mia scatola cranica. Esso infatti alterna cose orripilanti, ovvero le suonerie dei colleghi di lavoro frammischiate con i frighissimi Finley della pubblicità del nuovo Kinder FettaCartonata. Ecco, son tornato a vivere in maniera vagamente più presente i miei giorni e mi devo subito pentire. Voglio tornare nell'oblìo, giuro che non berrò mai più cinque caffè di cui tre concentrati nel giro di un'ora e mezzo. Troppo sveglio, troppo vigile eppoi arrivo alla sera che dopo un piatto ben digerito di patate fritte cacio e pepe, mi becco i Finley che mi trapanano le cervella. Eccheccazzo, ma si può? Accendo l'ennesima sigaretta, mi concentro sulla cartina che arde, salgo in macchina, simulo un gran premio, accuso quello che mi supera di aver spiato l'esatta regolazione dello schienale del mio sedile, controllo la temperatura e penso che sì, fa più fresco di ieri, ma è umido e appiccicoso. Vedo gli alberi in giro eppoi però c'era quello del tiggì che ha detto che tra un po' saremo nel deserto e allora potrò vedere un vero miraggio senza doverlo immaginare. Ma c'è qualcosa che non quadra in quest'ultima frase. Oh se non capite non importa. Osservo tutto, non ho acceso neanche lo stereo. C'è uno in motorino che si vede proprio che ha dei brutti calzini. Insomma mentre arrivo a casa che è quasi l'una di notte, mi sovviene anche che oggi bisognerebbe fare lo sciopero della pastasciutta, dei panini, delle colazioni al bar. Quasi quasi con la scusa dello sciopero stacco la spina della macchinetta in ufficio, tanto il caffè fa cagare e il rilasciatore del Kit Kat fondente s'è rotto prima che potessi mangiarne almeno uno, costringendomi a prendere una merendina spugnata della Bauli. Mai più mai più, nevvero. Ho dimenticato i Finley grazie a complesse elucubrazioni della mente. Interno, notte. Vai che accendo la tivì per vedere Donadoni ringalluzzito dal grigiore di una vittoria per l'appunto grigia. Ma prima c'è la centesima replica di Heroes, che tra un po' mi aspetto di vederlo financo nello specchio del mio cesso, quando di solito il palinsesto prevede me stesso che mi guardo le occhiaie. Finisce Heroes, aspetto Studio Sport e cosa ti becco? La pubblicità del FettaCartonata e i Finley che si lagnano del diventare star. È tutto molto frigo, però anche basta, chedduecoglioni. Ora andrò a letto col tarlo. Per fortuna che è piccolo e in due ci si sta comunque comodi.
Questo post fa da contraltare (ho sempre sognato di usare questo modo di dire, ci fosse stato mai qualcuno in un dialogo che mi avesse stimolato a farlo), dicevo fa da contraltare (massì cazzo, lo ripeto pure) a quello sottostante. Tanto per farvi capire l'instabilità perturbata di memmedesimo. Eppoi l'ultimo pezzo, quello in cui millanto di aver ribeccato la pubblicità, per fortuna non è vero. Ma serviva per il finale e il finale giustifica i mezzi. È la prima balla che racconto in quasi quattro anni di blog, ma questa davanti alla virgola potrebbe essere la seconda. E dopo ciò, io andrò pure a letto col tarlo, ma voi, avidi usufruttuari di questo sitarello, forse col tarlo passerete il resto della giornata.
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venerdì, 10 agosto 2007 |
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AGOSTO VISTO COME FOSSE UN QUALSIASI NOVEMBRE
(on the air: Interpol - Pioneer to the Falls)
Qui tutto tace, tutto langue, tutto va bene, tutto è regolare (e mi sa che m'è venuto in mente un pezzo di Baccini, ndA). L'estate sta finendo e un anno se ne va (toh! i Righeira! ndA), comincia davvero a far fresco, meglio così. L'incredibile epilogo dei pub storici mi ha fatto riflettere. In pochi mesi abbiamo perso il Loran Club e il Roma Caput Mundi. Che chi segue le vicende di questo blog sa quanto contassero nell'economia delle Ataru-serate. Anche se il Loran era da tempo in disarmo. Il Caput però non se lo aspettava nessuno. E incontrare uno dei due gestori al mare, che ti racconta perché succede una cosa così tremenda è uno di quegli eventi che il destino vuole che vadano in un certo modo, è quando pensi che è tutto pilotato dalle forze occulte. Niente più cocktail letali a Trastevere. E niente più partite a biliardo al Loran. Le perdite seguono quella dolorosa e ancora non troppo dimenticata dell'amato cyberpub Skorie Industriali. Mi rendo conto più che mai che il tempo fugge e agosto è il mese più freddo dell'anno (e questi? sono i Perturbazione! ndA). Pensate che io e la Noe ci stiamo spaventando: in due anni e mezzo che stiamo insieme, ha chiuso di tutto. La nostra memoria storica è stata deturpata orrendamente: aveva chiuso il Papeth, locale galeotto di Ponte Milvio, che ci vide uscire la sera che ci mettemmo insieme, ma poi ha riaperto. Ha chiuso un negozio di casalinghi e complementi d'arredo piuttosto strani nei pressi di Piazza Fiume. Ci eravamo ripromessi di comprare delle cose che ogni volta ci si sbavava sopra. Non si potrà più. Ha chiuso un ristorantino che si chiamava Aurora, ci mangiammo una volta, ritrovai addirittura il mai dimenticato sapore dei supplì di mia nonna, i più buoni del mondo. La volta successiva che provammo ad andarci era chiuso per lutto, la volta ancora dopo, il ristorante non si chiamava più Aurora. Certo si potrebbe pensare che portiamo sfiga, ma credo sia solo il tempo che passa e cancella qualche ricordo. Addio ai luoghi che fanno una storia o che cementano le amicizie, via dalle palle quest'estate calda e funesta come ogni cazzo di estate che si rispetti, che vedi il telegiornale e ti chiedi ogni anno perché durante questa stagione vadano tutti ad ammazzarsi in qualsiasi modo conosciuto e non.
