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MACHISSENEFREGA!
Riflessioni semiserie e seminò di S, trentatreenne romano,
non particolarmente depresso, ex-speaker in radio, giornalista, blogger per caso, ex single convinto attualmente pentito, alla perenne ricerca del divertimento puro (e non il divertissement di Pascal), quello che in tutta una vita dura sì e no otto minuti e trentasei secondi
LE CREATURE



Lo spin off: ATARU GREATEST HITS

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giovedì, 05 giugno 2008 |
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SU E GIÚ PER LA TOSCANA
(on the air: Dead Disco - Automatic)
Certo non è che mi vada di postare granchè, ma qui stanno crescendo le erbacce. Dai, vi racconto che sono stato per la prima volta a Viareggio, ma pioveva. Però la strepitosa mangiata di pesce sul lungomare è un must, tantopiù se subito dopo in una videoteca compri il dvd di Oscar Insanguinato con Vincent Price. Poi. Nella provincia pisana un po' meccanica ho riprovato l'ebbrezza delle partite a biliardino al bar, nonostante un caldo abbacinante che sudi più che se al posto degli omini rossi e blu fossi te a girare su te stesso. Ho girato per Pisa e Pontedera e lì sono entrato nel regno della Piaggio a vedere Vespe strane e una mostra di De Chirico: tutto gratis, ve lo consiglio. Mi sono incazzato perché in albergo a Ponsacco usavo le saponette un giorno e me le portavano via senza rimetterle, va a capire il perché. Ho cenato a casa di un ragazzo che abita in una fattoria sull'argine dell'Arno: eravamo io, la Noe, un po' di amici, gli animali e le zanzare. E qui, in un garage, ho giocato a Pro Evolution Soccer con sullo sfondo un trattore gigantesco. Questa ancora mi mancava. Ho persino cantato -quanto tempo!- giocando a SingStar sempre su PlayStation, scoprendomi grande interprete di Don't You dei Simple Minds, ma improvvisando persino Biagio Antonacci che a malapena conosco un par di (orrende) canzoni. Ho scoperto che la FirenzeMare è lunga e uggiosa, ho mangiato ciliegie appena colte dall'albero, ho deciso che un giorno mi ritirerò e diffonderò l'aperitivo trendy e la musica indie in un locale là nella provincia. Ho preso treni, sono svenuto dal sonno, ho cambiato aria anche se l'aria non ha cambiato me. Martedì sono tornato alla solita vitaccia e già preparo un altro viaggio, di quelli seri. Ma non dico ancora niente. La valigia non la sfaccio mai del tutto, destino di noi che si cerca non si sa cosa e non si sa dove. E contenti di essere fatti così.
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venerdì, 09 maggio 2008 |
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BARCELLONA, I TASSISTI E I COLORI
(on the air: Infadels - Make Mistakes)
Questa storia comincia su un aereo che mi riporta a Roma. Anzi finisce, ma ho deciso di farla cominciare da qui. Dall'impazienza di fumare una sigaretta appena fuori dalle enormi porte a vetro dell'aeroporto di Fiumicino tra uno schizzo di pioggia e l'aria fresca e umida delle dieci di sera. Ma facciamo un salto indietro. I tassisti di Barcellona sono perlopiù onesti, ordinati e hanno ognuno un loro stile, adatto a tutte le situazioni. Così, se devi andare dall'aeroporto Prats fino all'albergo futuristico sull'Avinguda Diagonal accanto a quello strano e ambiguo coso che risponde al nome di torre Agbar, il tassista non ti fa sentire nostalgia dell'Italia. Non se ne sentiva il bisogno, ma la sua compilation inanella Tozzi, Pausini, Battisti, Cocciante e altri italiani, rigorosamente in spagnolo. L'impatto barcellonese è frenetico perché devo anche incontrare mio cugino, che lui il suo soggiorno qui lo sta concludendo. Metro, Plaza Catalunya è immensa, calda e piena di turisti alle tre del pomeriggio. Un immenso fiume di gente che dopo due chilometri di rambla, sfocia in mare. Ah sì, la Rambla. Un posto pieno di grandiosi artisti di strada dai travestimenti più improbabili, indigeni rilassati, viaggiatori di ogni razza ed età, ristoratori senza scrupoli e borseggiatori mimetizzati. Capita che incontri Cristoforo Colombo che non guarda proprio verso l'America, direi più verso l'Africa, ma che importa, era convinto di aver scoperto l'India. C'è gente che prende il sole appesa a un ponte di legno che collega un centro commerciale in mezzo al mare al resto del mondo. La prima sensazione che ti dà Barcellona è quella di non essere chissà dove. Non dico che ti senti a casa, ma nemmeno all'estero. Sarà che in fondo siamo tutti latini. Ben presto ci verranno a noia i cambi da una metro all'altra. Chilometri di scale e corridoi con le gambe segate. Di sera si mangia più tardi, alle nove è giorno, Passeig de Gracia è uno stradone elegante che tra un palazzo e l'altro nasconde edifici di rara bellezza; puoi imbatterti, per citare le più celebrate, nella Casa Batllò di Gaudì con il suo tetto-drago o nella Pedrera-Casa Milà con le sue inconfondibili guglie bianche. Il delirio modernista è sempre presente nella capitale catalana. Colori, forme appuntite e arrotondate, armonia. Forse è per questo che Barcellona è tremendamente fotogenica.
Per arrivare al Parc Güell con l'autobus numero 24, è un viaggio della speranza. Ma poi ne vale la pena, tra finte grotte, terrazze panoramiche, casette da favola e il drac, il lucertolone più colorato del creato. E in una piazzola nel bosco, sembra di stare a Cuba col gruppo di turno che suona (bene) Oye como va. Qui la latino-americana la tollero di buon grado, c'è un posto adatto per tutto. E Gaudì sia. Il tassista che ci porta alla Sagrada Familia mentre siamo spersi in un quartiere residenziale tentando di orientarci invano, ascolta musica commerciale, pezzi storici, i Police. Cose rilassanti, dopo la paura di rimanere sotto il sole e perdere ritmo e gambe in un colpo solo. Due uomini nudi, reduci dal sit-in della PETA ci passano accanto e non è un bel vedere. La Sagrada è un'imponente incompiuta. Bella, bellissima, eppure mi emoziona poco. Sarà che mi sento troppo piccolo rispetto a quelle punte che volevano arrivare direttamente a punzecchiare Iddio. Eh, Gaudì. Casa Batllò vista da dentro è un capolavoro di eccentricità colorata senza eguali. Soprattutto se visitata dopo mezzo litro di vischiosa sangrìa accompagnata solo da una tortilla de patatas o una crema catalana. La sera infatti è crollo. Cena alle undici al pub di un centro commerciale di fronte all'albergo. Poca qualità, molta scortesia. Mica come la sera prima, al ristorante galiziano tra tapas e paella.
La successiva alba è vagamente riposante: le rovine romane dell'antica Barcino, i vicoli medievali del Barri Gotìc, sembra quasi di stare a Roma. Il chiostro pieno di oche starnazzanti della Cattedrale gotica è un signor chiostro, pure con le palme. La rilassante Plaza Sant Jaume ci rifocilla con i bocadillos di Bocatta. Ma poi è il momento di andare al Camp Nou, un vero tempio del calcio. L'autobus ti lascia a pochi metri dallo stadio, ma l'ingresso per la visita è lontano. Bellissimo, d'accordo, però collegarlo meglio sarebbe stato un atto di pietà nei confronti dei nostri arti. Ronaldinho in 3-D, Messi cartonato, merchandising di tutte le fogge, lo stadio è ancora più grande e spettacolare di come te lo immagini, arrivare a un passo dall'erba è emozionante come sedersi in tribuna d'onore e avere un colpo d'occhio straordinario o guardare da vicino la Coppa dei Campioni strappata alla Sampdoria sedici anni fa. Mas que un club. Altro giro, altro taxi, c'è la funicolare per Montjüic che ci aspetta. Il tassista ascolta musica leggera spagnola. Su a Montjüic non c'è molto a parte il panorama, però ci piace e peraltro dopo la funicolare ci vai con la teleferica. Ritorno, doccia e via per lo spettacolo di fontane. Che qui non hanno molta acqua, ma le colorate fontane musicali sono un simbolo e ne sputano ettolitri in mezzo a Plaza de Espanya. Le note sono a tema acquatico, da La Sirenetta al Titanic, oh c'è persino Porta a Porta, ehm, Via col Vento. Anche se poi Freddie Mercury e Montserrat Caballè interpretano questa città in maniera sontuosa e sbaragliano tutte le altre colonne sonore. Il tassista più pittoresco che ci capiti lo becchiamo alle undici di sera: a bordo ha il navigatore, la radio che spara musica tradizionale spagnola della peggior specie e sul sedile destro, sua moglie che gli legge le strade. Cena sul mare a base di fideuà (la paella con la pasta al posto del riso) e vino bianco nel pieno del sabato tra ragazzine ubriache, che ti chiedi perché a vent'anni invece di fare il coglione in Sardegna non eri qui a fare incetta, e rimorchioni in tiro che passano da un locale all'altro. Noi si fanno quasi le due. Taxi, musica disco, letto.
