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MACHISSENEFREGA!
Riflessioni semiserie e seminò di S, trentatreenne romano,
non particolarmente depresso, ex-speaker in radio, giornalista, blogger per caso, ex single convinto attualmente pentito, alla perenne ricerca del divertimento puro (e non il divertissement di Pascal), quello che in tutta una vita dura sì e no otto minuti e trentasei secondi
LE CREATURE



Lo spin off: ATARU GREATEST HITS

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mercoledì, 28 maggio 2008 |
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IN BRUGES
(on the air: The Cinematics - A Strange Education)
Apdeit offtopic (30 maggio): il blog se ne va in ferie. Ataru si rimette in moto e come ogni anno va a trascorrere qualche giorno sui colli pisani per ritemprarsi lo spirito. Ci si sente a ritorno. E buona camicia a tutti.
Ho poco tempo per dirvi che In Bruges è senza dubbio il miglior film che abbia visto al cinema quest'anno. Ingredienti per un noir sospeso tra tensione e ironia con attori ampiamente in stato di grazia: Brendan Gleeson nei panni di un killer colto, navigato e bonario, Colin Farrell in quelli di un killer svogliato alla ricerca della catarsi per un omicidio di troppo, Ralph Fiennes, il loro capo, perfettamente calato nel ruolo dello psicopatico, e non è la prima volta, una ragazza belga (la francese Clemence Poesy) non bellissima ma che sembra uscita da un quadro fiammingo, un attore nano tossicodipendente e una città medievale con i suoi canali che scorrono placidi, le sue casette da fiaba, le sue viuzze acciottolate a fare da cornice e da vera protagonista assoluta. Mescolate un po' di personaggi-killer alla Scorsese, un pizzico di dialoghi surreali alla Tarantino (il nano strafatto di coca parla di una fantomatica futura guerra tra bianchi e neri), qualche inquadratura alla Rodriguez e il geniale humour inglese di Edgar Wright, quello di Hot Fuzz. Guarnite a piacere con birra e cioccolato belga e pochissime, ma decisive pallottole. Il risultato è un film insolito, convincente, teso, una black comedy a trecentosessanta gradi, dove l'azione non è così importante, anzi la trama va via quieta, strappa risate di gusto, ci fa acculturare, ma non ci fa mai dormire. Mentre aspettano gli ordini del capo che li ha mandati lì, Gleeson fa il turista, simpatico, brontolone, quando vuole anche parecchio incazzoso e Farrell è un insicuro bambino che si divide tra la voglia di suicidarsi per l'errore commesso e la voglia di divertirsi in questo cesso di Bruges. Di Fiennes sentiamo solo la voce da squinternato per tutto il primo tempo, per poi godercelo alla fine più sanguinario che mai, seppur con un suo codice d'onore e una certa comicità nella sua sequela infinita di parolacce. Insomma l'opera prima di Martin McDonagh merita parecchio. Al cinema escono polpettoni e sequel a distanza di vent'anni (vero, Indiana Jones?), ma magari nessuno si fila questo gioiellino. Sarà perché poi io a Bruges - a un'ora di treno da Bruxelles- ci sono stato (pure al museo Groninge, la cui visita conta abbastanza nella trama), e nel film c'è tutta l'atmosfera da fiaba triste della città, esattamente come l'ho vissuta io. Non a caso l'Ente Turismo delle Fiandre ha pagato bene. In Bruges non delude nemmeno alla fine. Io ve l'ho detto, poi andate a vedere cose più famose, non sia mai. Però ripeto, io la soffiata ve l'ho data.
Citazioni per Colin Farrell:
Bruges è come il purgatorio e il purgatorio è come il Tottenham, non vince ma non va neanche troppo male.
Per cosa è famoso il Belgio? Per gli abusi sui bambini e per la cioccolata che serve ad adescarli
In copertina: Hieronymus Bosch - Dettaglio dal Trittico del Giudizio, Groninge Museum, Bruges.
PS che non c'entra una sega: lasciatemi amareggiare perché stasera sarei voluto andare al concerto di questa fantastica donna e invece no, perché alla fine non ce la si fa a fare tutto. Chi ci va poi mi dice com'è stata la Feist.
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sabato, 19 gennaio 2008 |
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L'ALLENATORE NEL PALLONE 2
(on the air: M. Craft - Silver & Fire)
Consiglio spassionato per quelli che vogliono andare a vedere L'allenatore nel pallone 2: non ci andate. Risparmiate i soldi per comprarvi chessò, dei parcometri, le caramelline, le sigarette, un pezzo di pizza, qualsiasi cosa. Nessuno si aspettava che potesse essere al livello del primo film, nessuno era stato così ottimista da pensare che fosse anche solo decente. Ma purtroppo si va oltre le peggiori aspettative. Il film è montato male. Un collage di scene, di fotomontaggi, di personaggi famosi buttati lì senza un perché. Banfi fa un po' tristezza. Oronzo Canà è la caricatura di se stesso, un po' come gli ultimi Fantozzi di Villaggio. Nel primo trasudava il genuino amore per il pallone, i tormentoni che facevano di questo film un vero e proprio cult. Questo sec0ndo capitolo è un'imitazione sbiadita, direi quasi cancellata del primo. C'era una volta la verve di Andrea Roncato (e Gigi, che stavolta non lo hanno neanche chiamato). Roncato è bolso, spento, non aggiunge niente. La Falchi è acqua fresca, scorre via così, ovvio. Biagio Izzo che fa l'eterosessuale playboy è poco credibile. La canzoncina di Canà che accompagna quasi tutto il film, è assolutamente fastidiosa. I calciatori si sono certamente divertiti a recitare (Totti , Buffon e Del Piero i migliori), ma io questo film vorrei dimenticarlo al più presto. Nonostante qualche chicca per i cinefili anni ottanta: la presenza di Camillo Milli (il presidente Borlotti, ormai completamente rincoglionito), di Lucio Montanaro -che faceva i film scollacciati con la Fenech e Alvaro Vitali-, la citazione della Marchigiana (la squadra di Gigi e Andrea in Mezzo destro mezzo sinistro), la moglie e la figlia di Canà che sono le stesse del primo film, Antonio Zambito aka Crisantemi, Urs Althaus aka Aristoteles. Ma non basta l'operazione nostalgia per non far naufragare il film nella noia di una trama senza capo nè coda. Banfi non viene salvato da qualche rara battuta riuscita e sa pure un po' di nonno Libero, quando viene coinvolto nelle scenette di famiglia. Tra le altre (poche) cose che ho apprezzato: la gnoccaggine di Joanna Moskwa e il nipotino Oronzino che gioca a ProEvolutionSoccer con la vecchia Longobarda di Aristoteles e Speroni. Giovani e vecchi in sala, come sempre succede ai sequel più di vent'anni dopo. Io, cresciuto col mito di Canà e la Longobarda, che da anni auspicavo un sèguito pur sapendo che mi sarei fatto del male, a un certo punto mi sono addormentato. Fate voi.
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giovedì, 27 dicembre 2007 |
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CINE-TIVU'-PANETTONI
(on the air: Elio e le Storie Tese - Christmas With The Yours)
E anche questo Natale...se lo semo levato dalle palle.