Oh intendiamoci, io in realtà sono allegro con brio, ma andante adagio. Non so, questo agosto è uno dei più strani che mi siano capitati, quindi prendiamolo per quello che è, ovvero uno dei più strani. Stasera cadono le stelle e io mi ero anche dimenticato. Se vi capita raccoglietele, mi raccomando, sennò la spiaggia si sporca.
Meno otto a Berlino e non è la temperatura.
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mercoledì, 18 luglio 2007 |
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NOTTE DI ASFALTO, NETTURBINI, DONNE E CALURA
( on the air: Delta V - Il Primo Giorno del Mondo)
Esterno, notte. Mezzanotte o giù di qui. Si comincia a respirare dopo il caldo che rende l'asfalto della consistenza di una Big Babol. Ventottogradiventotto alle undici di sera, poi lentamente il sipario della calura cala e cede il palcoscenico al fresco afoso. Accontentarsi è la parola d'ordine. Ho dovuto recuperare i liquidi, niente alcol, l'altroieri la birra mi faceva grondare, solo mezzo litro di Coca e ghiaccio per far sparire la fronte lucida e la sensazione di essere pronto a scoppiare come un pop corn dentro un grandioso microonde a forma di Roma. Dalla fila per entrare al Momart - mi lasci il nome? Simone - si può solo fuggire senza neanche avvisare, si può scappare sui Monti Parioli, alla Casina delle Muse, perché sarà pure pieno di vecchi, ma perlomeno c'è aria. Bevi la bibita e vai via, siamo stanchi tutti e due, stanchi anche di trovare la via del lavoro lastricata di imbecilli (e mi piace citare in corsivo quella matta di mia madre che ringrazio sempre per avermi dotato del sense of humour che leggete qui sopra e che chi mi conosce sperimenta dal vivo). Ecco la notte, ecco un po' di fresco. E sulla strada ci sono elementi ricorrenti. Operai che lavorano col martello pneumatico per costruire una corsia preferenziale che io definirei demenziale. Ormai siamo abituati, noi automobilisti romani, allo scempio veltroniano, alle idee malate. Ma non puoi incazzarti proprio ora, perché il termometro scende. Eccomi, ora sono circondato da camion della nettezza urbana. Tanti, ovunque. Macchine spazzatrici alzano polveroni dalla strada, qualcuno nei sottopassaggi disinfetta tutto. Chiudo il finestrino, ma è solo un attimo. La radio ha il volume alto di quando quelli che ti stanno accanto non esistono più. E se esistono, che sentano pure buona musica una volta tanto, offro io. Mi soffermo a guardare chi c'è nelle macchine dei vicini di strada. Mi accorgo che è una di quelle sere in cui girano solo donne: capitano poche serate così durante l'anno e lo dico io che di notte sono in giro sempre perché a casa non so stare, so solo sostare. Donne da sole, donne a coppie. E fumano, fumano quasi tutte. La accendo anch'io per la miseria, sennò mi sento emarginato sia per il sesso maschile, sia per l'assenza di nicotina nell'abitacolo. Netturbini e donne, questa notte va così. Semaforo rosso. Una bionda su quattro ruote sorride a un ragazzo in motorino. Lui in tutta risposta scappa via, lei sembra inseguirlo, poi si pèrdono. Magari ho immaginato l'idillio poco idilliaco, ma mi viene da ridere e allora va bene, poco importa se forse è solo un cortometraggio con la mia regìa. Ventiquattro gradi e mezzo vanno bene, l'acuto da brividi della cantante dei Delta V ai tempi de Il primo giorno del mondo mi scorta fino al garage di casa. Il geco del pianerottolo quello che sta sul vetro della finestra ogni estate (adesso ogni tanto sono in tre, ha messo su famiglia), mi sta aspettando. E quando c'è lui che mi saluta, posso fidarmi che la giornata è davvero finita. Qualcuno una volta disse che domani è un altro giorno. E io che quel film non l'ho nemmeno mai visto, spero che domani un po' si vada via col vento. Possibilmente non rovente.
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domenica, 15 luglio 2007 |
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SIMPATICI PENSIERINI DI UNA DOMENICA DI LUGLIO
(on the air: Ex-Otago - Giorni Vacanzieri)
L'altroieri sera guardavo una tipa americana al telefono mentre con la mano ciondolava il portachiavi della sua stanza d'albergo. Nulla di malizioso, ve lo assicuro. Un solo dubbio: perché la maggior parte degli alberghi hanno portachiavi pesanti mezzo quintale?
Oggi si potrebbe decidere la mia estate estera (sì, vabbè due settimane di ferie per giunta non di fila, di cui una all'estero). Sarà una scelta non facile, un ballottaggio tra un po' di città europee, tra possibili ritorni o esordi assoluti. Sogno il ritorno a Berlino, la Noe sogna il ritorno a Barcellona, c'è Praga, ma una settimana lì forse è troppo, c'è un desiderio mai sopito di rivedere Lisbona, ma resterà tale, c'è anche un possibile mio remake di Parigi, tanto non me la ricordo più. C'è altro? Cazzo ne so, vedremo cosa dicono i low cost senza black list.
Ieri sera, tanto per ricollegarsi al discorso, si pensava che se Dio vuole, si sta già scollinando l'estate, un altro mesetto e vaffanculo, è finita. Rivoglio il cappotto, la giacchetta, tutto. Io so apprezzare il vero caldo, quello che ti ripara dal freddo. Quest'anno la mia scelta ascetica è quella di lavorare la settimana di Ferragosto: niente mare, solo scrivania, piccì e aria condizionata.
Oggi ho dormito per nove ore filate, e altrettanto la notte prima. Spero siano sufficienti, dopo aver digerito a malapena due settimane pesantucce anzichenò. Del resto, dicevo ieri saggiamente, che la vita comincia all'età che hai.
Nei giorni scorsi pensavo al fastidio fisico che mi danno diverse categorie di persone, ma non farò la lista perché sarebbe troppo lunga, c'è il rischio che qualcuno possa anche lontanamente sentirsi toccato, non voglio perdere quei quattro lettori che ho, e anzi, so bene che in qualche categoria finirei per rientrare anch'io stesso. E darmi del fastidio fisico da solo, sì, può essere costruttivo ma non è il periodo adatto. Più vado avanti, più il popolo italiano mi fa schifo.