Ok, ok mi sbrigo che non ce la fate più. Fast Forward: andate a vedere il Palau della Musica Catalana nel placido quartiere di Urquinaona. Ne vale la pena, ma prenotate con un giorno di anticipo la visita guidata. Noi l'ascoltiamo in catalano e si capisce. Splendido e punto. Poi saliamo fino agli ottocento metri del monte Tibidabo, tra una chiesa gotica e un luna park un po' sinistro, una funicolare che si arrampica e un panorama mozzafiato. A Sant Gervasi ci sono le ville extralusso e due vecchine mi indicano la strada giusta per prendere l'autobus in direzione Casa Milà/Pedrera. Folle capolavoro, mi scappa ancora questa parola davanti al genio di Antoni Gaudì. Sul tetto ci stiamo quasi un'ora, sarà per quello che ci siamo vagamente abbronzati? L'aperitivo si fa nel malfamato e alternativo quartiere del Raval. Ad accompagnarci è un tassista col codino che ascolta roba virtuosa tipo Jimi Hendrix e John Petrucci con l'I-pod attaccato all'autoradio. Croquetas de jamòn da mangiare, Cava da bere, Barcellona-Valencia in diretta, si sta bene al Raval. Compro anche una maglietta al mercatino da una simpatica ragazza che fa la grafica. Di nuovo movida e cena sul lungomare di Barceloneta con tanto di ulteriore aperitivo di gazpacho alla fragola. Anche qui i colori la fanno da padrone. I locali sono uno più trendy dell'altro. Ci godiamo anche un lieve accoltellamento in diretta con annesso arrivo della polizia a mò di telefilm. Il ritorno in taxi ce lo facciamo ascoltando la diretta radiofonica di Osasuna-Real Madrid, che assegnerà la scudetto al Real e confezionerà un'altra cocente delusione per il popolo blaugrana.
Sì, finisco. Santa Maria del Mar è un'altra cattedrale gotica di tutto rispetto. La Boqueria è il mercato più bello che esista, credetemi. Il trionfo, ma guarda un po', dei colori. Ti godi il tutto con in mano un ottimo frullato di frutta al naturale, te lo fanno assaggiare per strada e poi inevitabilmente lo compri perché è buono. Non lo prenderei mai altrove, ma c'è un luogo per tutto, appunto. Il tassista che ci porta all'aeroporto, now playing Bob Sinclair e altra roba disco, ci fa pagare un botto rispetto alla media bassa degli altri. È l'ultimo. Ci attende lo sfigato gate 17 dell'aeroporto, una hostess che prima dell'atterraggio sbotta a ridere al microfono e non si riprende più, ma per fortuna stavolta i passeggeri non fanno l'applauso cafone all'atterraggio. All'andata sì. Italiani, bleah. Da quell'ultimo taxi all'atterraggio passano circa quattro ore. Nelle quali concludo che anche in Spagna si sta molto meglio che da noi, che c'è anche molto più ordine e pulizia, che la gente è meno cafona, che si mangia bene e imparerò a cucinare le mie tapas preferite, che tornerò a Barcellona, che insieme alla Noe si viaggia sempre sul velluto e non è cosa da poco. Da quell'ultimo taxi all'atterraggio penso a quella sigaretta da fumare accanto alle porte a vetro. La fumo. Hasta pronto.
In copertina: foto di me medesimo - I comignoli di Casa Milà, seppia.
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domenica, 27 aprile 2008 |
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VI LASCIO QUI. VI DISPIACE?
(on the air: Hercules and Love Affair - Blind)
Si avvicina il primomaggio e dunque la partenza per Barcellona. Facciamo così, vi avverto prima: salvo bisogni grafomani irrefrenabili non scrivo più fino al ritorno e un po' oltre (torno il 5 sera).
Sinceramente non vedo l'ora di lasciarmi alle spalle il lavoro degli ultimi giorni, l'essere perennemente stanco, la sensazione che qualsiasi cosa faccia preferirei essere lontano anni luce da qui, la gente che convinta della propria scelta va a votare per Rutelli e il suo clientelismo, la macchina dal meccanico, Roma e i suoi lavori in corso da una vita, i suoi coglioni che ti vengono addosso col suv e col motorino, il blog da aggiornare, i problemi degli amici, i problemi degli affetti, i problemi miei. Insomma il trituramento di coglioni quotidiano, il nuntereggaeppiù.
Si avvicina la partenza per Barcellona. Sinceramente non vedo l'ora di essere sull'aereo a tenere la mano della Noe al decollo, che nessuno di noi ha paura di morirci, però è ancora un modo innocente per emozionarsi. Non vedo l'ora di sentirmi di nuovo straniero in un paese straniero, di non sentire parlare dialetti noti ad ogni angolo di strada (anche se poi da qualche parte li sentirò), di abitare in una camera che non rivedrò mai più, di andare in giro senza nessuno che mi rompe con l'elenco delle cose da fare oggi e domani, di sfogliare in santa pace la guida e decidere dove andare, di vedere un mare che non è il mio, di ridere in mezzo a gente che con me non c'entra una mazza, di lasciarmi affascinare da Gaudì e dal suo modernismo esagerato, di girare per le Ramblas qualsiasi cosa esse siano, di fumare dentro un locale, di pensare di aver scoperto un posto che non ci vanno i turisti anche se poi di certo non è vero, di fare foto a qualsiasi stranezza mi capiti a tiro, di discutere in due su che strada prendere sapendo che la mia scelta è quasi sempre quella sbagliata, di parlare delle altre città dove sono stato per concludere che c'è sempre un angolo che ti ricorda un altro angolo di mondo, di racchiudere tutto ciò che mi serve in un bagaglio a mano, di avere un altro posto da raccontare con trasporto per il resto della mia vita, di assaporare cibi e tramonti nuovi, di sfamare la mia vorace curiosità, di trovarmi altrove.
Quando si arriva in una città nuova non ci sono che strade a perdita d’occhio e file di palazzi prive di senso. Tutto è misterioso, vergine. […] Basta un attimo, e tutto questo ci appartiene, perché ci abbiamo vissuto. […] Urquinanona: questo nome dal suono vagamente Sioux si andava ad aggiungere alla lunga lista di parole in origine stravaganti che accumuliamo in qualche angolo del cervello. Urquinaona ormai troneggia accanto a untume, catapulta, upupa, decubito, cumulonembo, Ulan Bator, Uma Thurman. È diventato normale e familiare. Un giorno, quando sarò tornato a Parigi, anche la peggior sfiga si trasformerà in un’avventura straordinaria, in virtù del meccanismo idiota per cui i giorni più tetri di un viaggio e i momenti più sordidi sono quelli che tendiamo a raccontare con maggiore entusiasmo.