La citazione è un must di ogni anno, da ormai la bellezza di 24 anni. Tanti ne sono passati dal primo antico Vacanze di Natale. Non so voi, ma io in dono ho ricevuto il dvd di Hot Fuzz (che non vedo l'ora di vedere), cento euri e (rullo di tamburi) un cavo USB. Il resto dei regali, ovvero un altro centinaio di euri e un pacco misterioso, sono in giro. L'uno nel caveau di qualche banca, l'altro disperso nell'etere o in un tir fermo all'autogrill del Brennero. Intanto sono alle prese coi postumi del pranzone natalizio nel ristorante in pieno centro di Roma - che clamorosa magnata di pesce - e lasciatemi dire: che bello riappropriarsi di via del Corso senza isola pedonale, con la maggior parte della gente fuori dai coglioni e solo qualche macchina che bazzica in giro. Bello uscire dal ristorante con l'aria frizzantina e non trovarsi in un parcheggio con la ghiaia, tipico del posticino fuori porta. Io sono cittadino dentro. Oltretutto dopo cinque minuti che passeggi, scorgi due tipi loschi appoggiati alla serranda chiusa di un negozio e uno dei due è Lapo Elkann col suo crine leonino, ma senza i suoi gustosi occhiali griffati e manco la felpa della Fiat. Son soddisfazioni immense. Ma per caso i parenti non lo avevano invitato a pranzo a casuccia? Sono reduce anche da una cena cinese con Dio, che presto sarà di nuovo a Roma in via definitiva e son contento. Cheppoi io mi chiedo perché 'sti dannati musi gialli debbano portare l'intera cena sul tavolo a velocità WARP. Che oltre a farti strozzare, fanno venire strane idee al tuo commensale, tipo quella di proporti la visione di Paranoid Park di Gus Van Sant. Ora mettiamo in chiaro una cosa. Il 25 sera, a proposito di grandi registi, ho pagato dazio a Neri Parenti e al suo Natale in crociera, e vi dirò, pur essendo un maxispot della Costa crociere mi è piaciucchiato. Niente donne nude se non la Yespica un po' discinta, e niente particolari grevaggini, ma udite udite, fa ridere. Tornando all'appena visto Paranoid Park, bè, Van Sant sarà un genio del cinema, ma se questo è il genio, per me resta incompreso e non è la prima volta. Il film, seppur tecnicamente e stilisticamente girato benissimo, si sforza di essere scioccante ma è troppo asettico e statico per essere qualcosa di senso compiuto. Se fossi un critico ne osannerei l'ottima e manierata regìa, ma io non sono un critico. E allora: comunque bravo il ragazzetto protagonista, volutamente inespressivo davanti a qualsiasi cosa gli capiti. Però poi. Vabbè l'omicidio sullo sfondo, vabbè il disagio giovanile a far da protagonista, ma azione zero, suspence poca, ragionamenti scarni, noia un pochettino troppa. Oggi o domani mi rifarò con il piatto forte della mia scorpacciata cinematografica: La promessa dell'assassino (titolo del cacchio..chiamarlo Eastern Promises no?) del maestro David Cronenberg non mi deluderà, ne sono matematicamente certo. Dopodichè, pausa fino all'atteso ritorno del mitico Oronzo Canà. Anche se già so che il paragone con il primo sarà impietoso. E intanto ho ingurgitato con piacere una valanga di film dal 24 in poi. In tv mi sono cibato di: Un povero ricco con Pozzetto e la Muti, che è sempre validissimo da rivedere, È arrivato mio fratello con Pozzetto, un po' meno valido, ma è la prima volta che lo seguo con più attenzione, Mars Attacks! ovvero il peggior film di Tim Burton, anche questo però, seguìto per la prima volta con attenzione superiore al solito. Poi finalmente ho visto per intero Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, quello vero. E Gene Wilder in mezzo agli umpalumpa, è più bravo e inquietante di Johnny Depp, diciamolo. Infine mi sono sparato (rinunciando più o meno volentieri a The Blues Brothers) Metropolis di Tezuka Osamu, capolavoro fantascientifico animato, liberamente ispirato al geniale omonimo lungometraggio di Fritz Lang di ottant'anni fa. A seguire, verso le tre di notte di ieri, hanno dato anche La Pantera Rosa: il mistero Clouseau. Ovvero la dimostrazione lampante di quanto sia inarrivabile Peter Sellers e di quanto un film orfano di lui sia completamente inutile (ci provò invano naufragando miseramente anche Benigni): ho retto dieci minuti prima di cestinarlo. Ora sto persino dando un'occhiata distratta a Moulin Rouge, ma ahimè ci sono troppe canzoni per i miei gusti anticinemIusicali. La domanda è: mi scapperà financo di rivedere Ladyhawke? Vi ho rotto abbastanza le palle? Visto che sono tipo tigre in gabbia, in mattinata me ne torno al lavoro. Due giornate lavorative soft con entrata più tardi e uscita più presto e domenica sera volo a Vienna per il Capodanno mordi (la sacher) e fuggi. A lavorare ci torno il 4 che è venerdì, fate voi. Comunque prima di partire vi saluto, state tranquilli.
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venerdì, 29 giugno 2007 |
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NOTTURNO BUS, HOSTEL 2 E CAGNY
(on the air: dEUS - Nothing Really Ends)
Oggi in buona sostanza dovevo lavorare e invece no. A Roma sono li santi patroni, ma noi lavoratori seri non ci fermiamo mai. Però alla fine m'hanno detto di restare a casa. Ed eccomi dopo le Tennent's Super di ieri sera, che mi sono servite a dimenticare il ripugno di Hostel 2.
Vorrei in fondo parlarvi dei due film che ho visto, ma avendo ancora birra in circolo, mi limiterò a dirvi che Notturno Bus è un bel film, che vale la pena vederlo e che tutti gli attori sono al posto giusto, da Mastandrea alla Mezzogiorno (finalmente non in un ruolo lamentoso), da un magistrale Fantastichini a due cattivissimi e comicissimi Citran e Pannofino (cheppoi è anche il doppiatore di Clooney). Violento, movimentato e ironico al punto giusto. Hostel 2 fa un po' ribrezzo, meno del primo, ma fa ribrezzo. Però la trama è deboluccia, perché è già stato tutto svelato nel primo. E la buona idea di approfondire più la mentalità dei carnefici viene sfruttata da Eli Roth soltanto in parte. Ci sono chicche per gli amanti del cinema anni settanta: dal cameo di Edwige Fenech nel ruolo di una prof di arte a quello di Ruggero Deodato, storico regista horror, nei panni di un cannibale, fino a Luc Merenda, attore di poliziotteschi, alter ego di Tomas Milian, che interpreta, ma tu guarda, un detective italiano. Anche vedere Karl (l'attore Richard Burgi) di Desperate Housewives con una motosega in mano, fa un effetto strano. Insomma, meglio Notturno bus.
Ma quindi poi? Non saprei, c'è una cornacchia che fa casino qua fuori, perché voi non lo sapete ma a Roma le cornacchie hanno soppiantato e ucciso i piccioni. Considerazioni di un certo livello.
...Oh però mentre scrivevo questo post, sono uscito e tornato. E sapete perché? Ho avuto un piacevole incontro con Cagnaccio e la sua consorte che erano in giro per la capitale, in questa giornata che per certi versi sa di città fantasma del vecchio west. Manca il saloon, ma sono dettagli. Adesso trasloco il link di Cagny dalla seconda alla prima colonna destra, la nutrita schiera degli Oltre lo schermo. Arrivedòrci.