Oggi voglio comprare un planisfero. Il mappamondo è scomodo e oltretutto quelli di mio padre, che colleziona anche le amebe che si trovano sul fondo delle merendine, sono residuati bellici dell'ottocentoquarantotto, che c'è ancora sopra l'impronta digitale (all'uovo?) di Bismark. Allora io compro il planisfero, ritaglio e brucio tutti i posti dove fa troppo caldo, poi mi bendo, punto il dito e me ne vado ovunque sia. E non cercate di seguirmi.
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domenica, 08 luglio 2007 |
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VUOTO A RENDERE
(on the air: Roy Paci e Aretuska - Toda Joia Toda Beleza)
Passi un quattroluglio da incubo, sai il perché, se ti arriva una telefonata mentre sei al lavoro e schizzi via di corsa bestemmiando e sperando che davvero non sia successo niente. Cheppoi picchieresti tutti, dai poliziotti all'automobilista imbecille che attenta alla vita di chi ti è cara. Poi scivolando via per il fine settimana, ti chiedi se su questo pianeta ci sei capitato per sbaglio. Questa almeno è la sensazione diffusa. Non è che si possa descrivere molto altro, sarà sonno arretrato, sarà nebbia bassa nel cervello. E sto qui, sguardo monolitico, che mi vien da pensare con sprezzo a quelli che lavano la macchina tutti i giorni, mi viene in mente che potrei raccontare e avrei voglia di farlo, mille aneddoti che mi sono capitati, proprio come il nonno che ti rapiva con le sue storie in tempo di guerra. Non è che sia vecchio, ma ne ho passate tante. Eppure finisco per stare zitto, respirare col naso un po' tappato e spegnere un'altra sigaretta. Passaggi a vuoto: ci sono sempre stati, sempre ci saranno. Di solito è un vuoto a rendere, ne esco rinfrancato, sarà così anche stavolta. Vado a lavarmi i denti.
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mercoledì, 04 luglio 2007 |
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IL POST A OROLOGERIA
(on the air: Tracey Thorn - It's All True)
Allora, l'orologio del mio piccì segna l' una e quarantasette. Entro le due devo postare. E non posso sforare, pena l'interruzione immediata del post. Perché? Ma perché è tardi, io mi devo sveglià presto e ho ancora da leggere il giornale di ieri prima di adagiarmi sul cuscino. C'è qualcosa da dire, sì. Sabato scorso sono andato nel viterbese, e dopo una mattinata tra cultura e natura, ho fatto il bagno al lago di Vico - che ogni anno si fa un amico - e tutto sommato non m'è dispiaciuto non trovarmi salsedine addosso. Grigliata sul forno a legna cogli amici, pranzo assolutamente invernale, mancava solo la polenta, e serata in un ristorante che doveva essere senza pretese e s'è trasformato in un extralusso. Con piacere. Nel pomeriggio, al lago, ho incontrato dei soggetti che se avessi più tempo ci farei un post a parte. Basti dire che il mondo dei campeggiatori è più lontano da me rispetto financo a una qualsiasi tribù africana, cannibali compresi. Tra montaggi di tiro a segno artigianale, fuocherelli in pineta, ciccioni che fanno il bagno eppoi si ributtano sul pentolone di pasta, ragazzini sfasciaminchia e gente che si sdraia in mutande attillate come se fosse un costume, mi scopro schizzinoso, come se già non lo sapessi. Questa settimana è andata via tra long island, birra, vino, grappa, gin. Ed è ricominciata così com'era finita. Faccio scorte d'alcol finchè il caldo poco opprimente me lo consente. Cinque minuti alla fine. Che dire ancora? Massì, volevo ribadire e aggiungere se non si fosse capito, che questo blog è ormai interamente dedicato alle vicende del proprietario. Il giornalismo non si fa sul blog. Sul blog ci si fa i cazzi propri, è il trionfo dell'io, dell'egocentrismo, del quotidiano, del me stesso che se ti interessa lo leggi e sennò è uguale. Io, pubblicista da strapazzo, la vedo così. L'attualità fa solo da contorno. Non so perché senta il bisogno di dire 'sta cosa, ma è qualche giorno che mi frulla per la testa e allora la dico. Tre minuti scarsi. Ora due. Nel conto non sono inclusi titolo e on the air, che aggiungo alla fine per ragioni di ispirazione che deve scorrere come un fiume in piena. Un minuto, cazzo. Lascio ad altri la possibilità di confutare le mie te..tempo scaduto.
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venerdì, 29 giugno 2007 |
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NOTTURNO BUS, HOSTEL 2 E CAGNY
(on the air: dEUS - Nothing Really Ends)
Oggi in buona sostanza dovevo lavorare e invece no. A Roma sono li santi patroni, ma noi lavoratori seri non ci fermiamo mai. Però alla fine m'hanno detto di restare a casa. Ed eccomi dopo le Tennent's Super di ieri sera, che mi sono servite a dimenticare il ripugno di Hostel 2.
Vorrei in fondo parlarvi dei due film che ho visto, ma avendo ancora birra in circolo, mi limiterò a dirvi che Notturno Bus è un bel film, che vale la pena vederlo e che tutti gli attori sono al posto giusto, da Mastandrea alla Mezzogiorno (finalmente non in un ruolo lamentoso), da un magistrale Fantastichini a due cattivissimi e comicissimi Citran e Pannofino (cheppoi è anche il doppiatore di Clooney). Violento, movimentato e ironico al punto giusto. Hostel 2 fa un po' ribrezzo, meno del primo, ma fa ribrezzo. Però la trama è deboluccia, perché è già stato tutto svelato nel primo. E la buona idea di approfondire più la mentalità dei carnefici viene sfruttata da Eli Roth soltanto in parte. Ci sono chicche per gli amanti del cinema anni settanta: dal cameo di Edwige Fenech nel ruolo di una prof di arte a quello di Ruggero Deodato, storico regista horror, nei panni di un cannibale, fino a Luc Merenda, attore di poliziotteschi, alter ego di Tomas Milian, che interpreta, ma tu guarda, un detective italiano. Anche vedere Karl (l'attore Richard Burgi) di Desperate Housewives con una motosega in mano, fa un effetto strano. Insomma, meglio Notturno bus.