(Romain Duris, "L'Appartamento Spagnolo")
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giovedì, 03 gennaio 2008 |
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VIENNA, IL CAPODANNO E LA NEVE
(on the air: Liquido - Narcotic)
La strada che va dall'aeroporto di Schwechatt a Vienna è piena di ciminiere che fumano ventiquattr'ore su ventiquattro, ha indicazioni per le capitali di ben quattro paesi (Vienna, Budapest, Praga e Bratislava), alle dieci di sera ci sono spruzzi di neve qua e là, e soprattutto non piace a Niki Lauda. Da questa strada comincia il nostro viaggio per scoprire in meno di tre giorni, la capitale austriaca. Su questa strada ci fermiamo. Dopo un breve inseguimento, la polizei stoppa il nostro tassista e lo multa per eccesso di velocità: pagamento immediato, come una volta qui da noi. La voce monocorde e severissima del poliziotto ci rimbomba ancora nel cervello. L'albergo, un bell'albergo austero come te lo aspetti a Vienna, è nel distretto di Alsegrund, ben servito dai mezzi pubblici, ma ha un difetto: fa caldo, troppo caldo. Questi qua sono malati di mente. Fuori fanno meno uno gradi e dentro non lo so, io ne avverto trenta. Dormire è difficile, ma in fondo basta pensare che sia estate e scoprirsi. Non importa se dalla finestra arriva lo spiffero polare. La mattina fa il suo ingresso la regina di questa mini vacanza: la neve. Quando sottile, quando densa quasi aggressiva, quando leggera e gradevole, la neve non ci abbandonerà più. Val bene incazzarsi con l'hotel quando vedi che privilegiano quasi esclusivamente chi fa colazione con uova salumi e roba salata e pesante. Con tutti i dolci che hanno in Austria e con tutta la clientela italiana, mi sembra una bestemmia avvantaggiare così tanto la colazione continentale, accompagnata dalla sciacquatura di piatti universalmente nota come caffè americano. Vienna è piccola. È difficile perdersi, basta capire due o tre meccanismi e la giri tutta senza problemi. Il Duomo di Santo Stefano imponente e piacevolmente gotico, occupa una piazza che sembra piccola soltanto perché la cattedrale è immensa. Bisogna farsi prendere da Vienna. Non è facile in pochi giorni. Per cominciare va anche bene la HundertwasserHaus, un angolo di Barcellona in mezzo alla neve. L'architetto che l'ha progettata somiglia un po' a Gaudì: colori vivi dappertutto, un pezzo viola, uno giallo, alberi piazzati sulle terrazze fino in cima a questo variopinto palazzo dominato da due piccole cupole d'oro. Ci vivono, qui dentro: non vogliono scocciatori giustamente. Ma da fuori ci piace. Per stare così poco, bisogna a malincuore decidere di non visitare musei, di lasciare da parte la principessa Sissi, Mozart e Klimt e gli altri numerosi artisti presenti sulla scena viennese. Noi, per vivere meglio la fine dell'anno, abbiamo addirittura deciso di andare a cena alle sei e mezzo del pomeriggio con tanto di prenotazione dall'Italia. A sapere che tutti i ristoranti erano aperti, magari avremmo mangiato in un fast food. Abbiamo scelto un ristorante italiano scicchettoso: carina l'atmosfera, il cibo non era orrido, anche se come in Germania, in qualsiasi pietanza, predomina sempre quel sapore di rafano che a loro piace tanto. A eccedere ci si rimette sempre, come quelli fissati col peperoncino che dopo non sentono più i sapori. Un cenone di Capodanno, innaffiato da gewurtztraminer friulano, che finisce sobriamente alle otto e mezzo. Questa non l'avevo ancora provata. Via gli abiti semi-eleganti e ci si può tuffare nella festa vera. Il maltempo ci risparmia, il freddo no, che ve lo dico affà. La KarntnerStraße, il corso, è un fiume di gente (gli italiani sembrano più degli austriaci), ci sono chioschi ovunque: salsicce, vin brulè, pane, spumante, birra, patate, castagne, dolci. Se non fosse che fa troppo freddo per fermarsi ci sarebbe da rimangiare. Si balla, dal rock al waltzer, dalla techno al reggae fino alla latino americana. E si balla e si canta tanto la canzone del mio on the air. Si sparano botti in continuazione, fino ad arrivare alla santabarbara del primo giorno del 2008. Sembra Napoli! Per riscaldarci con un caffè finiamo poco prima di mezzanotte in un locale dove la proprietaria finge di essere italiana e piazza un cd con perle tipo Nenè di Amedeo Minghi o Ti Vorrei di Masini. Un brindisi improvvisato sul corso in mezzo a millemila persone, a base di spumante orrendo del supermarket Billa. Fortuna che ne avevamo presa una boccettina. Che tutt'ora giace non finita nel frigobar dell'hotel. Sachertorte rintanati nel caffè Gerstner dopo mezzanotte, e all'una e mezzo siamo tornati. Per terra c'è di tutto, io cerco soldi, ma è l'unica cosa che non trovo. La gente si perde sempre un guanto solo, fateci caso. Era pieno di guanti spaiati questo Capodanno. E miccette spente, vetri di bottiglie, gente che piscia, che vomita, chi porta a spasso i bimbi, chi si bacia chè qui è più romantico, chi chiede l'elemosina e viene travolto dall'affetto del suo cucciolo di cagnolino. C'è di tutto, come in ogni capodanno in piazza. Io poi non capisco questa agitazione per capodanno. Ma questo meriterebbe un discorso a parte. Sinceramente è un giorno come un altro in cui ti trovi costretto a organizzare qualcosa perché gli altri fanno qualcosa. Per questo, una volta tanto, l'estero, a me come alla Noe, è sembrato la soluzione migliore e più sensata. Insomma in piazza a Roma non ci andrei mai. I must di questo viaggio? Il giro al Prater (brutto il Prater!) sulla Riesenrad, la ruota panoramica, durante la tormenta. La mattina del primo dell'anno nei giardini del castello di Schonbrunn, bianchi di neve tra gli scoiattoli che fanno capolino. Il vin brulè il pomeriggio del primo gennaio nella scenografica piazza del Parlamento (il Rathaus). Un classico berlo mentre ascolti il concerto di Capodanno dal maxischermo e qualcuno abbozza un waltzer. Iniziare il 2008 in albergo con il Peter Sellers-Hrundi W.Bakshi di Hollywood Party in tedesco in tv. Il Danubio imbiancato dalla neve. La schnitzel da Figlmuller, una cotoletta grande come una pizza. Turistico ma anche no, pieno di italiani, ma ne vale la pena. E non chiedete in giro il cordon bleu, potrebbero portarvi un affare grosso e pesante come uno scarpone. Però buono. Altri must mangerecci? La sacher da Aida, una catena senza l'eleganza e il marchio dell'Hotel Sacher, ma con prezzi migliori. Certo ti scoccia quando una coppia di austriaci di provincia ti usurpa mezzo tavolo, ma vabbè. Le patate dai caldarrostari per strada, in particolare quello zozzone di fronte a Schonbrunn. Il megawurstel in giro per le stradine, magari facendovelo dividere e dicendogli di metterci meno senape, mica come noi, mannaggia. Le stroncature? non tantissime, certamente per vedere bene Vienna ci vorrebbe almeno un giorno in più, almeno un museo andrebbe visitato. Shame&blame on: gli italiani. Tutti, da nord a sud. Non è questione di esterofilia, sono il primo a difendere il nostro paese dai luoghi comuni, ma siamo/siete/sono i soliti cafoni da viaggetto organizzato, dalle strade fin sopra l'aereo e non sto manco a spiegarvi i motivi. Male organizzato l'aeroporto viennese, tra code interminabili, cambi di programma e temperature da deserto del Sahara, che allora andavo in Africa. E quanto inquinano tutte quelle ciminiere che sputano fumo intorno alla città? Ottimi i collegamenti ovunque, mezzi pubblici e taxi, che come al solito qui in Italia ci dovremmo vergognare e seppellire. E siccome a Vienna il maiale porta bene e la gente si mette i cappellini da porco in testa e oltretutto la testa del porco se la mangia, vi auguro buon anno alla austriaca: viel schwein, buon maiale a tutti!
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martedì, 28 agosto 2007 |
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AUF WIEDERSEHEN MEINE LIEBE!