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martedì, 05 giugno 2007 |
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GRINDHOUSE
DEATH PROOF - A PROVA DI MORTE
(on the air: April March - Chick Habit)
Non ho colpe se in questo periodo i miei registi preferiti decidono di girare film tutti insieme. Allora mi tocca ammorbarvi con un'altra recensione. Poi me ne fotto se la leggete in tre, ho voglia di farla. Casomai cerco di farla un po' diversa dal solito, via.
Quentin Tarantino ha deciso di "riposarsi" prima del suo nuovo progetto, e al cazzeggio ha deciso insieme con l'amicone Robert Rodriguez di girare un paio di simil b-movies anni settanta, dando linfa ad una sua passione. Film poi separati per il mercato europeo. Aspettiamo Rodriguez e speriamo con fiducia di vedere anche i quattro finti trailer girati tra gli altri da Eli Roth e Rob Zombie.
Ma torniamo a Quentin. O lo ami o lo odi. Death Proof - A prova di morte, primo capitolo di Grindhouse è una girandola di brividi, risate, azione, feticismo, autocelebrazione, sangue, dialoghi incalzanti, parolacce e nonsense. Praticamente il regista è al suo meglio. Pellicola rovinata, pubblicità di alcol e sigarette come si faceva negli anni settanta (chi non ricorda il buon Renzo Montagnani che fumava Muratti e beveva Punt e Mes?), musiche ricercate e un po' datate (vedi l'on the air). Il film è sospeso nel tempo e nello spazio. Provincia americana tra juke box con vinili e I-pod, cellulari e vecchie auto. Belle donne che parlano con disinvoltura di sesso, droga, motori e rock n' roll, tra citazioni di Zozza Mary pazzo Gary e di Pete Townshend degli Who fino ad arrivare a Nicolas Cage e Lindsay Lohan. E Kurt Russell tarantinizzato è qualcosa di spettacolare. Tarantino (naturalmente presente anche in veste di attore) è megalomane a tal punto da impreziosire Death Proof con continue citazioni e autocitazioni (alla voce curiosità), che starà a chi è un vero fan ritrovare. Da Kill Bill a Dal tramonto all'alba fino a Pulp Fiction e Jackie Brown. Impossibile coglierle tutte. Oh sì, la trama. Kurt Russell è uno stuntman killer feticista che ammazza belle gnocche. Tra le interpreti sexy e dannate, Rosario Dawson, la figlia di Sydney Poitier che si chiama anche lei Sydney Poitier, Vanessa Ferlito, Rose McGowan di Streghe e la stunt Zoe Bell che interpreta se stessa ed è forse la più brava. Ma soprattutto il mio nuovo amore, la cheerleader scema Mary Elizabeth Winstead. La suddetta trama è solo un pretesto per vedere un film di Quentin, un vero film di Quentin. Ovvero un cocktail esplosivo di adrenalina, violenza, cinismo e ironia. Si può e si deve aggiungere una scena di inseguimento in macchina (citazione di Punto Zero) che resterà probabilmente e meritatamente nella storia del cinema. Una sensuale e ubriacante scena di lap dance e tantissime chicche per lo spettatore attento.
Basta, m'è venuta una recensione mediocre e avrei voluto parlare di questo film in maniera più originale poichè trasudo entusiasmo e non riesco a trasmetterlo come vorrei. Pensate solo che oggi ho già voglia di rivederlo, e che Pulp Fiction a parte, nemmeno Kill Bill m'aveva fatto quest'effetto. Fortuna che doveva essere un flop o soltanto un cazzeggio di passaggio ed ero partito prevenuto. Avvertenza: se non siete fan, Death Proof forse vi farà schifo. Io l'ho amato fin dai titoli di testa, cazzo!
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mercoledì, 30 maggio 2007 |
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ZODIAC
(on the air: Donovan - Hurdy Gurdy Man)
La vera storia di un serial killer, un caso aperto da quasi quarant'anni, ed ecco che David Fincher ritorna in pista. Il regista di Seven e Fight Club, due capolavori degli anni novanta, si era un po' appannato tra un film riuscito e uno no. Cinque anni fa l'ultimo, Panic Room, non è che sia stato proprio indimenticabile. Fincher ci riprova con questo documentario-thriller. Prima di tutto documentario però. Ricostruzione minuziosa di un'indagine complessa che parte dal 1969 con l'omicidio di una coppietta. Tre i protagonisti: un giornalista alcolizzato e drogato che ricorda Tomas Milian dei tempi belli, i cui spiegazzati panni sono magistralmente vestiti da Robert Downey Jr. (e chissà perchè il ruolo gli è venuto così bene...), un detective a metà tra Dave Starsky e il tenente Colombo, impersonato da un Mark Ruffalo imbruttito e scapigliato a livelli inquietanti, e un cocciuto quanto ossessionato vignettista, cui presta il volto Jake Gyllenhaal, inespressivo anche se vero protagonista del film. I tre non sempre collaboreranno tra di loro e cadranno schiavi delle loro debolezze, lottando, tra mitomani e alibi di cartapesta, contro un furbo nemico invisibile. Sullo sfondo, l'America tormentata di fine sessanta/inizio settanta, viene appena tratteggiata dal regista (embè, non è mica Altman) tra spillette di Nixon e qualche riferimento al pis en lov, al razzismo e all'ispettore Callaghan e il suo caso Scorpio, che pare sia stato ispirato dal signor Zodiac. Tutto a vantaggio di lunghissime congetture su presunti colpevoli e se posso permettermi, a svantaggio dello spettatore che ogni tanto rischia il coma profondo. Anche perchè il film si attesta sui centocinquanta minuti, che tradotto in soldoni fanno due e ore mezzo(!). E il killer dello Zodiaco, detto anche Zodiac, si diverte tra indovinelli, rompicapo, simboli da decifrare ed esibizionismo mediatico, ovviamente meno esasperato di quello dei giorni nostri (senza andare tanto lontano, basti pensare alla Franzoni). Chi paragona Zodiac a Seven, o è ubriaco o semplicemente tenta di vendere bene il film nei trailer. Non solo perchè Seven dista anni luce, ma perchè sono due generi diversi. Questa è una storia vera che pare sia anche fedele all'originale, e del thriller ha soltanto alcune basi, qualche brutale omicidio e una scena (peccato che proprio questa duri troppo poco) che si risolve con un nulla di fatto, ma che Fincher rende bene risvegliando lo spettatore dai torpori delle abbondanti scartoffie spulciate da Gyllenhaal, con un po' di sana tensione. Insomma a tratti, la mano del regista si vede; anche nelle sue tipiche ambientazioni in penombra, stavolta perlopiù incastonate nella provincia californiana. La colonna sonora è zeppa di interpreti che hanno fatto la storia del rock di quegli anni (l'on the air del post ne è un esempio), e dunque merita attenzione. Cosa dire di più? Come sapete, è raro che sconsigli di vedere un film. Non lo farò neanche questa volta. La sola totale bocciatura è sull'eccessiva lungaggine. Ora la palla passa a chi aveva e ha ancora intenzione di vederlo.
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lunedì, 07 maggio 2007 |
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SPIDERMAN 3 + IL LABIRINTO DEL FAUNO
(on the air: Pasquale Catalano - Intro - Le Conseguenze dell'Amore)
Sono qui a gustarmi di nuovo il capolavoro di Paolo Sorrentino, Le Conseguenze dell'Amore, di qui anche l'on the air. Ma è inutile parlarvi di questo film, meglio che lo vediate se ancora non lo avete visto. Oltretutto la seconda volta è molto meglio della prima. Anzi, già che ci siete, la Noe ha postato in contemporanea proprio su questo geniale lungometraggio, probabilmente tra i migliori italiani degli ultimi dieci anni.