Ma quindi poi? Non saprei, c'è una cornacchia che fa casino qua fuori, perché voi non lo sapete ma a Roma le cornacchie hanno soppiantato e ucciso i piccioni. Considerazioni di un certo livello.
...Oh però mentre scrivevo questo post, sono uscito e tornato. E sapete perché? Ho avuto un piacevole incontro con Cagnaccio e la sua consorte che erano in giro per la capitale, in questa giornata che per certi versi sa di città fantasma del vecchio west. Manca il saloon, ma sono dettagli. Adesso trasloco il link di Cagny dalla seconda alla prima colonna destra, la nutrita schiera degli Oltre lo schermo. Arrivedòrci.
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martedì, 26 giugno 2007 |
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LA CENA DI LAVORO
(on the air: Meck Feat. Dino - Feels Like Home)
Ma tu guarda, quasi un litro di vino bianco ignorante, una gracqua, grappa che sembra acqua, più uno Zacapa, costoso rhum guatemalteco ingurgitato (in) un bicchierino fatto di cioccolato fondente. Contorno di cena romanaccia, mendicante pseudo-giamaicano che canta una cover caraibica di Sarà perché ti amo e risate alle lacrime. Risultato: sto bene, tutto sommato. È bello avere dei colleghi iscritti agli alcolisti anonimi. Ben vengano le cene di lavoro. Adesso mi rapporto con il ventilatore, il sommo appiccicume regna senza soluzione di continuità. Spero di sognare la pioggia, il freddo, l'inverno, il cataclisma e le glaciazioni eterne, al limite financo il rigenero dei dinosauri che mi sono simpatici da quando ero alto meno d'un metro. Un dì mi sveglierò dall'ibernazione e sarà un mondo migliore. Ne riparliamo un altro giorno, eh.
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venerdì, 15 giugno 2007 |
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CIAO BIC ROSSO!
(on the air: Morgan - Tra Cinque Minuti)
Il trentuno dicembre del duemilaessei mi serviva un accendino. Corro in fretta e furia prima che chiuda il tabacchi, che è notorio che mi riduca sempre all'ultimo secondo, e compro sigarette più accendino. Si avvicina il Capodanno, l'accendino lo compro rigorosamente Bic e già che ci sto, rigorosamente rosso. Qualcosa di nuovo, qualcosa di rosso, visto che le mutande rosse non le ho mai portate, neanche quand'ero infante. Una festa di Capodanno con gli amici tra cibi ricercati, pioggerellina e mortorio finale. Sigarette da fumare rigorosamente all'esterno, ma tanto la temperatura non era tanto inferiore alle minime di giugno. Scivolano i mesi e mi ritrovo a febbraio in terra bassa, belga, umida, fredda, piovosa. Io sono atipico: non sono di quelli che lasciano gli accendini a destra e manca e ne usano venti a botta, sono monogamo. E allora il Bic Rosso viene con me, passa al check-in di un viaggio partito in ritardo, tra rinvii, deviazioni e maltempo polare. Fuoco amico. Fuoco che quasi scoppietta come quello di un camino in mezzo all'aria frizzante, oppure in una stanza di un albergo di lusso pagato poco. Eppoi in giro per Roma, quando qualcuno mi chiede da accendere, c'è sempre lui, donne e uomini, vecchi e persino bambini, e mi duole dire che ogni tanto qualcuno me n'è capitato. Ma non sta a un fumatore rompere le palle al bimbo che inizia a fumare. Io lo faccio accendere, cazzi suoi. Col mio Bic Rosso. Una mattina di tre mesi fa, come un fulmine a ciel sereno arriva il lavoro. Arrivano persone nuove, persone che avrei fatto presto a considerare familiari, divertenti, urticanti ma solo raramente, e quasi di casa. Lui è lì con me in sala fumatori, è con alcune di quelle persone quando serve da accendere. Mi chiedo quante sigarette abbia acceso. Ti aspetti che arranchi, che finisca e invece no. Anche in Toscana mi accompagna, al sole di fine aprile, con gli occhi schermati da occhiali chiaroscuri e la consapevolezza di non essere più libero come un tempo. Di sapere che poi tornerò in quella sala fumatori o davanti a quel computer, con quelle persone. Ansie, nuovi pensieri, tanto fumo e dell'arrosto ne parliamo in un'altra vita. Maggio. Poi giugno. Una sera questa, piuttosto appiccicosa, anche se adesso la temperatura è calata ed è l'ideale per dormire, cheppoi mi sveglio alle otto. Un pub, tanta gente, il sapore della birra che latita in bocca perché il tavolo ancora non c'è. Fumare è la soluzione migliore, ma ecco che la scintilla non è più fiamma. Sei mesi e mezzo esatti dopo, il Bic Rosso ha optato per la pensione. Sorrido, non son mica triste. Adesso si è ritirato nel cassetto dei ricordi, con altri millemila accendini di cui a malapena e solo in certi casi ricordo il curriculum vitae. Una fiamma che dura così tanto è una bella fiamma. Che ha assistito al cambio radicale della mia vita, alle follie, i punti fermi, le cazzate, il cinismo, i dubbi; che c'era sempre. Che sembrava davvero non dovesse finire mai. Neanche ieri pomeriggio mentre ascoltavo un vecchio pezzo dei Bluvertigo in perenne loop in macchina. Siamo tutti più freddi di quanto crediamo, siamo molto più insensibili di quanto pensiamo. Ci desideriamo, poi ci amiamo, chissà perchè ad un tratto ci dividiamo. I still love you. Adesso invece, in loop c'è il nuovo singolo di Morgan. Il Bic Rosso chiude la sua brillante carriera in mezzo agli onori del popolo, grato a lui che ha vissuto uno dei cambiamenti storici della mia vita e lo ha fatto come se niente fosse. Fossi capace io.