(on the air: XTC - Making Plans For Nigel)
Raccontare una settimana a Berlino non è per niente facile. Soprattutto quando decidi che è il caso di percorrerla in lungo e in largo e già la sera non ti ricordi più cosa hai fatto la mattina e devi scavare perché le cose sono tante. Raccontare i chilometri fatti a piedi dalla mattina alla notte è difficile, forse potrebbero raccontarli i miei arti inferiori, ma bestemmierebbero in tutte le lingue. La città mi ha rapito di nuovo, come due anni e mezzo fa, e stavolta ha rapito anche la Noe. C'è da dire che i collegamenti all'albergo non erano il massimo, lo sapevamo, ma pensavamo fossero meglio: tra la metro a un kilometro e per giunta con linea interrotta e una sola linea di autobus diretta, abbiamo faticato il doppio. Addormentati su un lato della Sprea, il fiume che attraversa Berlino, in una zona residenziale che dalla finestra in lontananza si vede l'angelo della vittoria della Siegessaule. A proposito di Siegessaule, vi sconsiglio di salire fin su, è un'inutile ammazzata, non fatevi concupire da Wenders (mai visto un suo film, d'accordo).
Forse ci vuole un po' di random per parlare (di nuovo) di questa città. E pensare con nostalgia fresca fresca alle squisite e rilassanti colazioni all'Einstein Kaffee con la bionda cameriera che noi chiamavamo Inga, che impastava pane e dolci a un passo dalla Sprea. È un buon modo per cominciare un racconto, ma soprattutto una giornata fatta di spostamenti in autobus, in tram, in metro, fatta di passi che ci portano dal futuro di Potsdamer Platz, così americana nei suoi grattacieli e nelle sue luci al Sony Center, fino al passato recente di quel muro o di quello che ne resta. Una storia recente o meno recente ci porta tra il Check Point Charlie e la chiesa di Kaiser Wilhelm devastata dalle bombe amiche. In un attimo e una volta di più, si capisce quanto un'ideologia portata all'estremo possa devastare il volto di una città, possa uccidere, sconvolgere, dividere i suoi abitanti, sia essa nazismo o comunismo. E il mio già forte odio per le ideologie non può che accrescersi. Berlino è il grigio di Alexander Platz, che piove anche quando a una decina di fermate di metropolitana c'è il sole. È l'imponente Fernsehturm, la torre della tv con il suo ristorante girevole, che se non la vedi, significa che stai andando davvero lontano. Berlino è carica di storia antica, dal Pergamon Museum con i resti della culla della civiltà al Museo Egizio, tra mummie e Nefertiti. Berlino è arte, quella stramba della Bauhaus, dove Gropius, Klee, Kandinski e compagnia bella concepivano ai primi del novecento quello che sarebbe diventato il futuro arredamento low cost dell'Ikea. Berlino è anche natura, allo zoo: la gente fa a botte per guardare l'orsetto Knut, che intanto cresce e che per fotografarlo abbiamo dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Berlino è il tranquillo e alternativo quartiere di Prenzlauer Berg, dove a cercare bene si trovano i negozi meno globalizzati e si fanno begli acquisti. Un giorno magari la Noe vi parlerà delle borse di Tausche, o magari vi farò vedere le mie magliette con Bud Spencer (quanto va forte in Germania!) o Roger Moore e Tony Curtis. Peccato non essere andati a Kreuzberg, altro cuore della capitale alternativa. A Berlino la gente mangia a qualsiasi ora. Mi stupivo di Roma, ma lì è anche peggio. Non ci si spiegherebbe altrimenti la visione di alcuni tedeschi o americani, adesso non so, che mangiano cibo orientale all'interno del KaDeWè, l'immenso centro commerciale di Wittenberg Platz, alle cinque del pomeriggio. Avevamo la nausea. Berlino è una capitale consumistica, con tutte le sue catene di fast food, i caffè lunghi di Starbucks, soprattutto non parlatemi di pesce fritto per un bel po', vista l'abbuffata da Nord See. È odore di cipolla, di curry, di crauti, di wurstel, di carne e patate, di olio rifritto, a qualsiasi ora, ovunque. Sotto la cupola del Reichstag (il Parlamento) come nei sottopassaggi della metro, all'aeroporto o tra i grattacieli. Berlino è lo stupore dentro il museo del cinema, che pensi sia turistico e invece atterri su un altro pianeta fatto di specchi ed effetti speciali e rimarresti ore ad affascinarti con Fritz Lang, F.W.Murnau e soprattutto quella femmina fatale che era Lili Marlene Dietrich. Berlino è nei turisti italiani che si prestano quasi sempre volentieri a due chiacchiere o farti una foto, è negli spagnoli numerosi e fracassoni, negli americani babbioni e in tutto il resto del pianeta che sembra riunito lì. Berlino è nei volti dei suoi cittadini, volti tedeschi, turchi, italiani, asiatici, tutti riuniti sotto l'unica bandiera dei ristoranti, come dire, basta che se magna. E devo dire che anche noi gli abbiamo dato giù, vedi la Kartoffelkeller, tutto a base di patate, o Noodle Kitchen tra un sushi e un tempura proprio accanto alle reliquie della DDR. Berlino è l'austerità del Mitte, il centro, elegante e teutonico, la vitalità diurna di Friedrichstraße e Kurfurstendamm con i loro negozi che sono uguali a quelli del resto del mondo. Berlino è tutta uno scavo: lavori in corso in ogni dove, nuove costruzioni in spazi immensi, si rade al suolo e si ricostruisce, pare sia un'eterna condanna di questa gente.
Berlino è sì austera e teutonica, ma in realtà arruffata e stravagante: non basta che i mezzi pubblici arrivino in orario per convincersi che qui è tutto preciso. Da qui sono partite rivoluzioni politiche, culturali, musicali. Se sotto non c'è un magma caotico sempre attivo non si crea niente dal nulla. Che ho detto? Mah! E allora giù a frivolezze: le ragazze sono belle (non sempre) e bionde (nemmeno), la birra è buona e io mangio volentieri wurstel polpette e patate in quantità. Fortuna che camminiamo per chilometri, così si smaltisce. I berlinesi vanno in bicicletta, e a pensarci bene sono più pericolosi e indisciplinati degli automobilisti, soprattutto per noi che non siamo abituati e finiamo sempre a camminare sulla striscia rossa della pista ciclabile e subire il drin drin del campanellino. Mi mancava questo aspetto estivo: in inverno, l'altra volta, in pochi si avventuravano sulle due ruote. Peraltro qui non esistono scooter e motorini. Mi viene da pensare che se un tedesco arriva a Roma si spaventa con tutti i motocicli che girano in città. Berlino d'estate, soprattutto sulla Sprea, si popola di inattesi compagni di viaggio. Tante vespe di giorno, zanzare di notte, ma soprattutto ragni. Ragni ben pasciuti che fanno paura a un soggetto tendenzialmente aracnofobico come il sottoscritto. Ma credo farebbero paura a chiunque, ve lo giuro sul canguro. Anzi poi vi metto la foto. I berlinesi si sbracano nei parchi, loro mica ce l'hanno il mare. E il clima estivo è capriccioso: caldo, freddo, pioggia, sole, tutto nella stessa giornata.
Che manca ancora? La cupola d'oro della Sinagoga a Oranienburger, il pesante monumento al soldato sovietico, la porta di Brandeburgo, pronta a ospitare un maxiconcerto di beneficenza con il rapper del momento (Bushido) il Duomo e la sua maledetta scritta zur kuppel (alla cupola) eppoi non si arrivava mai -altri scalini da evitare come quelli della Siegessaule-, il castello di Charlottenburg, la Literatur Haus e la galleria fotografica di Fasanenstraße, la megafontana dell'Europa Center, il quartierino antico e ricostruito di Nikolai Viertel, la minicrociera sulla Sprea e noi mescolati ai babbioni americani, i grossi orsi colorati (i Buddy Bears) in ogni parte della città e la Noe che si è fatta le foto con tutti 'sti orsi che abbiamo trovato lungo la strada, il divertente Taxi Quiz, nostro appuntamento televisivo quasi fisso delle otto di sera in albergo, le sigarette ancora tollerate ovunque o quasi, gli affascinanti (per me), orrendi e comunisti tubi colorati che corrono lungo Unter den Linden, l'Holocaust Mahnmal, tanti cubi di cemento per ricordare tutte quelle vittime, che stavamo lì a un passo e non l'abbiamo trovato. E naturalmente Hackescher Markt, il quartiere un po' fighetto, un po' bohemienne che senza dubbio era e resta il mio preferito.