Oggi vi parlo di due film, uno visto al cinema, l'altro in home video. Cominciamo dal più atteso.
Spiderman 3. Premessa: il film è lungo. Non so ancora dirvi se lo abbia preferito ai primi due. È diverso. È un po' meno Sam Raimi-style, anche se non mancano le sue intuizioni. Cupo quanto basta per far diventare Tobey Maguire una specie di cantante emo-dark, una sorta di leader dei My Chemical Romance, anche con la stessa buffonaggine e con tuta nera annessa. Senza dubbio è la parte del film più affascinante, quella in cui Peter Parker-Spiderman viene posseduto da una nera melma aliena di nome Venom, anche se nessuno la chiama mai per nome. Il lato oscuro dell'eroe è sempre quello che conquista, altrimenti noi tutti non preferiremmo l'ambiguo Batman al palloso Superman. I nemici sono tanti e forse troppi: tre. C'è Goblin 2, c'è l'Uomo Sabbia e c'è appunto Venom. Goblin 2 è Harry Osborne-James Franco, l'eterno amichetto rivale di Parker, tendenzialmente rosicone per svariati motivi. L'Uomo Sabbia è invece Thomas Haden Church, che ormai eravamo abituati a vedere capellone nei panni di Jack, impenitente playboy in quel gioiellino che è Sideways. Qui ha i capelli corti ed è grosso quanto Schwarzenegger. Peccato non ci sia tempo per riuscire ad approfondire il suo personaggio, personaggio che merita attenzione. Insomma tanta carne al fuoco, persino un cameo per Theresa Russell (dark-sexy lady dei film anni ottanta), una parte da oca dei fumetti per Bryce Dallas Howard (figlia di Ron Howard, nonchè musa ispiratrice di M.Night Shyamalan, uno che dopo Il sesto senso non s'è più rialzato). E naturalmente, il solito gustosissimo cameo di Bruce Campbell (L'Armata delle Tenebre), attore-feticcio di Raimi, qui nei panni di un maitre francese. Attinente, mi hanno detto, all'inverosimile al fumetto, Spiderman 3 è un rutilante trionfo di effetti speciali che non disturbano affatto lo spettatore. È intrattenimento allo stato puro, pur sempre col tocco ironico di Sam Raimi e la colonna sonora del grandissimo Danny Elfman. Sto gigioneggiando senza riuscire a dare un giudizio definitivo. Posso certamente darlo su Kirsten Dunst che mi piace tanto, ma proprio tanto, ma coi capelli rossi di Mary Jane Watson no. Però lei fa il suo e lo fa come sempre bene. Spero torni a farlo con i capelli biondi e tanta matita nera intorno agli occhi. Non vi resta che andare a vedere il film, forse l'ultimo della serie, così dice Tobey Maguire, sempre perfetto nei panni dell'imbranato Parker-Spiderman, pur se stavolta con la svolta dark di cui sopra. C'è chi dice che la trama sia esile, chi dice che sia troppo lungo, chi ancora ha dei dubbi. Io comunque resto dell'idea che il film mi è piaciuto.
Il Labirinto del Fauno. Il premiatissimo film di Guillermo Del Toro, resta in bilico tra la favola fantasy e il film storico sul fascismo spagnolo. Sta proprio qui l'originalità. Due storie che apparentemente non c'entrano una mazza l'una con l'altra, si intersecano con sorprendente e soprattutto angosciante lucidità. Per tutta la lunghezza del film, non si intravede mai un barlume di vera speranza, si resta coinvolti in una spirale di violenza di un generale franchista che maltratta e uccide chiunque. La bambina protagonista, sfugge alla realtà e alla cattiveria del patrigno (appunto il generale) finendo in un mondo fantastico tra un fauno e una fatina-insetto, mondo che forse e sottolineo forse, non è reale. Così, tra fugaci apparizioni di creature strane, in alcuni casi ripugnanti, e guerra civile spagnola, il film scivola via senza approfondire la psicologia di nessuno dei personaggi, quasi come se fossero stereotipi: dalla bambina a mò di Alice nel paese delle meraviglie, al crudele generale completamente in balìa della sua superbia, dalla madre malata alla partigiana infiltrata fino ai mostri senza troppo mordente. Sembrano stereotipi di un'opera teatrale greca. Ora magari sto dicendo una cazzata, ma questo mi (anzi, ci, non solo a me) hanno fatto venire in mente. Personaggi forse volutamente un po' piatti, laddove la trama lo richiede. E infatti nella storia fantasy vengono anche richiamati alcuni miti greci e biblici. Non è un affresco storico, non è un fantasy con tutti i crismi, allora che cos'è? Un film violento, tutto sommato godibile nella sua interezza, un po' pesante e molto molto originale, ma che paradossalmente non lascia spazio a niente di più di quello che si vede. E in effetti forse è giusto così, quando già si incrociano due generi così diversi tra loro, va bene anche che i personaggi siano vagamente bidimensionali. Il consiglio è sempre lo stesso: guardatelo e fatevi un'idea vostra. Poi magari raccontatemela. Nota di demerito per il trailer italiano, assolutamente fuorviante. Lo passano per un horror fantasy senza nemmeno un accenno alla guerra civile spagnola, che in realtà è più del cinquanta per cento del film. E qualcuno al cinema sarà rimasto deluso o sorpreso. Come quando fecero passare Se mi lasci ti cancello per un film comico. (Im)Potenza dei trailer.