Dedicato al Bic Rosso.
31dicembre2006/14giugno2007
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sabato, 02 giugno 2007 |
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ATTENZIONE, CONCENTRAZIONE, RITMO E VITALITÁ
(on the air: Feist - My Moon and My Man)
Volevo scrivere una lettera aperta al blog, una di queste cazzate che in tutta sincerità vi avrebbero spiegato che scrivo poco, ma ve ne accorgete da soli. Solo che la cosa faceva spessore per un nuovo post, solita tattica, no? Guarda qua, ho già riempito quattro righe. Vi interessa sapere cosa faccio in questi giorni? Mah. Trovo che Ugly Betty sia un telefilm geniale. E io che parlo di telefilm è preoccupante. Tutto scorre, tra le cazzate che spariamo in redazione, tanto da ridere e piangere insieme, ascoltiamo persino gli oroscopi di Paolo Fox e non è mentalmente bello. Tra una cena thai e un cinema, tra le bevute che ho ricominciato a concedermi e una palla da biliardo in buca. Tra l'aumento del mio consumo di tabacco e il nuovo cd mp3 per la macchina, altre 120 canzoni per mangiarmi la strada e i soldi in benzina. Tra una spesa al discount e uno sgrullone di pioggia. Tra le mie All Star nuove che mi sono costate uno scivolone sul pavimento bagnato del sottopasso del metrò e il sole schermato dagli occhiali. Rido molto in questo periodo, anzi ridiamo molto, sia io che il mio alter ego lavorante. Mi sento decisamente vivo e capisco anche che questa sia una frase atrocemente banale. Nient'altro da dichiarare.
Michele Novaro incontra Mameli e insieme scrivono un pezzo tutt'ora in voga. (Rino Gaetano, Crotone, 29 ottobre 1950 - Roma, 2 giugno 1981)
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sabato, 26 maggio 2007 |
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UNA RICETTA PER LA FOLLIA
(on the air: Modest Mouse - Invisible)
Prendi una giornata di lavoro ansiogena, un pizzico neanche tanto pizzico di fretta di finire tutto e andarsene via, per giunta accentuato da chi va più di corsa di te e ti riprende come i bimbi delle medie. Prendi un'ottima compagnia. Prendi la pigrizia e buttala via. Prendi i soldi e scappa. Prendi il costo della benzina alle stelle. Prendi il cazzeggio grosso che si taglia con la motosega. Prendi la voglia di sparire per un po' dalla schizofrenia. Prendi la schizofrenia che ti ritorna indietro come un boomerang. Prendi la paura di perderti sempre nelle stesse cazzo di strade a Roma Sud. Prendi la tensione sulla frizione, il sudore che incricca il collo, l'aria condizionata che va e viene. Shakera il tutto e pensa: si può decidere estemporaneamente di percorrere duecentocinquanta chilometri tra andata e ritorno solamente per mangiare dei sublimi tonnarelli allo scoglio e dell'ottimo rombo con patate? Si può decidere di farlo nonostante otto ore di lavoro ansiogeno sulle spalle? Prendi anche qualche cd di quelli buoni, prendi il mare quello bello sotto il monte Circeo, illuminato da un po' di luna, tra un pescatore che pesca sugli scogli e una barca che fa luce in lontananza, un aereo che percorre la solita rotta marittima, che sembra che ti salutino pure i passeggeri. Prendi zanzare e farfalle, ma se vuoi, non prenderle e fanne a meno. Prendi la nebbia, la brezza, la salsedine, la stanchezza che si trasforma in relax. Prendi un posto fuori dal mondo e sentiti fuori dal mondo. E una volta lì, prendi un tavolo che dà sull'orizzonte che è un po' buio, ma va bene così, non c'è altro che acqua nera. Prendi il menù e ordina. La risposta al quesito "si può decidere estemporaneamente di percorrere duecentocinquanta chilometri tra andata e ritorno solamente per mangiare dei sublimi tonnarelli allo scoglio e dell'ottimo rombo con patate?" è sì.
Perchè tutto sommato, pare si viva una volta sola.
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sabato, 19 maggio 2007 |
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GIALLO COME UNA STORIA IRRISOLTA, GIALLO COME UN FIORE PERNICIOSO
(on the air: Arcade Fire - Keep the Car Running)
Torno dal teatro Parioli, il feudo del Tricheco, dove ho assistito a Tenco a tempo di tango, di Carlo Lucarelli, con l'ottimo Adolfo Margiotta, qui in versione semiseria e anche in sorprendente veste di cantante. Brava, bravissima Mascia Foschi, voce potente che raffina i pezzi di Luigi Tenco infarcendoli di lingua spagnola, a tempo di tango appunto. Peccato che la trama, che racconta il viaggio pre-suicidio del cantante in terra argentina attraverso testimonianze post mortem, sia un po' esile, a favore comunque dello spettacolo canoro. Vippaio in platea, Laura Freddi con bellimbusto al seguito e un solingo Pietro Sermonti, che sembra o magari è, un fattone. Finito l'angolo della cultura, si può dire che in questi giorni Roma sia un immenso tappeto di polline e polveri di ogni tipo. Per fortuna non sono allergico, ma poco ci manca, visto che appena apri un finestrino inali soffioni, fiorellini, goccioline di resina e semi, che c'è il rischio che ti cresca un platano o chessò, un'acacia nei polmoni. Meno male che con tutto il catrame che aspiro, la piantina avrebbe una breve vita di stenti. Le strade sono gialle e i potenti mezzi del comune spazzano alzando ancora più polvere col sacro ma vano intento di pulire: no dico, si può essere più coglioni di così? Intanto la macchina è ridotta ad un ammasso di prodotti della natura, laddove non si parla di ortofrutta, latticini e salumi. Accanto ai suddetti fiorellini, non può infatti mancare la produzione escrementizia degli uccelli. I piccioni poi ve li raccomando. Ieri parlavo con un collega giovine, idealista, anarco-sinistroide che ha detto cosa saggia, mentre ci facevamo le matte risate davanti ad un caffè caldo. Ci sono categorie che non si possono tollerare a prescindere: così l'animalista non sopporta i piccioni e il comunista pacifista non sopporta gli zingari. Io comunque non mi lamento che nella mia città ci sia il verde, però mi chiedo: perchè non creiamo degli alberi geneticamente modificati? Niente polveri, niente infiorescenze dannose, niente allergia, magari anche niente piccioni e niente corrosione della vernice della macchina seminuova. E niente primavera, ma questo lo sapevate già. Pensieri slegati di una mente slegata, chiedetelo all'Ataru semiciucco e trasteverino di due sere fa e vedete cosa vi risponde sul tema. Magari qui non si nota, ma in questi giorni il mio lato cinico-demenziale sta toccando vette impensabili. La lancetta ha raggiunto il livello di emergenza, s'è accesa la spia, ma son contento così. Di certa roba non è mai morto nessuno.