Ho vomitato tutto così come veniva, capitemi. Il post è passibile di aggiornamenti. Quando avrò un pochino più di tempo, posterò le foto su Flickr. Ne abbiamo fatte trecento, ci vuole tempo per scegliere e didascalizzarle o come cazzo si dice. Intanto beccatevi questo post, lungo come una qualsiasi piazza di Berlino: ce ne fosse una che non ci metti mezz'ora ad attraversarla.
Update: ecco qui l'altra Berlino di Noelìn, così simile alla mia e lei non mi aveva neanche letto...
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lunedì, 06 agosto 2007 |
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ATAROULETTE RUSSA
(on the air: Cherry Ghost - People Help The People)
Come in una roulette russa, avevo in canna tre colpi. I primi erano due post: uno sull'ultimo giorno di lavoro prima della prima settimana di ferie (come sapete, la settimana di Ferragosto lavoro eppoi torno in ferie e scappo a Berlino). Volevo parlare del mio viaggio di andata verso l'ufficio, carico di belle speranze, di musica alta e di aria fresca. Ma poi di più ha potuto la stanchezza e la poca voglia di scrivere. Secondo sparo a salve: il post sulla cena svuotafrigo a casa della Noe e sulla facilità che ho di salvare tutto il salvabile alimentare, organizzando una succulenta cena di avanzi, nonchè il mio brillante esordio culinario alle prese con il pesce. Mi immaginavo su una sorta di arca di Noè (da non confondersi con la Noe), che invitavo il cibo a salire. Le salsicce insieme ai piselli, il pesce insieme alle patate, le melanzane per mano ai pomodori. Oppure che entravo dalla porta di casa pronunciando le mitiche parole "sono il signor Wolf, risolvo problemi" e aiutavo Vincent e Jules a smaltire le cibarie. Anche stavolta, la stanchezza ha vinto, niente da fare. Questo è il terzo e ultimo colpo e va a segno seppur di striscio. Tra qualche ora sarò/saremo nel solito buen ritiro di Punta Rossa al Circeo. Un paio di giorni per dire che per quest'estate il mare l'ho visto, per prendere un po' di tintarella eppoi riposo fino a fine settimana a godermi da single forzato la città che si svuota. Quest'anno non so nemmeno se chiudo per ferie qui sopra. Forse mafforse giusto la settimana berlinese. Bang.
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lunedì, 30 aprile 2007 |
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APOLIDE A FASI ALTERNE
(on the air: Midlake - Roscoe)
Tardo pomeriggio. La stazione è quella di Roma, ma potrebbe essere una qualsiasi, anonima, grigia stazione. Io sono un apolide, ma solo perchè mi va di utilizzare questa parola. Potrei essere chiunque, da solo, con un vecchio zaino rotto in spalla, in mano un borsone jeans che usavano i miei genitori ai tempi della casa al mare, in bocca una sigaretta spiegazzata, camminando sicuro nelle mie scarpe consumate da mille pavimenti. È qui, in mezzo a persone senza volto che smuovono l'aria passandomi accanto, che ho pensato di descrivere determinate sensazioni. Non parlatemi di treni per un po', che ne ho presi otto e uno l'ho anche perso. Ho la faccia vagamente abbronzata di chi ha camminato accanto al mare, mentre la gente ci stava già dentro. Ho le gambe dure di chi ha percorso una discreta distanza e ho i ricordi rinverditi di due piazze che non mi vedevano da un po'. Piazza dei Miracoli a Pisa, è vuota. È notte, poche luci ad illuminare la torre più storta del mondo. Non ci passavo da qualche anno, di notte neanche l'avevo mai vista. Il passato: prima la scuola poi una vecchia fiamma. Pisa, rieccoci qui un'altra volta. E rieccomi anche a Piazza del Campo, a Siena. Niente ricordi se non foto sbiadite di vent'anni fa almeno. Allora avevo una maglietta celeste con disegnato un salvagente, stavolta ne indossavo una altrettanto celeste ma con sopra un numero e il nome di una capitale caraibica. Ho dentro la libertà di due persone che si sono fermate presso un austero cortile papale per ripararsi dalla pioggia, mettersi a guardarla e decidere di farsene cadere qualche goccia in testa. Cos'altro puoi fare vicino ad un pozzo dei desideri con tanto di monetine sul fondo, mentre Vivaldi suona senza soluzione di continuità? Ho la gola secca di chi ha sopportato il caldo a fatica, sudando di giorno per poi avere freddo la sera, passando per cento tipi diversi di aria condizionata. Ho ritrovato il fischio nelle orecchie tipico di chi va in discoteca. Mi sono sentito fuori luogo in mezzo ai ragazzini senza scrupoli che ci provavano con tutte. Poi un diggei attempato ha pensato bene di farmi un regalo, inanellando una sfilza di canzoni dance anni novanta. Non le sentivo in pista da una decina d'anni. A questo punto i ragazzini ballavano e ci provavano ancora, ma io non mi sentivo più fuori luogo: fanculo le leggi, mi mancava solo una sigaretta per tornare ai tempi d'oro della commerciale. Tutto effimero quanto il pensiero di viaggiare, di tornare nei posti e riprovare le stesse sensazioni. Impossibile riuscirci anche tornandoci con le stesse persone. Ogni luogo, ogni angolo racconta sempre una storia diversa. Ho la tranquillità di chi ha dormito da solo in una stanzetta d'albergo, tra un giro di telecomando, una doccia rigenerante e un po' di campagna intorno. Io continuo a cercarmi, a specchiarmi, a non realizzare se cambia lo specchio o cambio io, o magari è il tipo di sguardo, la luce. E allora vai a capire se è colpa tua o dello specchio o di dove stracazzo ti trovi. Ho in tasca altri biglietti usati, qualche soldo avanzato, immagini fermate con un click, nuove note e questo post.
Sto percorrendo quel lurido binario, mi tengo lontano dalla linea gialla, in mezzo a persone senza volto. Io sono soltanto una di quelle persone, sto andando controvento e oggi ho qualcosa da raccontare.
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martedì, 13 febbraio 2007 |
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AVVENTURE E DISAVVENTURE A BRUXELLES
(on the air per motivi di imprevisto tartassamento in loco: Whitney Houston - I Will Always Love You)
Le precedenti volte che ho raccontato i miei viaggi, l'ho fatto in maniera un po' enfatica. In questo caso sono ad un bivio. Perchè l'elemento tragicomico è più presente in questo viaggio rispetto agli altri, e la tentazione di far ridere è forte. Ma andiamo con ordine, si parte.
Si parte? No.
Ore 7,00, aeroporto di Roma Ciampino: il volo delle 8,55 per Charleroi (46 km a sud di Bruxelles) è stato cancellato. Il motivo? Neve! Nevica in tutta Europa. Io e la Noe non ci facciamo prendere dal panico e andiamo a chiedere informazioni alla RyanAir. Le hostess di terra, scocciate, ci dicono che abbiamo due alternative: o partiamo alle 11,40 per Eindhoven, in Olanda, oppure prendiamo il volo delle 20,30 per Charleroi. La scelta cade su Eindhoven. E per fortuna c'è un tizio, nostro compagno di sventura e da noi detto Medioman che ha il pc portatile e ci informa delle coincidenze dei treni che dovremo prendere a spese nostre per arrivare fino a Bruxelles. Decidiamo con Medioman (ce lo chiede lui) di prendere il taxi insieme da Eindhoven aeroporto a Eindhoven stazione. Ma Medioman scomparirà nei meandri del Boeing 747, e il taxi con noi non lo prenderà. E così mentre scatta la solidarietà tra passeggeri incazzati, il volo parte anche con venti minuti di ritardo, a mezzogiorno. La nostra prima mezza giornata a Bruxelles ce la siamo bruciata. Ci costerà tantissimo in termini di organizzazione futura. Dopo un tentativo di atterraggio non riuscito causa neve, riusciamo a toccare Eindhoven, prendiamo un taxi non ufficiale, un tizio con una Jaguar che ci ladra abbastanza, ci illustra il Philips-Stadium dove gioca il PSV, ci dice che, fanculo, non nevica mai in quelle zone e arriviamo alla stazione. Ci attendono tre treni e due cambi. Inizia l'interrail: prima fermata a Tilburg. Poi passiamo per Breda, quindi arriviamo a Roosendal, da lì, via Anversa, siamo a Bruxelles. In tutto undici ore di peregrinazioni. Praticamente col pullman da Roma facevamo prima.