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martedì, 16 gennaio 2007 |
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ROCKY BALBOA
(on the air: Jealousy - Lucy)
Domenica sera. Cinema stracolmo di truzzi, qualcuno ha anche la felpa della Everlast rispolverata per l'occasione. Parte la sigla: pappaparapapapappapa, pronti al ritorno sul ring dello stallone italiano? Direi di sì, applausi, fischi da pecoraro e ro-cky ro-cky. Il clima è quello giusto per me che non ho mai visto un film di Rocky al cinema e che dite quello che vi pare ma il quarto capitolo, quello con Ivan Drago resta il mio trash preferito. Rocky è bolso, stanco, imbotulinato e tremendamente depresso. Adriana è morta di tumore nel 2002, il figlio non lo può vedere perchè si sente perseguitato dalla sua ombra ingombrante e lavora incravattato presso un'azienda qualsiasi, il cognato Paulie (l'inossidabile Burt Young) è un macellatore di carni quasi sempre ubriaco e quando è lucido prende l'ex campione a maleparole. Lui, Rocky Balboa, ha aperto un ristorante italiano, Adrian's, chiaramente dedicato alla moglie (con cuochi messicani, ma del resto qui in Italia i cuochi sono indiani, quindi fa poca differenza) dove, indossando una vecchia giacca bordeaux taglia 72, racconta pateticamente ai suoi avventori di quando buttava giù gli Apollo Creed di turno. Poi va in giro di notte con Paulie mezzo sbronzo e molto annoiato a guardare i vecchi luoghi dove conobbe la mitica Adriaaana. E ricorda i tempi andati con qualche flashback qua e là. Gira sul suo furgone bianco dove carica pesce, caciotte e verdurami per mandare avanti il locale. Va tutto un po' male, poi conosce una tipa che anni prima, da bambina, aveva riaccompagnato a casa e che tutto sommato gli piaciucchia un po'. Lei ha un figlio un po' abbandonato a se stesso e lui, con battute orrende, pipponi e un lurido cane di nome Castagna riesce a raddrizzarlo. E' stanco Rocky, si prende in giro da solo. La vecchiaia si fa sentire non poco e lui che fa? si mette in testa di ricominciare a boxare seppur da amatore. Intanto un giovane pugile che vince sempre per k.o. al primo round, Mason Dixon (nella realtà il mediomassimo trentottenne Antonio Tarver, spodestato recentemente della sua corona mondiale dal quarantunenne Hopkins) non sa più che avversari affrontare. Una simulazione al computer di un incontro tra Balboa e Dixon (con vittoria del vetusto campione) fa venire in mente ai promoter l'idea geniale di un match esibizione, una sorta di farsa, tra il vecchio e il giovane. Come a dire che per risollevare uno sport in crisi ci vuole il fenomeno da baraccone. E tutto ciò, soprattutto nella boxe, è tremendamente realistico. Intanto Rocky fa pipponi alla commissione che deve concedergli la licenza per combattere alla veneranda età di sessant'anni, fa pipponi al figlio e riesce nel suo intento moralizzatore e un po' retorico di far andare tutte le cose come dice lui, saggio e vecchio, terribilmente vecchio. Fino a che smuove il culo dalla tomba della moglie. Il super-incontro è ovviamente a Las Vegas, in pay tv, con Mike Tyson che animaleggia in prima fila. L'evento prende solo l'ultimo quarto d'ora di film. Gli allenamenti (mitica scalinata compresa) sono liquidati velocemente, ma raccolgono di nuovo l'entusiasmo delirante dei truzzi in sala. Il finale non ve lo dico perchè non sarebbe corretto svelarvi chi vince. Fin qui la trama.
Per il resto cosa dire? Stallone, oltre che attore, è regista e sceneggiatore. Strizza l'occhio (per quanto con tutto quel botulino gli riesca maluccio) a se stesso e agli episodi precedenti, cercando di rinverdire il mito; e per farlo cita addirittura il mitico ti spiezzo in due. Eppure fa impressione vedere Rocky col suo immancabile cappello, che si fa fotografare dal figlio col telefonino, vedere una perfetta simulazione al computer, peraltro in un pub irlandese dove suona Somebody told me dei Killers. Fa impressione vedere il match come lo vedremmo su Sky. E' che trent'anni dopo il primo Balboa, ma anche diciassette dopo l'ultimo, i tempi sono stracambiati e si vede. Ma il fisico scolpito gli regge ancora, seppur gonfio e svaccato. Il problema è che ogni tanto guardando Rocky e Paulie che scorrazzano per Philadelphia sul furgone, viene in mente Amici Miei, per giunta senza le esilaranti zingarate. Tanta malinconia, buoni sentimenti e poco mordente pugilistico nel calderone di Sly Stallone. Rocky è un vecchietto terribile che non è ancora in pace con la propria anima. Forse stavolta lo sarà davvero, forse stavolta è stato scritto l'ultimo capitolo. E se da una parte viene da sperare che sia così, dall'altra oramai lo stallone italiano è diventato una specie di supereroe dei fumetti e allora una zona recondita del cervello suggerisce che vederne un altro non sarebbe poi così crudele.
Gli incassi vanno bene, anche se negli USA la strana coppia Gabriele Muccino (già già...) e Will Smith gli sta un po' rubando la scena. E intanto si prepara un quarto episodio di Rambo, giusto per confermare la tendenza ollivudiana a ritirare fuori i vecchi eroi dalla soffitta per raccattare qualche dollaro in più. Io però pregusto con appetito il nostrano e ruspante ritorno di Lino Banfi con Gigi e Andrea, per il sequel de L'allenatore nel pallone, il cult dei cult. Per il prossimo Natale sarò accontentato. Per adesso incrocio le dita: spero che Banfi non sia del tutto rincoglionito da anni e anni di fiction melense. E mi auguro di cuore che questo sèguito non abbia nulla a che vedere coi ritorni deludenti e superflui der Monnezza, der Pomata/Mandrakata e di Eccezziunaleveramente.
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sabato, 28 ottobre 2006 |
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THE DEPARTED
(on the air: The Format - The First Single)
Il nuovo film di Scorsese è a mio avviso un capolavoro. Non mi lancio quasi mai in un giudizio del genere se non ne sono davvero convinto. L'ultima volta che ho pronunciato questa parola è stato per Eternal Sunshine of the Spotless Mind (volgarmente detto Se mi lasci ti cancello). Oltretutto non posso proprio dire che Martin Scorsese sia tra i miei registi preferiti, avendo visto soltanto il palloso Gangs of New York, Taxi Driver, forse Cape Fear e certamente Fuori Orario che è di gran lunga il mio preferito. The Departed (letteralmente il defunto) ha un sottotitolo italiano inutile quanto scontato: il bene e il male. Ma ormai siamo abituati alle imprese dei nostri titolisti geniali. Frank Costello è un malavitoso di origine irlandese, un boss che si è conquistato il rispetto di tutti nella sua Boston. Una Boston mai vista al cinema così cruda, cupa e sanguinosa. Frank Costello ha il volto e il ghigno di Jack Nicholson. E questo già basterebbe per correre immediatamente al cinema. Il vecchio Jack interpreta il mafioso più originale che mi sia mai capitato di vedere sullo schermo, gli dà le sue sembianze, ne reinventa la parte, è talmente cattivo, dissoluto, immorale, mefistofelico che domina completamente la scena. I due protagonisti sono altri due irlandesi. Un poliziotto nevrotico cresciuto in ambiente mafioso e bocciato all'accademia di polizia per i suoi trascorsi non proprio limpidi, che per riscattarsi dovrà infiltrarsi nella banda di Costello/Nicholson. Interpretato magistralmente da un Leonardo Di Caprio in forma smagliante. L'altro irlandese è infiltrato nella polizia speciale con il massimo dei voti, è apparentemente sicuro di sè e spietato. E soprattutto è stato cresciuto da Costello. Matt Damon è legnoso come al solito, non ha le stimmate del grande attore, ma se la cava perchè tutto il film lo sorregge. Su queste basi e su altri mille intrecci, il film scorre veloce per ben due ore e venti. Non c'è un solo momento di stanca, Scorsese dirige con ritmo infernale senza mai darci respiro, aiutato da una colonna sonora di prima scelta, tutta ossessivamente rock, dai Rolling Stones ai Pink Floyd, passando per un motivo martellante fatto di musica irish mista a rapcore, che simboleggia un po' la fusione tra gli spietati irlandesi e la Boston cruda e cupa di cui sopra. I comprimari sono tutte prime scelte: Martin Sheen è il capo della polizia, una specie di padre per Di Caprio, Mark Wahlberg è uno schietto assistente di Sheen, uno che non esita a dare pugni anche in centrale. Ha dei capelli improbabili e dialoga amabilmente a suon di parolacce con Alec Baldwin, rude ispettore sudaticcio, grasso e un po' ottuso. Completano il cast l'ottimo Ray Winstone, nella parte del violentissimo e desperado viceboss di Costello, e Vera Farmiga, una psichiatra della polizia, carina e solo in apparenza fragile, che si troverà a gestire una relazione con Damon e un flirt con il suo paziente Di Caprio. Il film si basa forse anche troppo sui cellulari, utilizzati di continuo dai protagonisti. E i due infiltrati si incontreranno soltanto nei venti minuti finali. Jack Nicholson è il fil rouge che lega i due protagonisti, è un mito, una leggenda in ghigno, ossa e capelli come capitano. Lo senti citare John Lennon mentre tiene tra le sue mani una mano umana staccata, per giunta a tavola; un duetto con Di Caprio è semplicemente spettacolare, e lui, Jack, lo chiude con la bocca sbavata ed ingurgitando una mosca che aveva appena schiacciato. C'è da scommettere che Scorsese da solo non sarebbe mai arrivato a tanto. E se la prende con i preti, fa riferimenti espliciti alla pedofilia con una spietatezza che fa diventare il concetto di una normalità inquietante, va in giro con la camicia sporca di sangue dondolandosi con la sua andatura, sempre quella da ormai quasi quarant'anni. E' un mostro il vecchio Jack, di bravura; e nel film, di cattiveria. E' un istrione, un folle. Il film si regge tutto sull'angoscia dei protagonisti, la paura stressante di essere sempre pedinati, le certezze di Matt Damon che crollano esattamente come già erano crollate quelle di un Di Caprio fragile ma molto violento quando deve farsi rispettare. Non vi dico di più, il resto guardatelo. A meno che non siate impressionabili e non vi piacciano le scene crude. Perchè di morti ce ne sono veramente tanti. Il finale è ricco di colpi di scena.