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mercoledì, 09 maggio 2007 |
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PICCOLI MOSTRI CRESCONO
ovvero: il mio disagio generazionale dal barbiere
(on the air: Blonde Redhead - 23)
Sabato pomeriggio scorso ero una sorta di tigre in gabbia, tremendamente indeciso sul da farsi. È brutto quando stai lì e pensi che il tempo che hai sia sufficiente per fare solo una delle millemila cose perlopiù vacue che ammonticchi nel cranio senza logica apparente. Fatto si è che il sabato io sarei di natura refrattario a qualsiasi attività che richieda interazione con persone che non conosco almeno da qualche tempo. Perchè costoro sanno della mia nota intolleranza verso il popolo del weekend, a partire da quello che lava la macchina la mattina presto per finire al coglione che le prova tutte per schiantarsi contro un palo della luce a notte fonda. Sanno che di norma sarebbe meglio non coinvolgermi in certe situazioni. Ma tant'è, sabato scorso, per motivi ampiamente riconducibili al mio sempre meno inedito status di lavoratore indefesso, tendenzialmente poco inde-, avevo delle cosucce da sbrigare, oltre al mio amato torneino a PES6 e ai consueti altri piacevoli impegni. In poche parole la mia mente avvolta nelle coltri casalinghe, si ingolfava tra il fatto che volevo andare dal barbiere, poi a giocare alla Play e muovermi successivamente per fare la spesa in compagnia; e intanto la sabbia andava giù dalla clessidra. Fin quando come spesso succede a noi pigri, saggia e sottovalutata categoria, mi sono illuminato e ho deciso di fare tutto per benino. Dunque ho eliminato il capello incolto, ho quasi vinto al torneino e poscia mi sono destreggiato tra i carrelli del discount. Però. Però ci sono cose che poi rimani scioccato e finisce che devi raccontarle a qualcuno. Premessa fondamentale è che il sabato normalmente mi guardo bene dall'avvicinarmi alla bottega del barbiere per i motivi di cui sopra. Ho paura di trovare la fila di vecchi e bambini che non avendo un cazzo da fare, organizzano la gita, si fanno mettere la scodella in testa ed escono soddisfatti fischiettando con la loro capoccetta nuova di zecca. Quando sono arrivato dal mio barbiere, quello che sembra Tom Jones più magro, la sciampista era già in azione su un tizio munito di zazzera aerodinamica che si bullava di avere gli stessi capelli da quand'era infante. Peccato che li avesse per metà bianchi e avrà avuto pochi anni più di me. Un signore più anzianotto era ancora ad aspettare il suo turno, poi terzo tra cotanto senno, c'ero io. Sepoffà, penso. Solo due, anzi uno e mezzo prima di me. Così esco a fumare nervosamente guardando l'ora. Nel frattempo entrano tre bambini col papà. Tre bambini dai sette agli undici anni. Che culo che ho avuto, bastavano cinque minuti dopo e addio sogni di gloria. Avrei fatto tardi, ma non tardi semplice, avrei fatto più tardi. Rientro dopo aver aspirato rapidamente nicotina. Trovo i bambini intenti a leggere, mentre papà boccheggia catatonico sulla poltrona da attesa in similpelle (cos'è un'attesa in similpelle?). Che bravi eh? Peccato che non stessero leggendo Topolino, che dal barbiere notoriamente non c'è. Stavano leggendo Chi, Eva Tremila, Novella Duemila e VipScup&CazziVari. Mi dico, guarderanno le figure, al massimo qualche tetta rifatta. Che già non andrebbe bene, io a sette anni facevo i rebus della Settimana Enigmistica o leggevo qualcosa sui miei cantanti cotonati preferiti o più probabilmente il mensile dei Barbapapà. E invece no, resto di stucco, altro che barbatrucco. I figlioli sanno tutto: vita e opere di Scamarcio, quant'è brutta la Golino e hai visto Cecchi Gori. Cecchi Gori??? Perchè cazzo un bambino è al corrente delle avventure erotiche di Cecchi Gori Vittorio? Cioè come crescerà un bambino che guarda le foto di Cecchi Gori in costume sulla barca? Io dico che cresce male. Tom Jones mi taglia i capelli, la sciampista mi sciampizza e fuggo via. La prossima volta, giuro, non vado al lavoro per andare dal barbiere. Almeno i bambini stanno a scuola a scambiarsi le figurine di Lele Mora.
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giovedì, 19 aprile 2007 |
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ELOGIO DELLA PAUSA SIGARETTA
(on the air: Joan as a Policewoman - Eternal Flame)
Ultimamente i miei post parlano spesso di lavoro, ma del resto se nove ore della tua giornata si svolgono dentro quell'ufficio, e se si considera che per me è tutto una novità, allora sono giustificato. Ma posso assicurare che non ho alcuna intenzione di trasportare qui sopra le mie giornate lavorative. Piuttosto mi licenzio.