Ora però cambio stile: la partenza meritava un post a parte. Adesso siamo alle suggestioni della città.
L'impressione che dà la capitale belga è che non sia poi così europea come vogliono farti credere. E quando dico europea, intendo l'aria che si respira: non facile da spiegare, quindi non mi addentro. Brussels è così. La sera stessa, partiamo dalla base di lusso dello Sheraton (bello, sì, qualcuno del servizio era un po' antipatico, ma nel complesso è di tutto rispetto, ci mancherebbe) e dopo due fermate di tram sotterraneo siamo alla Bourse. Il tutto chiaramente mentre il vento gelido ci spazza via e ogni tanto qualche goccia di pioggia ci schizza. L'emozione dopo cinque minuti di cammino, di vedere la Grand Place, è forte. E' davvero qualcosa di mai visto. Tra ristoranti e negozi di cioccolato, questa piazza ha uno stile unico al mondo, tutta gotica, e l'impatto nel vederla vuota e priva di turisti è ancora più sorprendente. La fame si fa sentire e così in una birreria Stella Artois assaggio moules e frites. Cozze e patate fritte. Le cozze sinceramente sono insipide, sono un chilo, ma sono talmente scondite (c'è solo sedano), che non restano neanche sullo stomaco. Le patatine fritte sono normalissime. Ma nei giorni successivi ne mangerò di migliori, anche se purtroppo quelle dei chioschi (le friterie) non sono riuscito ad assaggiarle, dannazione. La birra è buona, anche la Noe gradisce, pur non essendo amante della bevanda. Purtroppo i belgi non sanno mettere i cartelli stradali, e così il giorno dopo non siamo riusciti a vedere il museo delle Belle Arti, abbiamo girato a vuoto e abbiamo pagato a caro prezzo quella mezza giornata persa per il cancellamento del volo, che ci sarebbe servita per orientarci bene sulla cartina. Per giunta gli orari dei musei sono terrificanti: chiudono alle cinque. E i negozi alle sei. Dovevamo andare in Spagna, almeno lì la vita va avanti fino a notte inoltrata! In ogni caso ci hanno fatto girare intorno al museo per un'ora e non ce ne siamo accorti. A Bruxelles c'è cioccolato ovunque. Più in generale in Belgio, se è vero come è vero che le nostre spese goderecce le abbiamo fatte a Bruges. Mai sentita cioccolata più buona. C'è un culto per questo nettare divino. Il miglior cioccolataio è Neuhaus. Classe eleganza e bontà sopraffina. Fatevi un giro sul sito e morite d'invidia per noi che ci siamo portati a casa sei chili di quella roba. A Bruxelles ci sono anche patatine e birra ovunque, e cozze, tante cozze, intese nel senso di mitili. I belgi sono anche ottimi fumettisti: da Tin Tin (in copertina) ai Puffi e tanti altri, anche se non ho visto il draghetto Grisù in giro e sono rimasto male di ciò. Il museo del fumetto (la bande dessinee), abbiamo perso anche quello. La metropolitana è sporca, forse più di quella di Roma, l'impressione che abbiamo avuto è che in generale la città non sia poi così pulita, ma del resto cosa puoi aspettarti da un città che come simbolo ha un puttino che fa pipì? Peraltro orrendo, diciamolo. E la malavita (soprattutto extracomunitaria e nordafricana) sembra ben peggiore che altrove. Girare di sera nelle metropolitane dà un senso di insicurezza che non avevo sentito a Lisbona dove ad esempio gli angolani hanno ben altra dignità. L'Atomium è una sorta di cattedrale nel deserto (nel fango, diciamo), ma starci dentro è una figata, compreso salire su uno degli ascensori più veloci del mondo, compresa la mostra delle Barbie anni sessanta che ci è capitato di vedere lì dentro. Sembra di stare nel laboratorio di un vecchio film cult di fantascienza. E accanto c'è il cadavere tutt'altro che cadavere del vecchio stadio Heysel, quello della tragedia.
Bruges è bellissima. E' irreale, romantica nel senso letterario, ventosa e piovosa, anche se dopo un pasto caldo, magari a base di zuppe di legumi o pesce del mare del nord, il sole a sorpresa fa capolino per accompagnarci fino a verso sera, quando ripiove. Un borgo medievale diverso rispetto ai nostri. Lì era un altro medioevo. E un museo pieno di storia pittorica fiamminga, davanti ad un canale che compare dal nulla dietro le case rosse con i tetti spioventi. E gironzolare per il burg, il centro, degustando i cioccolatini da passeggio, ci fa sentire un po' belgi in mezzo a miriadi di turisti.
Altri pensieri sparsi. Piove tanto in Belgio. Non passa una giornata che il tempo non peggiori repentinamente e ripiova. Se ci andate, mangiate le gaufre o waffel e altri dolci tipici e mangiate la carbonnade, spezzatino di carne alla birra. E non bevete l'acqua, costa cara, meglio la birra, anche se dopo un po' potreste morire di sete. Il posto dove eravamo noi, il Manhattan Center, è pieno di grattacieli e alberghi di lusso, è vicinissimo al centro, eppure è una zonaccia tra locali per adulti e gente poco raccomandabile. Contraddizioni di una grande città, del resto anche a Roma ci sono posti così.
Infine fatemi ringraziare Ben, per averci fatto sentire a nostro agio in una città che era più o meno nostra solo da una giornata. Un'ottima cena, due chiacchiere sul mondo blog, molte di più sulla vita reale. Mentre piove. Piove anche quando lasciamo la stazione per andare a Charleroi, con il piccolo rimpianto che se avessimo avuto quel tempo in più, sarebbe stato perfetto.
Un'altra ics sul mio mappamondo, in attesa del prossimo viaggio.
Edit: sentite la mancanza di un post su San Valentino? Eccovi accontentati con un vecchio, mitico post.