Un po 'di curiosità: il film è il remake della trilogia hongkonghese Infernal Affairs, ma Scorsese lo ha saputo dopo aver letto la sceneggiatura e ha visto l'altro film solo dopo aver diretto il suo. Al posto di Matt Damon doveva esserci Brad Pitt, che tra l'altro è presente nelle vesti di produttore. Forse avrà rifiutato perchè il personaggio era deboluccio rispetto a Di Caprio. O forse è colpa di Damon che lo rende deboluccio, chissà. Jack Nicholson ha riscritto molte sue scene e non ha voluto sul set sciarpe e cappellini dei Boston Celtics, nonostante la troupe fosse di Boston. Il motivo? Lui è notoriamente uno sfegatato tifoso dei Los Angeles Lakers, rivali storici dei Celtics. Caro vecchio pazzo Jack.
Altri due film visti ultimamente:
Il Diavolo veste Prada, molto carino, ben fatto, ti prende anche se un po' favoletta.
Ti odio ti lascio ti... commedia brillante senza troppe pretese, ma si ride.
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venerdì, 08 settembre 2006 |
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TRE FILM IN UN POST
(on the air: J. Ralph - Kansas City Shuffle)
Allora, siccome volevo parlare di due film su tre, faccio un post che cumuli tutti e tre e non se ne parla più. Comincio dal peggiore.
Domino. Premessa: chiunque lo ha stroncato di brutto brutto, eccetto due persone che conosco che lo hanno apprezzato molto. Che dire? Tony Scott, il regista fratello del più illustre Ridley, è un caciarone di professione. Anche il penultimo lavoro, Man on Fire, era un film fracassone, ma non così male. In precedenza il suo miglior lavoro a mio avviso fu Una Vita al Massimo (il soggetto era però di un certo Quentin Tarantino, all'epoca semisconosciuto) e ricordiamo anche Top Gun, film generazionale più che bello, insomma tipo il Tempo delle Mele. Bene, Domino è un guazzabuglio con ritmi troppo serrati di un polpettone videoclip. Cacciatori di taglie che finiscono a fare un reality show condotto da due attori della serie Beverly Hills 90210, salvo poi prenderli in ostaggio e catarsi finale con ammazzamenti a tutto spiano. Quella mammoletta di Keira Knightley, quella dei pirati caraibici, è un po' inverosimile come cacciatrice di taglie. Meglio Mickey Rourke, mentre il venezuelano loro complice, è uno che quando crepa sei lì ad esultare. Piacione sempre imbronciato che parla solo in spagnolo per essere più figo. Sprecato Christopher Walken, sprecata anche Lucy Liu, spassosi Ian Ziering e Brian Austin Green nella parte di loro stessi, attori sfigati che dopo Steve e David non hanno fatto più niente. Eppoi flashback a manetta anche quando non servono. Troppo poco davvero.
Thank You for Smoking. Il regista è Jason Reitman, ventinove anni, al primo lungometraggio. Figlio d'arte di Ivan Reitman, regista tra gli altri, di Ghostbusters. Aaron Eckhart interpreta il vicepresidente di una multinazionale del tabacco e riesce ad intortare persino un bambino malato di cancro, che le sigarette non fanno poi così male. Aaron Eckhart è bravo, brillante, regge il film da solo. Eppure i comprimari sono di prima scelta, da Robert Duvall nei panni del vecchio magnate che la sa lunga, che è perfido ma comico, a Katie Holmes in Cruise che quando fa la zoccoletta ci riesce sempre inspiegabilmente bene. Dal duetto Rob Lowe-Adam Brody, assolutamente strambi quanto ollivudianamente gustosi fino a Maria Bello che fa a gara con Eckhart tra i morti per alcol e quelli per fumo, e al bimbo prodigio Cameron Bright, davvero impeccabile. Il film non prenderà una posizione decisa nè a favore nè contro il fumo e lascerà libertà di decidere, anche se il protagonista è fumatore ma guardacaso non lo vedremo accendere una sola sigaretta, anche perchè nei film ormai fumano solo i cattivi e gli ispanoamericani. Si parla di ipotetici film dove Brad Pitt e Catherine Zeta Jones dovrebbero fare sesso nello spazio fumando sigarette, ma in un'altra era. Non quella attuale del proibizionismo americano, in cui un senatore di nome Ortolan Finisterre continuerà la sua battaglia fino ad arrivare al ridicolo e al grottesco. Il film è divertente, fa ridere, dura il giusto. Andateci.
Slevin-Patto Criminale. E' opportuno non paragonare il regista, lo scozzese Paul McGuigan, al solito Quentin Tarantino. Perchè abusare continuamente del nome del regista pulp per eccellenza? Fatta la fondamentale premessa, Slevin si fa guardare. Ed apprezzare. Josh Hartnett ha il talento per diventare il Brad Pitt che faceva i film culto qualche anno fa (Seven, L'esercito delle dodici scimmie, Fight Club). Gli somiglia anche un po'. Non ha paura di niente, ma solo perchè soffre di atarassia, almeno così dice. Doverosa introduzione sulle corse dei cavalli, cavalli drogati, violenza brutale. Tanto verso la fine capirete tutto. Se siete bravi e ragionate, ci arrivate pure alla fine del primo tempo. Non vi darà comunque fastidio per il finale. Josh Hartnett è Slevin, uno che finisce in un casino tremendo per uno scambio di persona. Morgan Freeman è il Boss, spietato capo della mafia nera. Sir Ben Kingsley è il Rabbino, logorroico e perfido capo della mala ebraica. Aggiungeteci Bruce Willis nella parte di un killer di nome Mr. Goodcat , Lucy Liu medico legale col pallino delle indagini e fan del tenente Colombo e Stanley Tucci nei panni di un poliziotto ficcanaso. Shakerate il tutto e avrete un bel film. Eccessivo persino nelle scenografie tutte rigorosamente decorate da carta da parati anni settanta. Abbastanza complesso nella trama, ma assolutamente scorrevole. In certi punti comico, in altri violento, in altri ancora irresistibile per via dei dialoghi (no, non scomodiamo Pulp Fiction, però ci piacciono). Vedere recitare i due acerrimi rivali Kingsley-Freeman nella stessa stanza, in una situazione che non vi spiego, vale già da solo il prezzo del biglietto. Hartnett fa (molto bene) il resto, e persino Bruce Willis è in stato di grazia. E vi raccomando la mossa Kansas City. Anche questo, se vi piace il genere, assolutamente da vedere.