Fatta questa doverosa quanto necessaria premessa, veniamo all'argomento di oggi. Questo post potrebbe essere diseducativo, nuocere gravemente alla salute e stigazzi. In ore e ore di duro lavoro, non è possibile essere sempre al top del top, a meno che non ci si bombi di cocaina o in alternativa non siate completamente deficienti. Non si può essere nemmeno sempre depressi, perchè il lavoro ne risentirebbe e soprattutto voi tentereste il suicidio nel giro di pochi minuti, magari ingerendo un toner scaduto. In questo vorticoso marasma di alti e bassi, io ho scoperto la medicina per risolvere i cali di umore e di tensione. La panacea di tutti i mali, compreso un capo vanesio e rompicoglioni. È la pausa sigaretta. Così, mentre gli altri redattori sono chini sui loro grigi compiti, Ataru si alza e si reca nella saletta fumatori. Roba da privilegiati, osserveranno alcuni schiavi della nicotina meno fortunati di me. La saletta fumatori è un teatro. Ci incontri gli ingegneri che parlano di cose incomprensibili, ma anche di diete o di calcio, donne col tacco alto che fanno chissà quali misteriose telefonate, stralunati pivelli al secondo giorno di lavoro, o chi semplicemente se ne sta da solo in un angolo a riflettere. O magari nessuno. L'aria è spesso un po' nebbiosa, mentre il sole batte sui vetri di un palazzo a vetri, questo sì che è un effetto-serra coi controcoglioni; cheppoi adesso c'è l'aria condizionata. Quindi invece di asfissiare, rischi di finire incriccato. Ma io non mi curo di tutto questo. Se c'è qualcosa che non va o che non mi va, la pausa sigaretta è l'ideale per mandare giù tutto. Non c'è caffè, non c'è colazione, non c'è nemmeno cesso che tenga. Dopo la prima boccata, il primo crepitìo della cartina che brucia, il cervello comincia a rilassarsi, dopo il secondo tiro la mente si resetta, e via così fino al posacenere e tutto è più facile. Nuove soluzioni, nuove pianificazioni, nuova linfa vitale sia per il lavoro che per il resto della giornata. Una volta finito di fumare, sono un uomo nuovo, pronto a tutto. Mi siedo sulla sedia ergonomica e ricomincio. Magari dopo un'ora o due sono di nuovo in crisi, ma ho fiducia perchè tanto ci penserà la mia mini-scorta di catrame.
Mi sono reso conto rileggendo, che potreste pensare che la mia dipendenza da nicotina sia a livelli inquietanti. E allora vorrei aggiungere che non è così. C'è molta ironia in questo post, ma è soprattutto il fatto di isolarsi da tutto, seppur con quella Marlboro Medium in bocca, a fare la differenza. Poi basta leggere il titolo: si parla di pausa-sigaretta, non di sigaretta fine a se stessa.
Per caso avete da accendere?
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martedì, 17 aprile 2007 |
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NON MI CREDEVO E INVECE SÌ
(on the air: Just Jack - Starz in Their Eyes)
Fino a un po' di tempo fa non mi credevo capace. Non mi credevo capace di cucinare le pennette alla vodka per otto persone riuscendo a dosare tutto perfettamente, tanto da beccarmi una valanga di complimenti, non mi credevo capace di inserirmi così bene sul posto di lavoro in meno di un mese riuscendo anche ad insegnare ai posteri quello che ho imparato, tanto da beccarmi una valanga di complimenti. Non mi credevo nemmeno capace di vincere quattro partite a biliardo tutte di fila dopo una lunga serie negativa. Non mi credevo capace di avere una storia seria con una ragazza, non mi credevo capace di riuscire ad imporre le mie idee su chi ragiona a cazzo e chi a senso unico (cheppoi è la stessa cosa), non mi credevo capace di raggiungere la pace dei sensi dentro la mia macchina isolandomi dal traffico di Roma sotto una pioggia battente, solo alzando la radio al massimo ed ascoltando i Placebo e i System of a Down. Non mi credevo capace soprattutto di riuscire a farlo senza fumare e con il finestrino tappato, ma visto che dovevo scegliere tra l'allagamento della macchina e l'astinenza da sigaretta, ho acceso l'aria condizionata e ho anche evitato di sentire caldo. Non mi credevo nemmeno più capace di svegliarmi la mattina presto, per giunta uscendo ugualmente quasi tutte le sere, nè tantomeno di tornare ad assecondare le palpebre quando decidono oligarchicamente che è ora. Non mi credevo capace di scrivere questo post sul blog e rischiare di passare per uno stronzo presuntuoso. Che magari sarà anche un po' vero, ma almeno adesso so che posso permettermelo. Non mi credevo capace di essere capace e invece lo sono. No, dovete scusarmi, ma son soddisfazioni. Ora il problema sarà solo essere capace di convincervi che questo testo che miscela poco saggiamente le stronzate ai punti cardine non voleva essere un delirio di onnipotenza, ma solo un aggiornamento, un duepuntozero della mia vita da trentenne (più due).
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lunedì, 09 aprile 2007 |
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L'INVETTIVA DI PASQUETTA
dopo la pasquinate, ecco a voi la pasquettata
(on the air: The Rakes - We Danced Together)
Ma ora che ci penso...quanto si sta bene a non fare un cazzo a casa il giorno di Pasquetta? E anche il giorno di Pasqua! È noto che io non ami scampagnate, gitarelle primaverili di mezza giornata in mezzo al traffico e pranzi al ristorante a sgomitare tra i ragazzini piagnoni, la gente che suda e i cani pulciosi. Non amo nemmeno i villoni degli amici, ho già avuto esperienze passate, posson bastare. Non amo quello che i giorni di festa ti rifilano le osterie ignoranti, che tutti sono aizzati perchè er cameriere trucido ce porta la carbonara, l'amatriciana, l'abbacchio, il salame e le uova sode eppoi fa tutto cagare. Diciamo che ti va bene se non sa di niente o ha tutto lo stesso sapore. Non amo quelli che il prato, il pallone sul prato e il sole tra briciole e formiche. Non amo le chiacchierate tra un bicchiere di vino avariato (aò bbono 'sto vinello) e i successivi canti da osteria numero mille. Non amo me in tali in circostanze, col magone del divertirsi a tutti i costi mentre aspetto di rimanere intrappolato nel traffico a risentire alla radio sempre le stesse quattro canzoni di merda, in particolar modo se la macchina non è la mia. Non amo nemmeno la gente che si diverte così, perchè non la capisco.