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martedì, 29 agosto 2006 |
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ATARU RETURNS
(on the air: Thom Yorke - Harrowdown Hill)
Ataru posta di mattina perchè non regge più gli orari vampireschi e va a letto presto. Ataru non confesserà mai che va a letto prima per vedere la mattina dopo le repliche di Beverly Hills 90210. Insomma ammetto che da più di una settimana ho lo sbadiglio facile. Che dirvi dei viaggi in terre toscoliguri? Per fortuna, grazie alla Noe, ho fatto il bagno nella piscina comunale di Peccioli (PI) perchè se avessi dovuto pagare venti euro per stare in un francobollo di spiaggia a Lerici tra sassi e gente più un presunto squalo in mare e le alghe killer, mi sarebbe roduto il culo. Quattordici anni dopo i tre giorni della visita in marina a La Spezia, a Lerici c'è ancora il ristorante il Frantoio ma non fa più il risotto al pesto e manco ci riusciamo ad andare. Le candele per l'aromaterapia al gusto kiwi-pera sono ammalianti fino a che non senti che costano quaranta euro. Portovenere, raggiunta in battello, è bella, ma mi chiedo un paio di cose: perchè le case dei posti di mare un po' arroccati sono tutte colorate? e soprattutto: perchè la gente scala delle rocce aguzze in bilico sul niente per prendere il sole? Credo che debba rispondermi un indigeno, visto che scopro sempre più che i liguri sono dei rocciatori che manco Messner fa certa roba per andare al mare, ammesso che ci vada portandosi ovviamente in spiaggia un panino con lo speck. Mangiare si mangia bene, tra focacce, pesto e pesce, dio che indigestione di pesce tra il Circeo e là. La cosa certamente più affascinante e inquietante era il montacarichi Elfo che ci portava al rallenty al terzo piano del bed and breakfast della pittoresca signora Grazia, purtroppo non documentato da foto (foto che vedrete prossimamente con molta calma su Flickr). Non lo so, questo post è tutto alla rinfusa, ho omesso dei treni, fottuti treni della domenica, in ritardo e non si sa perchè; ho omesso del mio letto scricchiolante in quel di Ponsacco (PI), che altro ho omesso? Ho omesso che mi piace l'idea che la mia suoneria elettronica anni ottanta (OMD - Electricity) sia stata perlomeno un minimo apprezzata da gggiovanissimi che di solito adorano quell'insulto alla musica che è Fabri Fibra. Che l'estate s'è conclusa e tutto sommato c'è questo lasso di tempo che dura al massimo due settimane in cui ti va di riprendere il solito tran tran. E un saluto ai protagonisti di questa estate fatta di "sì arrivo", "ci vediamo domani", magari ci si becca" etc etc. A chi sono riuscito a vedere o incontrare: Dio finalmente fidanzato, Nalkila in un pub di tendenza a Sabaudia e a chi no: l'Aliena con il tempo sempre instabile e il maestro Poompah troppo impegnato a suonare in disco a Gaeta e noi troppo stanchi per andarlo a trovare. E grazie al babbo della Noe per avermi risparmiato la vita. Chè dormire anche solo una notte a casa dei suoceri può essere molto pericoloso. Più di un rubinetto quadrato che ti scivola tra le mani rischiando di fracassarti un'unghia. Benritrovati.
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martedì, 22 agosto 2006 |
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L'ESTATE PORTA SFIGA
(on the air: Skin - Purple)
Uh-oh, bentornato Ataru! L'estate porta sfiga, sono anni che lo sostengo. Ma non mi addentro in grafici e storie dai quali inevitabilmente si evincerebbe che non solo porta sfiga a me, ma a tutto l'orbe terracqueo. Allora vi dico cosa c'è da ricordare di questa estate pazzerella, ma chiamiamola pure un po' stronza. Se incontrate Andreotti che gironzola per il paesello sarete fortunati, la sua gobba è vincente. Noi lo abbiamo incontrato per ben due volte, Giulio. E ci ha portato bene, io l'ho addirittura sognato, però nel sogno era senza occhiali. Credo che durante la sfarzosa cena di Ferragosto, il mio stomaco abbia raggiunto il massimo della capienza disponibile, forse anche oltre. E' la prima volta che mi è capitato di dire non avevo mai mangiato così tanto ed era vero. E per fortuna ostriche e aragoste le ho lasciate nei vassoi, sennò mi sarei sentito peggio. Le mura ciclopiche del Circeo sono un mistero, non si sa chi l'ha costruite. Anche lei beve a garganella dalla grande tazza è stato il tormentone dell'estate. Invito a cena con delitto rivisto per la cinquantaduesima volta, ci ha fatto apprezzare la frase pronunciata da Peter Falk. Ho sperimentato le partite da mezzora a Pro Evolution Soccer. Ho mangiato più rombo che in tutta la mia vita e il risotto alla pescatora di Gennarino a mare a Ponza è il più buono del mondo. Ho capito che al Circeo sono dei coglioni, fanno chiudere le discoteche ad agosto per schiamazzi notturni, geniale, no? Un long island in compagnia è più bello alle due di notte. E in generale forse ne ho bevuti troppi, tanto che quando bevo dopo tanto tempo una Tennent's Super mi fa un effetto tremendo. Parlare al telefono tra le zanzare tigri che ti divorano, i gechi che ti guardano, Wind che prende la linea a seconda di come cambia il wind (il vento...bella eh?) e dopo aver chiuso il cellulare sentirsi la paura addosso che c'è molto che non va. E intanto aumenta la malavita a Roma e scippano anche mia madre sotto casa, a quando l'indulto per mandar fuori dall'Italia le teste di cazzo che ci governano? Pardon, si parlava dell'estate, anche questa è estate. Io direi che la cosa più importante, il momento storico, è stato il mio bagno al largo seppur con la ciambella, a Ponza. Erano almeno vent'anni che non facevo il bagno al largo. Ho trovato un coraggio che non mi aspettavo, volevo farlo e l'ho fatto. E Zannone, l'isola che non ci si può attraccare, è qualcosa di splendido, ma non dite in giro che il nostro gommone s'è fermato lì. Tanto mica ci sono spiagge, ma l'acqua è meravigliosa. Concludo dicendo che i ricchi sono strani, e di ricchi quest'estate ne ho visti e conosciuti davvero tanti. Ora sapete che vi dico? Domani vado via, in Toscana e poi in Liguria sul Golfo dei Poeti a Lerici (SP). Magari ci si sente la prossima settimana.
Un pensiero per te che da due anni esatti mi guardi da lassù e chissà quante me ne dici...
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giovedì, 25 agosto 2005 |
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LISBONA, IL SOLE E IL VENTO
( on the air: Timo Maas feat. Brian Molko - First Day )
Premetto che il post è lungo; centellinatelo, così domani non posto.
Lisbona, mi hai aspettato e sono arrivato. Così, dopo l'escursione in terra toscana, ampiamente documentata fotograficamente su Flickr, ecco il Portogallo.
Che dall'alto dell'aereo, ti dà l'impressione di essere un parquet con delle macchie verdi rade, sparse qua e là senza simmetria alcuna. Così, dopo un lungo scalo a Madrid e dopo un atterraggio con applausi e un dondolamento sospetto, cagionato da turbolencia, sbarchiamo a Lisboa. Lisboa card, autobus, arrivo. Praca Marques de Pombal è assolata, srotola la cartina, le valigie pesano, ma l'albergo in realtà è vicino. Stanchezza devastante, fino a sera. Ti capita poi di camminare per l'avenida de Liberdade, e individuare la funicolare che sale su, dritto nei tortuosi vicoli di Bairro Alto. Capita che il ristorantino che ti hanno consigliato, sia un po' troppo turistico, e che il pasticcio di bacalhau (baccalà, i portoghesi se ne nutrono da mane a sera), dopo la zuppa tipica caldo verde, ti rimanga un tantinello sullo stomaco, più della voce roca del padrone del ristorante. Puoi solo scappare in albergo a cercare il letto, mentre ti sembra di morire insieme al tuo stomaco. Ti capita di imbarcarti sul tram numero ventotto, quello tipico, e di passare una mattinata al mercato dei ladri, sotto un sole cocente. Accanto, batte il cuore antico e malandato dell'Alfama, quartiere decadente e fatiscente della città vecchia, detta anche Rossio. Qui trovi anziane signore che ti vendono perfino le palle da tennis usate, puoi fare affari o prendere fregature, come in ogni mercato che si rispetti. Ma il sole è di nuovo lì a picchiarti duro in testa, a riflettersi sugli azulejos, le mattonelle che rivestono i palazzi della città vecchia, in un