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venerdì, 19 maggio 2006 |
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SANGUE - la morte non esiste
(on the air: Giardini di Mirò - Last Act in Baires)
Mentre tutto il mondo è indaffarato a decidere se Il Codice da Vinci sarà un successo o un fiasco, mentre gli anticlericali e gli estremisti cattolici si sfidano in inutili duelli per arrivare a non si sa bene cosa, c'è un film che è uscito in otto sale in tutta Italia: Sangue - La morte non esiste. E' probabile che molti di voi non sappiano neanche di cosa sto parlando, eppure nell'unica sala di Roma dove viene proiettato, si registra il sold out. Il film è l'opera prima di Libero Picchio De Rienzo, noto ai più come il geniale Bart di Santa Maradona o lo stralunato Dante di A/R Andata e Ritorno, entrambi firmati da Marco Ponti. Di questo film, oltre che regista, De Rienzo è autore, sceneggiatore e addirittura montatore, nonchè attore seppur solo per dieci minuti. Quattro settimane per girarlo, budget estremamente low cost (il costo di una scampagnata al mare, dice Picchio), ambientato a Torino come i due film di Ponti e come Tutti giù per terra, una città che evidentemente si presta bene al disagio generazionale. Una Torino nevrotica, allucinata, in certi punti da horror gotico. Il regista, come qualsiasi scrittore o cantante al primo lavoro, butta dentro tutte le sue idee, costruendo un pasticcio gigante. In cui c'è da prendere, a mio avviso, molto di buono. Iuri e Stella sono due fratelli, lui figlio di uno stupro; lui è innamorato di lei, lei non si capisce se e fino a che punto, di certo non è una sorella normale. Incesto. Soltanto uno dei temi crudi toccati. Lui spaccia droga. Lei la consuma con lui. Canne come sigarette, una dietro l'altra, trip come birre. L'atto primo è Il racconto di Stella. Stella è Emanuela Barilozzi, non bellissima, fragile e schiava delle paure, prima fra tutte quella che il fratello possa commettere sciocchezze quando lei se ne andrà a New York per fare la ballerina. Iuri alleva zanzare e le ciba con il sangue del suo braccio. Il secondo atto si svolge in un rave party. E se nel primo (un mega flashback che indugia in immagini volutamente fuori sincrono rispetto alla voce) le inquadrature sono singhiozzanti a mo' di videoclip dei Prodigy, nel secondo diventano di uno squallore quasi angosciante. E lasciano spazio alla cupa violenza della polizia che irrompe armata di manganelli nel capannone del rave. Poco prima, tutto da gustare e da ridere il cameo di Libero De Rienzo, che recita in uno spagnolo più o meno maccheronico. Iuri è il talentuoso ed espressivo Elio Germano (Che ne sarà di noi, Romanzo Criminale e prossimamente diretto da Virzì in un film su Napoleone con Auteuil, la Bellucci e Mastandrea) che si cala bene nel personaggio fragile, aiutato dal suo fisico tutt'altro che imponente. L'epilogo comico fa ridere, fa riflettere con moderazione, forse commuove di amarezza, spiazza, ma non vi dico come va a finire. Durante il film si avverte una sensazione sinistra, ansiogena, si ride ma subito dopo torna l'ansia, tra primi piani e visioni appannate che rendono l'idea di un trip allucinogeno anche allo spettatore. La regia è convulsa, ma non per questo deludente, anzi. Il ritmo è serrato poi sincopato, ma non annoia mai. Ottimo attore non protagonista è Luca Lionello, figlio di Oreste, probabilmente il personaggio più divertente del film. E' un ritratto generazionale estremo nel quale, io, completamente inesperto di rave party e droghe sintetiche, non riesco a riconoscermi neanche un po' e non riesco a capire quanto ci sia di reale. Però una volta tanto il trentenne depresso viene lasciato in cantina. Disagio portato al limite, quasi alla macchietta. Non vediamoci dietro chissà quali messaggi, neanche nel tragicomico e un po' retorico sermone finale contro gli uomini, la chiesa e le divise. Non credo che il regista voglia questo. Secondo me non sa nemmeno lui cosa vuole, se non disseminare citazioni di libri e film e ficcare dentro qualsiasi cosa abbia in mente fino ad esasperarci. Grandiosa colonna sonora firmata dagli imperatori del post rock italiano, i Giardini di Mirò.
Filo conduttore di tutta la storia è un fatto di cronaca, un suicidio. Il suicidio, la paura della morte, il vuoto dopo la morte stessa, schermo bianco, la morte non esiste.
In definitiva lo consiglio a chi ha voglia di vedere qualcosa di originale e di diverso, che nel panorama spesso banale dei blockbuster americani e di molti film italiani scontati, può essere merce rara. Per me è un bel film, anche se dalla recensione magari non sempre si capisce. Otto sale in tutta Italia, una miseria. A Roma andate al Mignon, zona Piazza Fiume. Altrimenti si può reperire abbastanza facilmente in giro per la rete. E mai come in questo caso potrebbe essere utile, visto che la distribuzione è vergognosa.
Post Scriptum
" Esco in 8 copie e "Mission impossibile III" esce in 1000. Quello non serve a un cazzo, il mio resterà, e che cazzo."