In trentadue anni di questa roba ne ho fatta tanta, e di solito le cose migliori sono uscite quando mi sono fermato a dormire da qualche parte, almeno poi tornavo quando mi pareva.
Il bello è che mi piace fare le gitarelle, mi piace andare nei ristoranti che dico io (e oggi la tentazione di andare a La Cruz al Circeo c'era anche stata...), mi piace quasi tutto (l'abbacchio però, per favore no), ma non fatemi fare le cose insieme alla massa perchè divento incazzoso. Buona Pasquetta a chi mi legge e sappiate che qui a casa a grattarsi, si sta una meraviglia.
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mercoledì, 28 marzo 2007 |
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ERRORI, GIOIE ED ORRORI
(on the air: Luca Carboni - Le Band Si Sciolgono)
Pensiamo prima alle cose serie: se vi arriva una mail dal mio indirizzo Gmail, che parla di una roba che si chiama Tagged, buttate tutto. E' un'inutile immondizia che gira per la rete. Una trappola in cui siamo caduti in tanti, guardate cosa dice ad esempio il caro Trentuccio, che è stato uno dei miei untori, insieme a Ninna, Sciroccata e Insanesoul.
Ah ma poi che altro volevo dire? Uh sì: non c'è niente di meglio che guidare di notte con un po' di stanchezza addosso, morale tendente all'alto, strada libera ed alzare il volume per sentire di nuovo e di nuovo uno dei tuoi pezzi preferiti di sempre: la cover dei Cake di I will survive. Riprodurre il basso, la chitarra elettrica e la tromba con la voce, e naturalmente cantare a squarciagola. Poi magari corredare con Gomma dei Baustelle, altro mio personalissimo evergreen. Dopo è persino più facile accettare il vago sospetto che dentro la tua stanza da letto si annidino centinaia di strani esseri somiglianti a formiconi alati giganti. Ne ho già trovati e uccisi un paio. E adesso dovrei anche dormire? Credo che indosserò uno scafandro da palombaro, così, se possibile, mi sarà ancora più facile immaginare di essere in un B-movie di fantascienza anni sessanta.
in copertina: omaggio a Ed Wood e Bela Lugosi, già che si parla di B-movies.
UPGRADE: aderisco volentieri (e fatelo anche voi) al bombing per i motori di ricerca. Si fa così: Tagged è pessimo.
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domenica, 25 marzo 2007 |
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NUOVE, DEL TUTTO INEDITE ABITUDINI
(on the air: Cold War Kids - We Used To Vacation)
Ascoltare l'inizio della trasmissione di Fabio Volo su RadioDeejay, in macchina. Subire conseguentemente l'ingresso nel cranio della hit di Julio Iglesias, Se mi lasci non vale, che resterà in testa a mo' di martello fino almeno alla pausa pranzo. Per fare questo ho però bisogno di arrivare in ritardo sul posto di lavoro. Per fortuna abbiamo orari elastici.
Ideare necessariamente una frasetta o una citazione ogni giorno diversa da mettere su MSN-Messenger accanto al mio nome. Ho dei colleghi burloni, per fortuna. E sono quasi tutte donne. E' notorio il mio odio verso questo sistema di comunicazione, ma in redazione spesso si parla e soprattutto ci si scambia files in tal guisa. Per quelli che non mi vedono collegato e mi hanno in lista: non vi ho bloccati, sul lavoro uso semplicemente un altro account.
Salutare almeno cinque o sei perfetti sconosciuti dentro l'ascensore. Augurare buona giornata a gente che fa perlopiù l'ingegnere elettronico è tanto liberatorio. Ma a mio avviso dire buona giornata quando si va a lavorare chini su un monitor per almeno otto ore non è un augurio particolarmente felice. Mi immagino quanto sarebbe rischioso dirlo a chi va a incollare la cofana. Un fragrante e sacrosanto vaffanculo sarebbe in agguato.
Mangiare in una mensa (che non fa parte del posto in cui lavoro) gestita da un catering e che cucina piatti elaboratissimi. Hanno un menù giornaliero talmente vasto ed imprevedibile che farebbe la fortuna dei bookmakers. Perchè l'unica scommessa vincente sarebbe il giovedì con gli gnocchi. Per il resto è difficile indovinare persino quando il martedì e il venerdì ci sono certamente piatti a base di pesce, che però sono sempre diversi.
Costruire notizie e rispondere a quesiti dei cittadini, il tutto sulla Pubblica Amministrazione, argomento di cui fino a due settimane fa non avevo neanche la più pallida idea. Mentre ora sono un gran rompicoglioni che parla un po' in burocratese.
Usare Excel, per il quale ho sempre avuto un'atavica antipatia. Usarlo per forza in inglese e per giunta su un computer del Cambriano superiore, che come certamente saprete, è il primo periodo dell'era Paleozoica nell'eone Fanerozoico. Con un piccì del genere è impossibile annoiarsi, perchè succede sempre qualcosa che potrebbe cambiarti la giornata. In peggio. E non vi parlo dell'editor del sito, che costa miliardi di dollari e che mi ha costretto a rivalutare ed amare quello di Splinder.
Parlare eccessivamente con me stesso tanto da decidere che no, non voglio più starmi a sentire perchè non mi sopporto. Ve lo giuro: l'altro giorno ero in macchina che andavo verso casa e dicevo una marea di stronzate, ma non di quelle che fanno ridere. Allora mi sono detto che non ero simpatico ed era il caso di piantarla e stare zitto; di non commentare più a proposito dell'idiota in macchina davanti a me o del semaforo che diventava rosso. E nemmeno ciarlare delle dinamiche lavorative o manifestare il mio consueto odio verso tutta la società civile. In questi casi, l'unica soluzione è far partire un ciddì dei miei, ad alto volume. Così ottengo due cose. Punto primo: riguadagno la stima verso me stesso grazie all'accurata selezione dei cento e passa brani. Punto secondo: non mi sto più a sentire perchè ascoltando la musica non parlo, e anche se parlassi non mi sentirei perchè il volume è troppo alto.
Fine delle trasmissioni: non mi resta che tornare, fare una doccia e riuscire la sera. Ma queste cose le facevo anche prima.
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