misto un po' moresco di colori tenui e vivaci. Capita allora di fermarti in un posto che non ha niente di elegante, ma ti serve probabilmente il miglior salmone arrosto che tu abbia mai mangiato. Rifocillarsi e ripartire, le gambe fanno già un po' male, arrugginite da mesi di freno-frizione-acceleratore. Salire fino su in cima al Mosteiro de Sao Vicente de Fora, un monastero che domina Lisbona, con le sue guglie bianche, le tombe dei reali e il panorama mozzafiato che precipita direttamente nel Tejo, così vicino all'Atlantico da abbracciarlo. E continui il giro, vedi posti che se fossi a Roma non ci andresti mai, ma sulla guida ti dicono che sono monumenti spettacolari. Quello che ci frega è che viviamo nella città più bella del mondo, e spesso lo diamo per scontato. Ma tant'è. Il ventotto ci porta fino alla cattedrale, romanica e gotica insieme, e io vado pazzo per questi mostriciattoli tipo gargoyles, figuriamoci. E al tramonto, salire al castello. Un altro panorama di questo saliscendi continuo. Il sole sparisce, mentre il vento dell'oceano comincia prima a baciarti, eppoi crudele, a frustarti. Un sandes, cheppoi è una baguette, e una pasteis de nata, deliziosa vaschetta di sfoglia alla crema e fuggire di nuovo a dormire, niente vita notturna, le gambe vanno da sole ormai, ma fanno anche male. Dei ragazzi ben vestiti, su Rua Augusta, il corso, ci offrono tranquillamente del fumo da comprare. Altrettanto tranquillo il nostro rifiuto, nessuna insistenza. Pensavo peggio, da quello che mi avevano detto. Anche i tizi con le rose sono poco insistenti. Mentre in albergo mi mollano il caffè lungo, che a me fa ribrezzo, arriva la giornata della natura, solo dopo un espresso vero però. Il Parque Eduardo VII custodisce l'Estufa Fria, una serra gigante, con piante tropicali e non. Non me la faccio sfuggire, io che adoro le piante grasse. Poi un tuffo nel futuro. Al Parque das Nacoes, mentre il sole torna a picchiare duro, puoi dimenticare i vicoletti del Bairro e dell'Alfama e guardare gli spazi ampi tra una costruzione futuristica e un grattacielo, contrasto stridente con la città vecchia e i suoi azulejos. E bestemmi contro 'sti portoghesi, che forse il caldo non lo sentono, e piazzano un albero qua, e un altro laggiù. Esattamente come quel parquet che avevamo visto dal finestrino dell'aereo. L'Oceanario de Lisboa, è grande, non so se sia il più grande d'Europa, non mi interessa saperlo. Tra una manta che sembra un boeing, uno squalo che digrigna i denti, una lontra che nuota a dorso e un polpo gigante che sembra uscito da un horror, è un'esperienza da fare. Un entertainment con i controfiocchi, nulla da eccepire. Tornati nel passato, ecco che sbagliamo fermata della metro e ci ritroviamo davanti a Pessoa. Seduto su una sedia di bronzo, che ci guarda dal suo caffè preferito, A Brasileira. Cenare poi, in una tipica Cervejaria (birreria), con le sue sopas (zuppe) di pesce, le espetadas de lulas (spiedini di calamari), e la ginjinha, il liquorino alla ciliegia che ti stura. L'indomani, trovare chiusi perchè è giorno di riposo (errore frutto di stanchezza ed errati calcoli sugli itinerari), la torre di Belem e il Mosteiro dos Jeronimos, ma farsi lo stesso l'ammazzata fin lì, più che mai sotto il sole cocente, che ogni mattina prendeva il testimone da quel vento quasi freddo dell'Atlantico. Guardare la struttura imponente del Ponte 25 Aprile, una sorta di Golden Gate europeo, mentre in lontananza si staglia il Cristo di Cacilhas, che ti sembra di stare in Brasile, e, sotto di te, il fiume diventa oceano Atlantico. E' qui che hai la classica sensazione della cattedrale nel deserto, è qui che immagini di uccidere uno ad uno i portoghesi, sempre per quella storia di piazzare un albero qua e l'altro all'orizzonte. Benedici a quel punto, la solenne colazione a base di pasteis nella storica Confeitaria Nacional. Un occhio alla caravella gigante e uno alla torre e scappiamo, non prima di aver atteso il tram per quaranta minuti tra caldo e mosche. Per fortuna, ti rifai, salendo sull'elevador de Santa Justa, ascensore di ferro, parente stretto della torre Eiffel, da cui puoi spaventarti guardando gli altissimi resti gotici dell'Igreja do Carmo, chiesa che maestosa è un aggettivo che non rende l'idea, distrutta da un terremoto e mai più rimessa in piedi. Lisbona è così. Mistica soprattutto. Quello scorrere lento delle ore nei suoi luoghi di culto, la rende poco europea, molto lontana da noi. E al misticismo si può stranamente sovrapporre un folklore unico. Gli sciuscià, i lustrascarpe, sono in ogni angolo, sembra l'immediato dopoguerra. I tram sono ancora di legno e puoi trovare due ragazzi che su un tavolo e due sedie sorseggiano una bottiglia di porto davanti a un panorama. E accanto a loro, per dare la pennellata finale al quadro, un uomo scrive fitto su un pezzettino di carta. Loro, i portoghesi, sono disponibili, e questo già basta. Questa è la mia Lisbona, la nostra Lisbona, quella mia e di Noelìn, che tanto il post lo scrive pure lei, con altre sfumature, e che lasciatemelo dire, è un'ottima compagna di viaggio e di gambe doloranti.
Fin qui la poesia, per il ritorno in grande stile di Ataru. Ora veniamo alle dolenti note. Prima di tutto l'Iberia. Su quattro aerei che abbiamo preso, non ci hanno offerto neanche un bicchiere d'acqua, una salviettina rinfrescante, una fottuta caramellina. Se qualcuno mi rivela come si dice mortacci loro in spagnolo, non glielo mando a dire. Poi. Il fatto di sentire parlare più italiano che portoghese, sinceramente non mi faceva piacere. Milanesi insopportabili, romani sbruffoni, napoletani rompipalle. Ce n'era per tutti gli stereotipi, mai così veri, degli italiani in vacanza. Non potevano mancare i calabresi, figuriamoci. Eppoi sempre presuntuosi e supponenti, italiani gente di merda. Pardòn, l'ho detta. Per fortuna che la coppietta incontrata in albergo, era invece carinissima. Ah, in Portogallo si fuma nei locali. Che bello potermi accendere la sigaretta al ristorante, poi pure all' Hard Rock Cafè, mentre un pacchetto di Marlboro rosse (che le Medium non esistono), ti costa due euro e cinquantacinque. Sembra siano passati anni dalla legge-Sirchia, porca miseria. Detto questo, lasciatemi fare un'ultima considerazione sul cibo. Quando sono tornato a casa, salivavo per un piatto di pasta. E sapete perchè? Perchè gli italiani saranno pure gente di merda, vedi sopra, ma come si mangia qui, non si mangia da nessuna parte. Comunque andateci a Lisbona, ne vale la pena.
Obrigado*.
*grazie.
PS: le foto, le trovate qui. Se non si apre la tag completa, riprovate, le foto sono su due pagine, sennò andate sul mio flickr direttamente, che forse fate prima...
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giovedì, 13 gennaio 2005 |
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BERLINO, RAPISCIMI ANCORA!
(on the air:
Depeche Mode - Useless (Kruder&Dorfmeister session)
Travis- Sing
Tiromancino - Due Destini)
Berlino ti rapisce. Questa città è così, sembra di trovarsi in un parco giochi. Vai alla scoperta di ciò che c'è dietro l'angolo, non importa che non ce la fai più perchè cammini da dieci ore, vuoi continuare. Se chiedi informazioni, la gente in linea di massima si fustiga pur di dartele. Così una signora mezza matta ti accompagna sotto la metro, un signore mette in attesa il suo interlocutore al cellulare, molti ti rispondono che sono italiani come te e sono in vacanza. Oppure vai in un locale italiano e trovi quegli italo tedeschi un po' napoletani, che ti spiegano tutto nel loro slang teutonico partenopeo. Lo zoo è smisurato, ci sono i panda e ci sono gli insetti ramo, trovi il gatto del deserto che sbrana un pulcino e trovi un orso polare con l'Alzheimer e la scimmia che ti dà retta e si mette ad imitarti. E ti piace fare il ragazzo dello zoo di Berlino. Le ragazze sono belle, sorridono, magari tra qualche anno si sfasciano a causa della dieta-birra e crauti, però ora le vedi bionde, non eteree, ma intriganti. Cerchi e capisci che i tedeschi l'inglese non lo sanno poi tanto bene, magari meglio l'italiano, sì. Giri per locali, la Ku' Damm strasse è lunga una quaresima, è in periferia, ma ci trovi Cartier. Hackescher Markt ti st | |