"Se non cambiano le cose, il primo progetto che ho è di andare via da questo Paese. Distribuire in 8 copie questo film vuol dire imbavagliare una voce diversa dal coro. Abbiamo 1000 copie di Tom Cruise, del "Codice da vinci", di "Il mio peggior nemico". "L'imbalsamatore" (di Matteo Garrone - ndr), "Respiro" (di Emanuele Crialese - ndr) sono usciti distribuiti malissimo e poi hanno vinto all'estero e sono stati ri-distribuiti. Non ho capito perché, visto che abbiamo vinto premi, decidono di fare una scelta così distruttiva: 8 copie vuol dire che non si vuole distribuire. Allora non capisco a che serve la distribuzione. Se il gioco è questo allora vuol dire che il cinema in Italia è morto. Esiste un pubblico enorme che non ci va più al cinema, che vuole vedere film diversi e 8 copie è una cosa ridicola. "
Libero De Rienzo
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lunedì, 27 marzo 2006 |
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LA PANTERA ROSA
(on the air: Kula Shaker - Tattva)
Lo so, sto diventando eccessivamente cinematografico con tutte queste recensioni, ma vi giuro che questa è l'ultima per un po', vi giuro che non vedrò Il Caimano (casualmente uscito in periodo preelettorale), anche perchè è risaputo il mio deciso rifiuto verso Nanni Moretti. E' che non posso proprio esimermi dal parlare de La Pantera Rosa. Perchè attendevo questo film. E' come se facessero la cover della tua canzone preferita: brutta o bella, non vedi l'ora di sentirla. Così funziona per me con questo film. Non ho mai nascosto di amare Peter Sellers alla follia. Non esiste attore in grado di raggiungere questo genio inglese che spaziava dal comico al drammatico con eccezionale duttilità. Niente Oscar in carriera, il che certifica che è stato un grande attore, visto chi lo prende. Si sono pentiti di non averglielo dato, Peter li ha fregati sul tempo, morendo nell'ottanta a cinquantacinque anni. Peter Sellers era Clouseau. Era anche tutti gli altri personaggi che interpretava, però Jacques Clouseau era suo, impossibile reinterpretarlo. L' ho amato fin da piccolo, lo amo ancora adesso ogni volta che metto su un dvd della serie. Blake Edwards, il regista storico, lui sì che ha avuto l'Oscar alla carriera, ci ha provato più di una volta a far rivivere l'ispettore Clouseau. L'ultima nel novantatrè con Roberto Benigni, Il figlio della pantera rosa. Mettere Benigni a confronto con Sellers, è come mettere Jovanotti a confronto con i Queen. Una cosa abbastanza pietosa. Oggi ci riprova un regista televisivo, Shawn Levy. Ci riprova un comico doc come Steve Martin, affiancato da Jean Reno, Kevin Kline e Beyoncè Knowles. Superato lo choc iniziale di vedere Clouseau con i capelli bianchi, un po' si comincia a capire quello che intendeva il buon Steve, quando diceva che non voleva mettersi sullo stesso piano dell'inarrivabile/inimitabile Sellers. Resta l'accento francese, ma spesso il personaggio è più paragonabile a Leslie Nielsen/ Frank Drebin de Una pallottola spuntata. Comunque si ride parecchio. L'imbranato e irresistibile Clouseau, ha da sempre un nemico: Charles Dreyfus, il suo superiore pazzo e cattivo. All'origine lo interpretava Herbert Lom, attore di culto anche di numerosi horror d'annata, oggi splendido novantenne. Qui c'è Kevin Kline. Il personaggio perde simpatia, tanta. Oltre al fatto che Lom era la spalla ideale per Sellers, e insieme hanno costruito le loro fortune e quelle della saga di Edwards. Insomma, colpa dello sceneggiatore o di Kline? Forse di entrambi, peccato. Jean Reno interpreta l'assistente Ponton (buon Ponpon, come lo chiama lui), novità assoluta del ciclo-Pantera Rosa. I siparietti di arti marziali con l'assistente orientale Kato (interpretato da Burt Kwouk) erano un passaggio fondamentale di tutti i vecchi film. Lui aveva l'ordine di attaccare Clouseau in qualsiasi momento, soprattutto quando rientrava a casa. Risultato: demolizione della casa dell'ispettore pasticcione. Per il ruolo di Kato, era stato proposto Jackie Chan, che secondo me era perfetto. Si è scelto di cambiare, e forse è giusto così. Anche perchè Jean Reno offre davvero un'ottima prestazione, il suo personaggio buca. E' un duro che fa ridere, insomma come ormai spesso accade, un ruolo che gli riesce bene. Beyoncè non è totalmente capra a recitare e questo basta, perchè per il resto come bellezza va benone, chevvelodicoaffà. In comune con i vecchi film, ci sono soprattutto le espressioni stralunate della gente, quando l'ispettore si esprime a modo molto suo; e questo credo di averlo notato solo io che sono maniaco di questi piccoli particolari. Particina da cameriera per Yvonne Sciò.
Insomma Steve Martin è un Clouseau discreto che non scomoda il mito e non ne vuole prendere i panni, casomai lo vuole omaggiare in maniera garbata. E visto il successo, chissà che non ci sia un seguito. A me, vedovo inconsolabile di Peter Sellers, non dispiacerebbe. E prima di vedere il film non pensavo che lo avrei mai detto, anzi, era pronta una solenne stroncatura.
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venerdì, 17 marzo 2006 |
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IL MIO MIGLIOR NEMICO
(on the air: Hard-Fi - Cash Machine)
Dopo tanti anni non ho ancora capito se e quanto, Carlo Verdone sia esportabile al di fuori dei confini della mia città. Su Verdone potrei fare una digressione infinita, avendo visto praticamente tutti i suoi film. Anche in questo Il mio miglior nemico, c'è tanta Roma. Non solo nei luoghi, che come sempre mi diletto a riconoscere - anzi, il film è stato girato anche a Ginevra, Istanbul, Como e Sabaudia - quanto nei personaggi. Soprattutto quelli di contorno. Ci sono scene per me esilaranti con gli infermieri dell'ospedale che parlano in romanaccio, che all'occhio attento, ricorderanno quelli di Un sacco bello, opera prima dell'attore e regista romano. Il dubbio se sia esportabile, è lecito. Anche perchè tradotto in soldoni, ad esempio a me romano, il milanese Abatantuono non fa impazzire, il napoletano Troisi non lo capivo, il fiorentino Pieraccioni dopo un po' mi ha stancato. A parte questa digressione campanilistica, c'è il film. E' un Verdone sempre più maturo, che centra in pieno tutti gli obiettivi. Una trama che scorre, seppur con qualche incongruenza temporale, personaggi azzeccati; si ride, ci si intristisce, si riflette. Molti non erano convinti dagli ultimi L'amore è eterno finchè dura e Ma che colpa abbiamo noi, eppure il Verdone introspettivo a me piace. Mi piace di più rispetto al Verdone di Viaggi di nozze, che rifà il verso a un se stesso di anni prima. Qualcuno (non il regista, che ci ha tenuto a specificare la diversità) ha voluto accostare quest'ultima fatica a In viaggio con papà, commedia generazionale dove il giovane Verdone riceveva il testimone dal papà Alberto Sordi. Io non sono d'accordo. Lo scontro generazionale non è poi così evidente come si vuol far credere. Achille e Orfeo (Verdone e Muccino), sono due uomini disperati, traditi dalla loro insicurezza, scaricati dai familiari, si odiano, ma si ritrovano insieme per forza in un viaggio alla ricerca della figlia di lui nonchè fidanzata dell'altro. Tra Sordi e Verdone, era diverso. Sordi in quel film somigliava un po' all'Achille di oggi, uomo viscido, senza scrupoli e attaccato al denaro. E' il personaggio di Muccino, Orfeo, che è molto più sveglio del Verdone di In viaggio con papà. E proprio Silvio Muccino, di cui mi sono tragicamente accorto di aver visto tutti i film, è la vera sorpresa. Attore e sceneggiatore, ha ormai superato la dipendenza dai personaggi un po' stereotipati, si affranca dai clichè dei film del fratello Gabriele. E ci appare, mi costa dirlo perchè mai lo avrei pensato, come un ottimo attore. Ancora un ragazzino in ruoli da ragazzino, ma l'età e l'aspetto sono quelli, è giusto così. Insomma Il mio miglior nemico è un film da vedere per le battute, per la trama, ma anche per la regia, sempre più accurata e raffinata da parte di Verdone. Quasi di respiro europeo. Il tutto però, sempre condizionato da quel solito, arduo dubbio sulla romanità: sarà esportabile?
ps: un solo infastidito appunto. Nei film prodotti dalla Filmauro di De Laurentiis, c'è pubblicità occulta (Natale a Miami era un megaspot della Tim). Che non è occulta, ma è smaccatamente evidente. Marchette per Vodafone (tante, manca solo che ci scrivano Life is Now), acqua Lete, Volkswagen, Lufthansa e birra Moretti. Sembra di essere tornati negli anni settanta, quando nei film trash, tutti bevevano il Punt e Mes e fumavano le Muratti. Vabbè che pagano, ma così è troppo.
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